GRICE ITALO A-Z P PAS
Luigi Speranza -- Grice e Pascoli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Perugia -- filosofia
umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Fisio-logia.
Grice: “An excellent philosopher. He philosophised on the will, on the soul,
and on a functionalist approach.” Filosofo.
Lingua. Fratello di Leone P. Insegna a Roma e Perugia. Tiene dimostrazioni
anatomiche mediante dissezione di cadaveri, come il suo collega e concorrente
Andrea Vesalio. Intrattenne una vasta corrispondenza con intellettuali di tutta
Europa. Le sue opere filosofiche e scientifiche seguono i metodi di Descartes
et Malebranche. I suoi trattati di metafisica, medicina e matematica esibiscono
una filosofia coerente e metodico che dimostra la vitalità filosofica della
cultura italiana del periodo. Saggi: “Del moto che nei mobili si rifonde
per impulso esteriore”; “Nuovo metodo per introdursi ad imitazion de' geometri
con ordine, chiarezza, e brevità nelle più sottili questioni di filosofia
metafisiche, logiche, morali e fisiche” (Poletti, Andrea); “Del moto che nei
mobili si rifonde per impulso esteriore, Salvioni, Giovanni Maria); “Del moto
che ne i mobili si rifonde in virtù di loro elastica possanza” (Bernabò, Rocco);
“Delle febbri teorica e pratica secondo il nuovo sistema ove tutto si spega per
quanto e possible ad imitazione de gemetri”; “Il corpo umano o breve istoria
dove con nuovo metodo si descrivono in comendio tuti gl’organi suoi ed I loro
principali offij”; “De fibra mortice et morbosa nec non de experimentis ac
morbis”; “Nuovo metodo per introdursi ad imitazione de geometri con ordine,
chiarezza e brevita nelle piu sottil qestioni di filosofia logica, morale, e
fisica. Osservazione teoretiche e pratiche inviate per lettere”; “Sofilo Molossio,
pastore arcade PERUGINO e custode delg’ARMENTI AUTOMATICI in Arcadi gli difende
dallo scrutinio ne che fa nella sua critica Papi” (Roma); “Anatome literarum
sive palladis pervestigatio” (Roma); “SOFILO SENZA MASCHERA” (Roma); “Del moto
che nei corpi si diffonde PER IMPUSLO ESTERIORE, trattato fisico matematico ad
insegnare la possanza degli elementi quatro” (Roma); “Della natura dei NOSTRI
PENSIERI e della natura con cui si ESPRIMONO. Riflessioni METAFISICHE” (Roma);
“Del moto che nei mobile si rifonde in virtu di loro elastica possanza” (Roma);
“De homine sive de corpore humano vitam habente ratione tam prospera tam
afflictae valetudinis” (Roma); “Delle risposte ad acluni consulti sulla natura
di varie infermita e la maniera di ben curarle con una notizia della epidemina
insorta nel GHETTO GIUDEO di roma, e del congatio de’ buoi ne” (Roma); “Con una
breve notizia del mal contagioso dei buoi”; “Opuscoli anonimi in difesa di
Alessandro Pasocolo” – si credeno suoi soi. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Lalande, Dulac, Billy. Elogio. Bartelli,
letto con Lic. de' Superiori decimo lustro il secondo a n no già corre, da
che le suoi ceneri, filosofo perugino, sotto un'umi le sasso mute riposano in Roma,
dalla Patria,ahi! pur troppo neglette. Qui nacque, quà si educa, quì sparse per
decennale tempo i lumi della filosofia più sublime, insegnò ed esercitò qui
Medicina. E celebratissimo perfino oltre Italia; e tanta gloria egli accrebbe
alla perugina Medica Scuola, che forse questa per opera d'altrui a tanta
rinoman za non 'mai pervenne : nulladimeno sulla di lui tomba alcuna corona di
patrio lauro non siposò, nè del suo nome videsi ancor fregiato un'Elogio. Penso
peraltro che Tu non debba di ciò do lerti, ora che siedi puro ed impassibile
sull' eter no seggio dei Buoni; dacchè se vivente fosti il più fido seguace
delle profonde dottrine del forte animo di Cartesio, forse oggi di averne auta
pur anco comune la sorte oltre la tomba tu ti com . piaci Al vivere suo aprì
Cartesio le luci nel bel suolo di Francia, e sulle scoscese balze di Svezia le
chiuse e sebbene tornassero, dimandate le sue ceneri nelle Gallie, pure cento
anni pas opra il sesto decimo lustro Soprailsesto 0; sarono prima che di
lui si leggesse un encomio. Il nostro P. in Perugia nasce Roma les ue ossar accolse,
nè furono queste da'suoi concittadini manco desiderate; e solamente dopo
ottantadue anni, nella stessa sua patria, oggi al cun poco di lui si
ragiona. Piacciavi, accademici valorosi, che io ne parli almeno ad onore di
questa sua terra natale, ed'a gloria di quella medica fronda di cui venne
meritissimamente il suo crine ricinto', che quì splendeva allora più ver de e
più onorata. Nè voglio credere che siavi alcuno il quale reputi vana cosa
questo mio dire; imperocchè, Lui laudando, essendomi dato di e sporre dottrine
non'tutte convenevoli a' tempi ne quali si vive, ciò non torrà certamente che
Egli non debba essere reputato grande Filosofo e som mo Medico: essendo che se lafilosofia
e la medicina, o da meglio dire, se ogni umano sapere soggia cé par troppo a
cangiamento coll'andare dei se coli, è cosa costante che la verità e l'errore
só no di tutte le menti nostre retaggio ; sicchè tut ti i secoli e tutti gli
uomini da non pochi lati si avvicinano sempre fra loro. Col progrediredel secolo
decimo settimole scienze tutte di più chiara luce folgoreggianti,per la via
progredivano del possibile loro migliora mento :Sciolto lo spirito umano dagli
opprimen . Se questo Elogio di Alessandro Pascoli potrà servire a qualche
riparo del lungo silenzio in che ilsuo nome si stétte ; se a sprone di studiosa
gioventù possa per buona ventura tornare, se del lo estinto encomiato e di
Voi., dotti Colleghi, non tantoindegno riesca, al fine da me proposto
lietamente mi stimerò pervenuto. O ti legami del Peripato, erasi finalmente avveduto
della sua nobiltà; e la mente erasi accorta pote re da se stessa pensare .
Sembrava che la natura tutta fosse giunta a tale momento di crisi, dalla quale
aspettare si dovevano grandi cose e grandi uomini; e grandi cose e grandi
uomini difatti si ebbero. Fra questimolti, fiorirono Dracke, Copernico, Ticone,
Keplero, GALILEI, Bacone, e finalmente Cartesio, destinato dal cielo a compiere
il bramato rinnovamento negli studii moltiplici della natura. Appena ilgrande
Filosofo dell'Aja di chiarò al mondo intero non doversi alcuna cosa ritenere
per vera, quando che non venga dimo, strata per tale; appena disse'che la
umana mente deve tutto in dubbiezza riporre, finchè alla cer tezza non sia
pervenuta;'e di queste le fonda menta non che i caratteri stabilì ; lo studio
ed il filosofare degliuomini dialtropiù nobilesplendo re si rivestirono. La
geometria,la logica, lameta fisica, la fisica, e la medicina medesima in più
stabile e più onoratá sede allora si collocarono . Il secolo diCartesio
segnòmai sempre una delle e poche più luminose e memorande nella storia del
l'umano intendimento, imperocchè ogni1 dotto partecipò del beneficio influssodi
questo tempo; ed il nostro P. divenne Filosofo col divenire Cartesiano. Se non
che non solo di Filosofia ma di medicina altresì ai nobilissimi studj sentissi
da natura invitato; e cono scendo la forza del proprio genio, nol poterono. Comincia
con Cartesio dal dubitare e quindi giunse a persuadere sè stesso, tro e 6
distrarre da quelli ne i solerti padri di gesú che accorti iniziandolo nelle
regole del loro Istituto cercarono farne conquista.; nè il volere del padre il
quale all'officio del foro il destinava. Vide egli bene assai per tempo come a
corre merita mente il medico lauro, doveva alle filosofiche discipline tutto sè
dedicare. Perchè la filosofia di ogni umano sapere è fondamento primiero.
Accostumato come Cartesio a meditare più che a leggere, a pensare più che a
parlare, medita sul le opera di quell sommo e le studia intensamente, facendosi
propri i di lui principj, e tutta la filosoficacartesianatelasvolsee conobbe. Il
discorso sul metodo, le metafisiche meditazioni, le regole per la ricerca del
vero, il trattato sull’uomo di Cartesio sono a lui splendentissima face onde
dirigersi nel difficile sentiero della filosofia. Cosi lo studio di questa
precedette e quindi 'accompagna quello della medicina, non mai volendo egli
l'uno dall'altro separare. Tra noi, ai giorni nostri tristissimi, sembra essere
riserbato vedere non poca turba di gioventù male accorta gire in traccia di
medica scienza senza lo inestinguibile lume del più retto filosofare, senza la
conoscenza della natura, di sė medesimo, e perfino del proprio idioma nativo.
Vergogna s o m ima di que'paesi e di que'tempi che vogliopsi dire illuminati! E
per attribute diverse.Quin di dalla cognizione dell'Io personale passa a quella
pe ressenza perfetta che è Dio. Traicanoni della filosofia cartesiana erayi
quello di ritenere e gate si trovano le verità : donde poi le idee in
nate,dondela concatenazione diesse, la quale incominciando da dio scende
all'anima umana, quindi ai corpi, quindi ai bruti, quindi alle cose, tutte
della natura.E quifa duopo ricordare che mentre Cartesio col suo dubbio
universale prese la via delle speculazioni intellettuali a sta bilire i gradi
della verità, Bacone da Verulamio, coldubbio stesso fondamentale, prese la via
del le sensazioni, ed al fine desiderato pervenne in cammino più regolare e
meno incerto. Piega alquanto piùla sua mente al Cancelliere d'Inghilterra che
al pensatore dell'Aja. Ora chi potrebbe mai credere che dopo ise coli di Bacone
e Condillac sorgessero nuovamente, nelle dottrine delle idee, i secoli di
Cartesio e di Malebranche? Eppure oggi è cosi. Umana mente! Varsi esistenze
fuori di noi, erisultarel'uomo da un corpo e da uno spirito, sostanze
interamente fra loro per essenza e’che i sensi sieno ingannevoli guide alla
umana ra gione ; e che perciò l'anima nostra ha in se stes . sa e per se stessa
principj stabili, cui tutte le Ora tornando al nostro laudando diciamo che
parlò egli primamente della esistenza e durata d e glienti modali; poscia
diquelle sostanze che nelle loro idee inchiudono essenzialmente un qual
che modo di essere';e fondo le principali massi me della umana certezza sulla
esistenza de'corpi. Dalle essenziali proprietà degli enti corporei stu diò pur
egli l uomo sotto il duplice rapporto di sua materiale e spirituale sostanza; e
ragionando dell'anima, ne fissò la essenza sulla immateriali tá di lei, donde
le sue potenze intelletto é vo lontà . La credette immortale; e mentre Cartesio
ne tacque la dimostrazione, scrivendo in una sua lettera non essere necessario
di mostrare la immortalità dell'anima tostochè siasi provata la sua
spiritualenatura, non volle tacerla col pubblicare il discorso sulla
immortalità dell anima umana. Da troppa vanitàdinome; ed al desiderio di
piacere agli amici, motteggiando alcun poco, egli fu 'mósso a scrivere contro
Papi filosofo sabinese sostenendo a tutta possa, ma non con persuasione di
aninio, le dottrine del suo prediletto Cartesio sulla vita antomatica delle
bestie; volendosi però nascondere bizzarramente coll'intitolare il suo saggio
“Sofilo Molossio Pastore Arcade Perugino Custode degli’armenti automatici in Arcadia.”
Apparve preziosissimo a tutti questo saggio e se ne m e nò'romore in tutte le societá
dotte di Roma. Tali erano i sali attici in esso 'raccolti, i vivaci sar casmi, ileggiadri
concetti. Avvenne però che dopo sei annila suprema inquisizione con decreto
solenne condanna l'opera del Pastore Arcadico Sofilo Molossio. Ale 8
e e le sue ferme opinioni sull’animalitá delle bestie. Protestandosi in
mille modi vero seguace di PITAGORA, e vero devoto a tutto ciò che la umana
credenza prescrivesi. Fu questa la sola nube che per poco offuscasse l'ottima
fama di Pascoli nel corso della lunga etá sua, é questa fu del suo animo la
dispiacenza più viva. песа. Applicatevi dasenno a filosofare, poi che per tale via
depurate la mente umana da gl’errori che la offuscano, e sollevata dalle
passioni che la opprimono, si eleva cosi libera e tranquilla a tale grado di
serenità, dove gode veramente di se medesima Stabilito avendo lora fu che P.
accortosi dell'errore cui con dotto lo aveva una sua male accorta vanità di
spirito, ritrattò subito pubblicamente le sue opinioni; e nelSofilosenza Maschera
scuoprì il suo vero nome Erano pure a suoi tempi, quali oggi vivono, alcuni
falsi sapienti, che superbamente umili, abusando del comune adagio, id tantum
scio quod nihil scio, il più irragionevole scetticismo nelle coșe tutte
proclamavano, e di ogni credenza e di ogni filosofia si facevano dispregiatori
e nemici. Contra tale specie di stupidi pensatori si scaglia il nostro P.; e fa
conoscere come filosofare non altro è se non se rettamente pensare, essendo che
chi mal pensa conviene che male discorra, Sulle traccie di Platone, di CICERONE,
d’AQUINO, di Cartesio, ripete a tutti con se l’apprensione, al giudizio, al
discorso, al metodo; e a diligente disamina tutte prendendole, forma il suo saggio
di logica, seguendo ugualmente la prediletta sua cartesiana maniera. Espnse
quindi i precetti del ben' apprendere, del ben giudicare, del ben parlare, del
ben disporre. Prefere il metodo analitico che il pensiero è all’anima
essenziale, come alla materia è la estensione, parla delle operazioni del
nostro intelletto, le quali riduce all' per I studiare le cose, elo chiamò
metodo di risoluzione o di disciplina. Si servi del metodo sintetico per
insegnare ad altri, e lo disse metodo di composizione o di dottrina. Dopo che
la scienza del calcolo per la invenzione de' caratteri algebrici si fa più
ordinata, e di più estese applicazioni capace, lo studio delle matematiche
divenne universale ad ogni sapiente: e di quanta utilitá si renda allo sviluppo
dell'umano intelletto ed alla ricerca del vero, ognuno di leggeri il conosce .
Studio si fatto non poteva es sere dal nostro Pascoli trascurato, e sulle opere
del Gottigues, dello Scohetten, di BARTOLINO; dell'Ozanam, di FARDELLA, di
Cartesio si forma matematico. Scrive il saggio di logistica od arimmetica, nel
quale prendendo a trattarele quat tro operazioni fondamentali, non in cifre
numeri che, ma in algebriche, intitol il suo lavoro col nome di “Arimmetica
nova o speciosa,” ed applicando le stesse operazioni alla dottrina de'polinomii, la
quale perviensi a studiare le leggi del moto. A lui però non piace solamente
seguire le dottrine di questi sommi, ma cerca direnderle più facili epiù
sicure. Lascia di ragionaré del moto in astratto; e col tatto, colla vista, coi
sensi, in concreto lo esamina. Parla della natura, condizioni, proprietà, e
leggi del moto per impulso esteriore ed in virtù di elastica forza. Quindi si
lancia col pensiero, in alcuni moti possibili rispetto al vortice massimo del sole.
Con tale chiarezza di principi, con tale ordine d'idee egli ne seppe parlare
che meritò l'approfazione sincera ditutti i dotti e capace. Archimede, GALILEI,
Gassendo, Rohault, Cartesio hanno già insegnata la strada per la quale
perviensi ed alle equazioni, dette compimento alle sue fatiche sulla indole dei
nostri pensieri. Pose poi mano alla fisica, od a quella scienza vastissima, la
quale avvicinando al nostro pensiero le cose materiali che ne circondano, fà
che lumana intelligenza al più alto grado di sublimi tà siconduca L'uomo di fatti penetra con la sua scorta i
più nascosi secreti della natura; e con leipasseggiandolaterra e con lei
traversando glioceani,e su cieli passeggiando con lei,fache sopra tutto il
creato sovranamente s'innalzi. La prima verità che ci insegna la fisica è che
il m o to costituisce il fondamentale fenomeno de'corpi tutti. Ond'è che tutto è
movimento in natura,o tutto a movimento èdisposto, o tutto di movimento è. Il grande
matematico e fisico cremonese BIANCHINI glie ne dette la più solenne e pubblica
testimonianza Mi si dia materia e moto, dice Cartesio, ed io imprendo tosto a
crea re un mondo, il P. con maggiore umilta così diceva “ Materia e moto sono i
due prin n.cipali strumenti, donde con sua possanza si » vale Dio, dimomento
inmomento, aprodur 9. rac racoli, e miracoli di stupor infinito. Si ode oggi nelle
nostre scuole far menzione di un etere comune, di un imponderabile unico ed
universale, motore di tutti I fenomeni iquali hannoluo go "nei movimenti
della materia e degli animali. Le scuole Alemanne apreferenzadialtre risuo nano
di questa materia unica-eterea, capace a prendere diverse forme ed aspetti,
tutto pene trando investendo agitando il creato: La vide pure questa materia
motrice universale: ciò che dicono oggi con tanto entusiasmo, e for se con
troppa persuasione dinovità, Mesmer, Wohlfart, Sprengel ed altri sulfluido
elettro-magnetico universale; ciò che con tanto calore pro e con eguale
robustezza di argomenti dimo strato dal nostro Alessandro 1 e in natura, senza
miracolo, continuati min et clamano Lennosseck, Prokaska, ed Ennemoser
sulfluido biotico universale de corpi viventi, era stato già conosciuto non
meno chiaramente dilo ro, Finalmente volle ardimentoso inalzare i suoi sguardi
ai movimenti del sole e nel vastissimo campo dell'astronomia tentando
alcun passo quale ché suo opinamento volle manifestare. Si dichiara del sistema
astronomico di Copernico e di GALILEI oppositore fermissimo. Ma qui potrebbe
dataluno dimandarsi, se il facesse egli forse per tenere dietro alle massime proclamate
dalla romana corte nella quale viveva? Nò. Chè la saggia condotta dei prudenti
interpreti delle sacre corte ha assai già moderata la forza di quegl’anatemi
scagliati un secolo innanzi sulla tomba del riformatore di Thori, e sul capo
del pensatore pisano. Potevasi allora dalle pubbliche scuole o ne communi
discorsi dei dotti liberamente difendere (come ipotesi) ilmovimento terrestre e
la stazione solare, senza tema di contraire brutte macz chie nell anima, o a
spiacevoli incontri soggiace, re Ond'èchese con tutta la forza del suo'sapere alla
copernicana sentenza si oppose, ciò fece'con intima persuasione di mente, e non
per condiscendenza di basso cortigianismo. Nei e il solo che dalla credenza di
Copernico lungine stasse. Imperocchè fra i moltiche ridi re potrebbonsi, quel
grande onore d'Italia, quel l’astronomo profondissimo della dotta Bologna, MANFREDI,
basta per valente compagno del nostro Alessandro rammemorare. Vero si fu
peròche a fronte degl'ingegnosi sforzi di tanti uomini insigni, prosegui ilsuo
cammino la terra, è fermo il sole si stette. Qui terminarono le fi losofiche
laboriose occupazioni di lui, e conqueste sole poteva rendersi della Patria e
della nazione assai benemerito : ma fu pure medico P., è inedico di altissima riputazione.
Se sono grandi i nomi dei restauratori della umana filosofia, non meno grandi
furono quelli di Silvio, di Lancisi di Baglivi, di Ramazzini, e di altri che le
medie che scienze ad alto grado di rinomanza condussero. P. vive nel tempo in cui la medicina seguiva
tuttora le insegne de'Jatro-chimici, dell'Elmonzio, e del Silvio; insegne che
stavano già per cangiarsi dal Santorio e dal Borelli,onde quelle trionfassero degl’átro-matematici
ed e meccanici. Nè si per verrá mai a spiegareun costante ed unico vessillo
sotto il quale si raccolgano in ogni tempo i cultori della medicina le che sia
proprio di lei in tutte le età che trascor. rono? Grande e funesto destino, a
molte scienze comune, alla medica comunissimo! Conosce in quali giorni vive;
quale del secolo suo fosse dominante lo spirito; e pieno di alto ingegno, nella
medica scienza si fè valente: Cartesio aveva per dodici interi anni
studiato'l'Anatomia a fine di ben conoscere l' uomo ; e il nostro P. per non
minore tempo applicò la sua m e n te allo studio profondo della struttura del
corpo umano. Annuncia sulle prime ai dotti un trattato riguardante i
cangiamenti che provengono agli organi corporei per cagione delle passioni:
pensiero veramente sublime sul quale però le speranze di ognuno restarono pur
troppo delase . Ai tempi del nostro Alessandro l'Anatomia non aveva ancora stretto
con altre naturali scienze quel sutile nesso di che oggi si onora; né quel filo
sofico linguaggio, nè quelle sottili applicazioni si trovavano in essa, siccome
in quella d'oggidi noi ammiriamo. Alle fatiche ed allementi sublimidi Scarpa,
di Soemmering, di Mechel, di Portal, e dell'immortale Bichat dobbiamo la
eccellenza cui oggi l'anatomico studio è pervenuto . Nè Vicq d’Azir, nè
Geoffroy di Saint Ilaire', nè Blecard, nè Gall vissero in quella età; pure
potevasi quel tempo chiamare il tempo delle scoperte anatomi miche. Erano già
nati gli scrutatori sommi"dell’uman corpo Arveo, Senae, Asellio, Willis, Nuck,
Malpighi, Ruischio, Lancisi ed altri. Vive e studia con Redi. Ciò basta.
Insieme per più tempo in Firenze si occuparono indefessamente di anatomiche
dissezioni e quel dotto scrittore toscano ha caro Alessandro quanti altri mai,
al grande Cosimo presentandolo quale soggetto degnissimo di tutta la
considerazione sovrana. La fabbrica del corpo umano dal nostro encomiato
descritta non presenta, è ver, peregrine cose. Ma l'ordine, la chiarezza, la concisione
rendettero il saggio suo utile al pubblico insegnament, pel quale oggetto egli
stesso si protesa averlo unicamente composto. Quando il gran Malebranche si
avvenne nel libro dell'uomo di Cartesio, ed ipcontrò in questo filosofo un
ge vio simile al suo, prese (dice l'elegantissimo Fontenelle) il grande partito
di rompere ogni commercio con le erudite facoltà, ed in seno del cartesianismo
tutto si abbandona. Legge il saggio medesimo di Cartesio, lo medita profondamente
e scrive egli pure sull'uomo. Mentre però l'uomo di Cartesio e di Malebranche
fu l'uomo del metafisico e del filosofo, l'uomo nelle mani del P. e l'uomo
dell'anatomico e del medico. Ha somma intelligenza nell'osservare i fenomeni
dellaumana vita, sicchè lemas sime del suo Cartesio con quelle modificate del
gran Cancelliere d'Inghilterra, formarono in lui quello spirito di filosofia
induttiva, il quale alla ricerca del vero nelle cose di fatto e perciò in
medicina, è l'unica sicura via. Scrivendo dell'Uomo prese Alessandro il giusto
partito di primamente designarne le parti, quindi ad esse dare vita ed azione,
poi de'mali a cui vanno soggette tenere ragionamento, e fi nalmente l'opportuno
metodo curativo de morbi con tutta la modestia del dire proporre. In tale modo
ilnostro encomiato presentò alpubblicoun tesoro di dottrina, che per molti e
molti annida ogni medica scuola Italiana fu allo insegnamento de
giovani:offertoe prescritto, riputatolo per il prezioso e completo deposito
della medica scienza. Le opinioni di Galeno e di Silvio erano quelle che fra i
cultori d'Igea in quel tempo tut tor dominavano, Stava per sorgere la setta del
più solidismo, ed Elmonzio, Cartesio, Silvio erano ancorai tre
grandi nomi proferiti dalla bocca di tutti; cosicchè fra i conciliatori e
moderatori di questi tre Principi delle mediche scuole si e mento etereo piú
sciolti gli umori, ed il moto fer mentativo di essi prodursi. Questo elemento
lá presiedere alla circolazione sanguigna, qua tutto il fonte del calore
animale sostenere perenne. Era quest etere per Alessandro la fondamentale sor
gente delle fermentazioni non naturali, donde le febri tutte nascevano che ove
accada condensa mento di esso, le maligne; ove soluzione, le benigne; ove
infine abbia luogo latente glandolare fermento, originarsi le intermittenti opinäva.
Poi te dottrine fisiche di questo etere universale espone, la sua azione sulla
vita degli organi, finalmente l'applicazione di esso alle dottrine di Scrodéro,
di Hoffmanno, di Etmullero, di Lemery, e degli altri molti di quella età . E
forse che non potremmo noi parlare lo stesso linguaggio, sostituendo al nome di
etere cartesiano quello di elettro-magnetico? Io i l dimando Abituato il nostro
P. fin dall'infanziaa piegare la sua mente al metodo geometrico e a disporre le
sue idee con quell'ordine e successio ne, utile al buon’acquisto di tutte le
cognizioni il nostro P.. Quindi è che nelle sue opere parlasi dello
spirito di Willis, del fuoco di GIRGENTI,del l'archeo di Wan -Helmonzio, del
primo elemento di Cartesio :e si dice farsi per virtù di questo ele pose + 17 +
4 Oltre al suo trattato dell'uomo, che abbraccia l'intero studio della
medicina, sono numerosissimi i suoi Consulti, le sue Lettere, i suoi Votiemessi
in oggetti di pubblica sanità.Incau se dificili di Foro canonico e civile, in
Canoniz zazioni di santi uomini diede Pareri e Giudizj, che guidarono le
Autorità competenti a retti es en sati decreti Avendo inoltre il P., saputo
unire a somma dottrina, urbanità di modi nel conversare, ed umiltà di
espressioni nel parlare e nello scrivere, non é a stupirsi se ai dotti d'Italia
ed oltremonte rispettabile e caro addiyenisse L'amicizia che seco lui ebbero un
Redi, un Magliabecchi, un Montemelini, un’Ottaviani, un Lesprotti, un
Zannettini, un Lambertini, un Segur, un Baglivi; da quali o dedicazioni di
opere, o non interrotte scentifiche corrispondenze, o laudi sincere egli
ottenne, siccome fecero pure un Bianchini, un Loy, un Marini, uno Sprengel, un'Aller
; ci ayvisano dovere riporre P. fra gli uomini grandi, che in filosofia ed in
mea umane, e preciso nel descrivere gli organi, chia ro nello esporre i fatti,
esatto nella diagnosi, cautissimo nella prognosi. E poi semplice quanto mai possa
dirsi nel metodo del medicare, e dichiarossi nemico di ogni farragine
farmaceutica, ripetendo sempre a se stesso e ad altri che a buon medico pochi
medicamenti bastano o 18 di pintore pochi colori. come a buon ; dicina
fiorirono fra il terminare del secolo decimo settimo e del decimo ottavo sul
cominciare, Il nostro P. legge in Roma anatomia e,edicina dalla più fiorente
alla più tarda etá sua, grandi opori godendo e distintissime cariche sem pre
occupando. I papi Clemente XI, Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Clemente XII. lo
hanno a medico, Archiatro lo salutarono, Protomedico lo proclamarono, lo
scelsero Conclavista. Del supremo tribunale sanitario, della congregazione dei
sacri riti, fè parte onorata e principale, tanta era la dottrina che quella romana
corte in Lui venerava . Potrebbe forse da taluno di noi dimandarsi se il
Pascoliavesse meritatosigrandeecomune conside razione come Medico
pratico,quanta ne ebbe come teorico;imperocchè pur troppo è duopo riguardare la
medicina sotto ilduplice aspetto diScienza edi Arte. Difatti non rade volte
accade che amedico quanto ésser si voglia dottissimo, manchi quel tatto
pratico, quella squisitezza di medica vista, e, dicia molo pure,
quell'inesplicabile nesso di favorevoli 19 Dopo che per due lustri dalla
patria Univer sità degli Studj, e dalle private Accademie le fisi che,e mediche
scienzeinsegnò,Padova eRoma il chiedettero a gara, generosamente patria novella
offerendogli. Il Pontefice Clemente undecimo a se chiamatolo, fece si che a
Padova, cui era già sul punto di recarsi, Roma preferisse. E così Perugia lo
perdette per sempre e E quièben forza credere che P. vivendo dodici
lustri in Corte, in Roma, tra Grandi, tra Principi sempre; cui furono affidati
in téressantissimi negocj delle Principesche Famiglie Albani, Chigi, Rospigliosi,
Sora ed altre, fosse di grande ingegno, di profonda politica, di somma
costumatezza dotato; dacchè, una di queste do ti che manchi, a sorte sì grande
non si pergie ne, o per poco di questa si gode. Difatti sappia m o come tra le
tante virtù che lo adornarono, erano prime il decoroso contegno in che egli si
tenne, l'essere del suo buon nome forte difenditore, il incontri e di
buone venture, che tanto valgono al la propizia riuscita dell'esercizio
clinico, e su cui la opinione e la fidanza di ottimo e felice medico riposa.
Nel nostro Alessandro sembra che tutto si riunisse a renderlo valente nell'arte
come nella scienza rinomatissimo. Ed in vero pel lungo corso che visse all'aura
del Campidoglio, non fuvvi personaggio distintocui non prestasse medica mano o
medica consultazione. Oltre ai pontefi ci sopraenunciati, la regina di Polonia
ed i suoi figli, gli Elettori Bavaro, Sassone, e Coloniense, la Regina
d'Inghilterra, ed ogni altro Principe e Grande, (a quali sifortemente il vivere
più ca le ) lui ebbero a tutela de' propri giorni bene ed ilparlar pensar bene
di tutti, siche tutti rispettando ed amando, seppe da tutti rispetto riscuotere
ed amore. Cosi Roma e ammiratrice di un filosofo Perugino. Ed il suo nome
onorato più spesso colà che tra noi si pronuncia forse e si ripete.
Lontano dagl'incanti del bel sesso, ne fuggi perfino, in quanto il potè, la medica
cura. Che più? Con religiositá e fortezza di animo sostenne una completa
cecitá, senza che in se stesso foss'egli meno tranquillo, nè meno fosse da
altri dimandato e compianto. Che se al possedimento disua vasta dottrina, se al
buon successo dell'arte sua, se al corredo delle nobili doti dell'animo che in
P. fece ro si bella mostra di loro, si aggiunga la felicità de' tempi nei quali
visse, dovremo anche meno stupirci che potesse egli giungere al più alto grado
di celebrità e di onoranza . Io voglio dire la felicità dei tempi; ossia quell buon
tempo ai dotti propizio, in cui dessi sono veramente stimati, e nel quale i
Principi, ei Grandi concorrono agara (siccome oggi) informar li, tosto chè i principi
e i grandi bene conoscono che le scienze e le lettere sono veramente il
sostegno de’ troni, e delle nazioni delle cittá dei paesi il primo ed il più
luminoso decoro. Ed alla estimazione de' medici credo che non poco in ogni
tempo contribuisca la buona Fidanza de'popoli, colsaldo tenersi di quel velame
che agli occhi del volgo i misteri nasconde d'Igea; velame tanto utile che sia
serbato; imperocchè la remozione di esso chi ne abbisogna e cui serve
reciprocamente danneggia. Dopo si grandi fatiche, carico di meriti e di onori,
questa misera terra abbandona e perenne ricordanza dei posteriche cirima
ve dilui? Laviva fama delle suetante virtù, ladi lui valentia nell'arte del
medicare; e più ci restano i suoi numerosi volumi, depositarii immanchevoli del
vasto sapere nelle fisiche e nelle mediche facoltá. Saremmo noi co tanto
ingiusti per dimenticare i sudori dei dotti che ci precedettero, solamente
perchè il modo loro di filosofare non è più simi le a quello de'tempi nostri? E
vorremmo noi far ci riputare così creduli e così inorgogliti nel lusin garci
che alle dottrine ed alle massime nostre del la filosofia e della medicina,
tutti coloro che ci suc cederanno coi secoli pieghino riverenti la fronte e le
venture età inalterato rispettino ciò che ad esse faremo noi pervenire? Non
siavi chi lo cre da, o la storia dell'umano sapere ne disinganni, Ond' è che
degli esimj ingegni, dei benemeriti cittadini, degl'insigni scrittori,sebbene
lunga serie di anni da essi ci divida, serbare si debbe ricor
danzavivissima,afronte decangiamentiaquali può girein control'umano filosofare e
il medico opinamento. Si, dotti Accademici, apprezziamo mai sempre le fatiche utili
de' trapassati, se nei miti noi buoni esempli, se ne rispettino i nomi ; ed il
titolo a non meritarci d'ingrati, le loro tombe di verdicorone di lauro con più
frequenza e con più giustizia si onorino. Rivolgendosi al Busto marmoreo
dell'Encomiato, che innalzavasi nella Sala dell'accademia. Tutto ciò che vien
detto di Alessandro Pascoli in questo Elogio, come filosofo e medico, è tolto
dalla let tara ed analisi fatta delle molte sue opere, in diversi tem pi
pubblicate; il catalogo delle quali trovasi registrato nella Biografia dei Scrittori
Perugini delchiarissimo Cavaliere Gio. Battista Prof. Vermiglioli all'Articolo
P. Alessandro. Noi credemmo di non trascrivere ibra ni medesimi dell'Encomiato,
a conferma de' suoi detti e delle sue opinioni, e ciò per non aumentare la
stampa inu tilmente; sapendo che agli eruditi medici sarebbe ridire le cose
stesse le quali nelle opere di P. già bene conoscono, o potranno rilevare
quando lo vogliano . Quello poi che riguarda la di lui vita privata e so ciale
lo rilevammo dalla storia di sua famiglia, dalla Biografia sopracitata; nonchè
da quella degli illustri italia ni compilata dal chiarissimo Sig. Emilio de
Tipaldo, Venezia. Finalmente da non poche pregevoli notizie ms. lasciate da
Francesco Aurelio Ginanneschi, giovane di Alessandro P., ed ultimo che stet te
venti e più anni con lui, e perciò informatissimo della sua vita. Questo
ms trovasi presso di noi. Nacque da
Domenico P., e da Ippolita Mariottini. La famiglia dei P. fu originaria di
Ravenna, siccome ne scris se Celso, fratello del nostro Alessandro, nella
storia del la sua Casa. La prima di esse fu stampata in Roma, Zanobi, dedicata
a Paolucci, Segretario di Stato di Clemente XI. La seconda che contiene tutta la
di lui ritrattazione e pubblicata egualmente in Roma in 8° per il Buagni, dedicata a Banchieri assessore
del S. Officio. Ambedue queste operette interessanti la vita letteraria ed i
sentimenti morali del P. le abbiamo nella Biblioteca pubblica Scaff. Quando la
Regina d'Inghilterra in Roma lo chiama a medicarla, nell'atto di presentare il
polso, gli disse. É vero, Sig. Dottore, che voi non avete piacere di medicare
le donne? Alla quale dimanda egli risponde. É verissimo, ma non le regine. Muore
in Roma. confortato da tutti gli ajuti della Religione, Gl’ultimi18 circa dei quali
in una completa cecità Fù sepolto nella Chiesa di S. Silvestro a Monte Cavallo
de' RR.PP, Teatini- La Iscrizione sepolcrale umile, compostasi da se medesimo,
e che trovasi tuttora sopra l'avello, è la seguente. Hic Posuit Exuvias In Die
Irae Resumendas Alexander Pascoli Perusinus Verissimo. Non mi piace medicar le
donne, ma non le regine”,eforsedeglialtri,chesap di Antonio Blado); Trattato
della mutazione dell' altra Lettera si apprende che avea aria,in4. Roma per Alessandro
Gar. Pure scritto un trattato di Rettorica danoec.Di questo opuscolopro- eprincipalmente
sulla Invenzione dusse il suo giudizio il Bonciarioia dicui ne offer copia allo
stessoBon una letterainedita. Perchèi Digesti si allegano morie di sua famiglia
originaria di Ra iniscrittoperdueifedil paragra- venoa, epoistanziataio Perugia;
eda fo per due ss congiunti. queste memorie medesime passate quin 2. Del parto dell'Orsa
. piano e non siano appassionati. Da V. Conclusione del Tribuno della
scoli, ed. Ippolita Mariottini. Termi plebe, in 4. Roma per gl’Eredi di natii giovanili
suoi studii presso ipp. suo articolo, e dal Vincioli nell'opuscolo sullo stesso
argomento. I ràstampata velan anderò. Leco- Dizionario medico,che egli di e che
io farò non saranno da sco- morando in Firenze, studiò assidua »lare, e latine per
qualche mese, ma mente all’ospedale per fare osserva volgari, e contro tutta l'Accademia
zioni anatomiche, e per potere così fiorentina, massime sopra Boccaccio,
migliorare un suo Trattato sul cangia Gennajo da Domenico Pa. egli tolse a
seguire la medicina VI.Versiin Lode delleacquedi incuineotlenne le magistrali insegne
S.Galgano. Ci vengono ricordati dal. quando contava soli anni 21. Grisaldii o quelle
lettere rammentate al Posciasirecò in Firenze a meglio apprendere la scienza
salutare alla scuo e ciario. della Poesia,in CelsoPa. IIF. Questione di Giovanni
Osma. Romapergli Eredi rino Gigliotto Magistrato. anguste ma lucrose vie del
fo. PAPA scoli fratello di Alessandro, e di Leg IV. Risoluzioni di quattrodubbj.
ne, dimorando in Roma scrisse le me di a suoi posteri, noi raccoglieremo le
3.4. Del Perseo, e del Pesco, e brevi notizie di Alessandro, e Leone. loro
natura. Roma per gli Eredidi Nacque Alessandro in Perugia nel Gigliotti, in Giovanni
Gigliotti. E'questo un' Gesuiti, che conoscendolo di bello in opuscolo con cuisicoufutano
leopi- gegno, desideravano a loro condurlo, e nionidi Plutarco, del Manuzio edel
terminate gli studii legali, perch è il Sigonio, I quali credettero che il Tri-
padre voleastrascinarlo miserameate buoo della plebe in Roma non fosse per le
ro taliana, esopra Boccaceio. Gioviin- buone speranze, nonostante che si
tenderne poche parole: Sostato tardo riducesse agli estremi. Ristabilitosi torn’a
rispondervi perchè m'ha ingomnò a prospera meale esercitare la sua brato tutto più
di un mese una com- professione, e colfavore del dotto Mae »posizioncella che ho
fatta per un stro, potè presentarsi al Gran Duca »mio patrone, la quale subito chesa-
Cosimo I. Aggiugne l'Eloy nel suo ladi Kedi, e mentre co Da una lettera inedita
di Lorenzo si sotto di lui attende alla clinica, al Bonciario sembra che egli sia
ccin- fuda mortale malattia sorpreso, ma gesse a scrivere anche sulla Lingua i-
il Redi medesimo ne concepì sempre e èverissimo, ma non le Regine. Fu
Rimpatriato nuovamente si posea anche medico straordinario dei Ponte studiare le
lingue greca e latina sot- fici Clemente XI. Innocenzio XIII. Be to il Canonico
Guidarelli, dicuiveg. Pedetto XIII. e Clemente XII. incom gasil'articolo, e le Matematiche
sot- pagnia di Leprotti, il qua to il Dottor Neri, mentre non lascia- le molto profitta
de'consigli del Pa vadi attendere anche alla Medicina scoli. Dove aessere medico
primario pratica, solto LodovicoViti; nè passò pontificio, ma per non imbarazzarsi
poi molto tempo, che ottennein pa gui la giubilazione. Veggasi la dedica
premessa alla sua opera de Hom inc . Marini Archiatri Pontificj Caraffa de
Gymn. Rom. Com, in stud. Med. Borhe. Valen. e nuovamente tra le disputazioni mediche
raccolte dall' Halleer, per le approvazioni da farsi ne'miracoli Ad altri onori
fu innalzato in Ro- operatia di ntercessione de’Servi del Si ma, imperciocchè ebbe
luogo frai gnorenella loro canonizzazione e, e si XII. Archiatri del Collegio de'
Medici dique’ prodigjdistese pure alcunedi e fra gli Arcadicon il nome di Sofiló
squisizioni. Professa la Medicina con Molossio.Varie istituzioni sanitarie lo
semplicità, e dioesiche il rinomatissi ebbero a medico in Roma, ove cura mo Cardinale
Alessandro Albani Camer la Regina di Polonia, ed il suo figliuo- lengo, lo ebbe
in tanta stima, che non sole conferire impiego a perugin, se non gli veniva
raccomandato lo, gl’eleltori di Baviera e di Colonia, llo fante Elettorale di
Sassonia e la Regina d'Inghilterra, la quale da P. che solea chiamare il Ca
nell'ultima malattia volle il P. merlengo perugino. E avuto in isti. e narra
Celso suo fratello, che nella ma anche dal celebre Haller che ne prima volta in
cui Alessandro le tocca parla nelle opera sue,edilSeguer ilpolzo, glidisse la Regina,
onève àlui dedica la sua Schedula
monito. ro P., che voi non avete pia- ria ec. PA mentodegli organi corpore i per
cacere dimedicar donne?»cuirispose: gione delle passioni . PA 171 triauna Cattedradi
FILOSOFIA, che ten- ri; non ostante però fu continuamente neperapni10., ragunando
poi sem- in grazia degli stessi Pontefici, ed i pre in casa sua una Accademia aperta
venne medico del Conclave dopo la di Letterati. Intanto e chiamato aleg- morte di
Benedetto XIII. ee quando fu gere in Padova, e mentre si dispone creato Clemente
XII. Va arecarsia quel dottissimo Studio, Inoltre aveaeserci Clemente XI. lo chiama
a leggere nell' tata in Roma anche la carica di Pro Archi-ginnasio romano. Coldreca.
to medico di quella Metropoli, e dello tosi incomio cid tosto ad insegnare, la
Stato Ecclesiastico e la Consul Notomia,
che per anni continui tasole a sempre ricercare i suoi voti vi professò;
ottenne poi alire catte- in qualunque bisogno di medica poli dre di teorica e pratica
con vistosi zia. Fu similmente varie volte occu stipendi, finchè neconse pato dalla
Congregazione de, Riti nellaCorte, rifiutò sempre questi ono PERVGINVS
VIXIT OB.V. tica Papi M e 1. Delle febbri
Teorica e Pratica dico e filosofo sabinese. Roma. secondo il nuovo sistema, ove
tuttosi per il Zanobj 8. spiega per quanto è possibile ad im Dopo il lungo
spazio di anni, mitazione de’ Geometriec. Perugia fu proibita quest'opera, el'Autore
X. Della natura dei nostri pensie; Osservazioni Teoriche e Pratiri, e della natura
concuisiespri che di Medicina inviate fonde in virtù di loro elastica possan.
Sofilo Molossio Pastore Arcade zaec. Roma presso Barnabò perugino, e custode degli
armenti automatici in Arcadia. Gli difende dal De homine sive de
corpore PA PA l pel Costantini 4. Sieguonoal- tocco da scrupolo pubblica ilN.VII.
cuni suoi discorsi in materie mediche. Anatome Literarumsive Pal. Muore
santamente in Roma di vallo con questa iscrizione nel suotu. anni edopoanni dicecità,e
mulo cheerasi composta per lui stesso. Le dolle opere che lasciò a' posteri
sono: lo scrutinio che nefa nellasua cri • II. Il Corpo umano o breve Istoria
dove con nuovo metodo si descrivono ladis pervestigatio ec. Romae In ultimo
vannoaggiun- per lo Buagni .Vedi il N. V. .M. HIC 0.POSVIT, EXVVIAS IN DIE IRAE
RESVMENDAS ALEXANDER P. typis Cajetani Zanobii8. in compendio tutti gli organi suoi,
furi prodotta per lo Salvioni in4. con cd i loro principali officj ec Perugia
pel Costantini in 4.Ven. qualche diversità nel titolo. VII. Sofilo senza maschera.
Roma te due Pistole del Baglivi a P.: De fibra motrice et morbosa, nec non
zioni di alcuni Servi di Dio.Roma de experimentis ac morbis ec. per Giornale de
Letterati Ven. E sepolto in S. Silvestro
di Monte Car Voti scritti per le Canoniza. Del moto che nei mobili siri. Nuovo
metodo per introdursi IX. Dei moto che nei corpi sidif ad imitazione de’ geometri
con ordi- fonde per impulso esteriore ne, chiarezza e brevità nelle più, Tratta
sotto fisico matematico ad insegnare la tili questioni di Fflosofia, Logica, Mo-
possanza degli clementi 4. Roma per rale, e Fisica.Ven. per Andrea Po- 'lo Salvioni
letti. in 4. vediil N.X. fig. (1) o lettere mono. Riflessioni metafisich ecc. Ro
agli eruditissimi Signori disuaprima Serve disecondapar vata Accademiaec.Ven. per
teall'opera data al N. I. Andrea Poletti 4.,ed ivi nuovamente
humano vitam habente ratione tampro- insegne; e continuando inessigiunse
spera et amafficta e valetudinis. Li- a cuoprire l'onore vole posto di Segre
bri tres. Romae in4. ex per Andr. Poletti (sò poscia a Ravenna, d'onde
alloscri. onori, che non versavansi allora con soil Barnabòcon varj discorsi. L'
tanta generosità, perchè al solo meri opera stessa fu ri-stampata in Venezia to
concedevansi. Scorsi pochi mesi di pel Poletti in 4. cuisiag. sua dimora in Firenze,
torna arive giunse una memoria di Seguerdiret de re la patria, da cuisirecò nuova.
ta a P. . mente in Roma sede degli studii lega XIV. Alcuni opuscoli anonimi in
li, verso de'quali Leonecra inclina. Difesadi Alessandro P., Sicretissimo, la quella
Metropoli diporta. dono suoi, esonoin risposta adal-si con tanta saggezza, che divenne
fa tri opuscoli del bresciano Cri- miliare del Duca d'Weda Ambasciado. stoforo Zannettini
già stato scolare del re del Re di Spagna alla Corte romu. Medesimo P.; ed in quelle
dispuna. Ma circostanze politiche, che oscu. tealtri molti opuscolisi videro. Ma
raro no la riputazione di quel poco assennato Ministro, anche ad egli fe delle sue
opere mediche si fe ce altra edizione in Venezia in due cero cambiare partitie
siavviò per volume. Oltregli una carriera diversa. Dopo di averevi Scritti che
a P. indirizzarono sitate alcune delle primarie città d'Ita, Baglivi, e Seguer glilia,
torno a rivedere la patria, e ad fu dedicata la seconda edizione delle una vastissima
suppellettile di cognizio Maschere sceniche del Ficoroni. CONVERSANDO gl’uomini
tra sè, ed avendo in conseguen [ROMA ETCRIS EMANUELE Donde è nico il] za necessità
di COMUNICARE a vicenda i pensieri, e le linguagio degl, a to Cà CO. Uomini
partico idee, che passano intimamente loro nell'ANIMO; nè potendo laze ciò
conseguire in questo mondo sensibile, se non che in virtù di qualche oggetto
atto a muovere i sensi, CONVENNERO DI COMUN CONSENSO ad unire in maniera i loro
pensieri e le loro idee, ancorche al tutto insensibili, a certi SEGNI SENSIBILI,
ed in particolare alle voci, che queste, stimolando per entro agl’orecchi gl’organi
dell'udito, destino con un a tale alte razione nell'ANIMO, di chiode, quei pensieri,
e quelle idee, che concordarono di ESPRIMERE per simili SEGNI, o voci, chiamate
comunemente termini. I termini dunque in logica non sono se non chele semplice voci
inventate dagl’uomini a piacere per esprimere con maniere sensibili le loro
idee insensibili. Di qui è, che nato è tra i popoli ogni linguaggi particolare.
Di cosi fatto linguaggio, e delle idee, che esso esprime, rispetto alle
operazioni dette dell'intelletto, cioè rispetto al raziocinio umano, nel corso
del saggio presente facciamo esatta menzione. Alessandro Pascoli. Keywords:
fisiologia, corpo, galileo, il fuco di Girgenti, Cicerone, Bianchini.
Verissimo, non mi piace medicar le donne, ma non le regine” spiegazione
dell’entimema in termini dell’intenzione dei communicatori – chi da il segno e
chi lo receve – il segno sensibili dell’idea della cosa. Equivoco se il termine
e dunque la proposizione rippresenta due idee. -- Luigi Speranza, “Grice e
Pascoli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Pascoli: decadenza
divina – l’implicatura conversazionale – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (San
Mauro). Filosofo italiano. San Mauro, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Considerato
il maggior filosofo decadente, nonostante la sua formazione principalmente
positivistica. Dal Fanciullino, articolo programmatico, emerge una
concezione intima e interiore del sentimento poetico, orientato alla
valorizzazione del particolare e del quotidiano, e al recupero di una
dimensione infantile e quasi primitiva. D'altra parte, solo il poeta può
esprimere la voce del "fanciullino" presente in ognuno: quest'idea
consente a Pascoli di rivendicare per sé il ruolo, per certi versi ormai
anacronistico, di "poeta vate", e di ribadire allo stesso tempo
l'utilità morale (specialmente consolatoria) e civile della poesia. Egli,
pur non partecipando attivamente ad alcun movimento letterario dell'epoca, né
mostrando particolare propensione verso la poesia europea contemporanea (al
contrario di D'Annunzio), manifesta nella propria produzione tendenze
prevalentemente spiritualistiche e idealistiche, tipiche della cultura di fine
secolo segnata dal progressivo esaurirsi del positivismo. Complessivamente la
sua opera appare percorsa da una tensione costante tra la vecchia tradizione
classicista ereditata da Carducci e le nuove tematiche decadenti. Risulta
infatti difficile comprendere il vero significato delle sue opere più
importanti, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e
psicologici che egli stesso ri-organizzò per tutta la vita, in modo ossessivo,
come sistema semantico di base del proprio mondo poetico e artistico. Nacque
in provincia di Forlì all'interno di una famiglia benestante, quarto dei dieci
figli due dei quali morti molto piccolo di Ruggero P., amministratore
della tenuta La Torre della famiglia dei principi Torlonia, e di Caterina
Vincenzi Alloccatelli. I suoi familiari lo chiamano affettuosamente Zvanì. Il
padre e assassinato con una fucilata, sul proprio calesse, mentre tornava a
casa da Cesena. Le ragioni del delitto, forse di natura politica o forse
dovute a contrasti di lavoro, non sono mai chiarite e i responsabili rimasero
ignoti. Nonostante tre processi celebrati e nonostante la famiglia ha forti
sospetti sull'identità dell'assassino, come traspare evidentemente ne “La cavalla
storna”. Il probabile mandante e infatti Pietro Cacciaguerra (al quale fa
riferimento, senza nominarlo, nella lirica Tra San Mauro e Savignano, possidente
ed esperto fattore da bestiame, che divenne successivamente agente per conto
del principe, co-adiuvando l'amministratore A. Petri, sub-entrato al padre dopo
il delitto. I due sicari, i cui nomi correvano di bocca in bocca in paese, sono
L. Pagliarani detto Bigéca, fervente repubblicano, e M.
Dellarocca, probabilmente fomentati dal presunto mandante. Sempre da lui venne
scritta una poesia in ricordo della notte dell'assassinio del padre, X agosto,
la notte di San Lorenzo, la stessa notte in cui morì il padre.
Sull'intricatissima vicenda del delitto Pascoli è stato pubblicato il saggio “Omicidio
Pascoli”. Il complotto frutto di ricerche negli archivi locali e che, oltre a
pubblicare documentazione inedita, formula l'ipotesi di uncomplotto perpetrato
ai danni dell'amministratore Pascoli. Il trauma lascia segni profondi nel
poeta. La famiglia comincia a perdere gradualmente il proprio stato economico e
successivamente a subire una serie impressionante di lutti, disgregandosi:
costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la sorella
Margherita di tifo, e la madre per un attacco cardiaco (di "crepacuore",
si disse), il fratello Luigi, colpito da
meningite, e il fratello maggiore Giacomo, di tifo. Da recenti studi anche il
fratello maggiore, che aveva tentato inutilmente di ricostituire il nucleo
familiare a Rimini, potrebbe essere stato assassinato, forse avvelenato.
Giacomo infatti nell'anno in cui morì ricopriva la carica di assessore comunale
e pare conoscesse personalmente coloro che avevano partecipato al complotto per
uccidere il padre, oltre al fatto che i giovani fratelli Pascoli (in
particolare Raffaele e Giovanni) si erano avvici tal punto alla verità sul
delitto da essere minacciati di morte. Le due sorelle Ida e Maria andarono
a studiare nel collegio del convento delle monache agostiniane, a Sogliano al
Rubicone, dove viveva Rita Vincenzi, sorella della madre Caterina e dove
rimasero dieci anni: nel 1882, uscite di convento, Ida e Maria chiesero aiuto
al fratello Giovanni, che dopo la laurea insegnava al liceo Duni di Matera,
chiedendogli di vivere con lui, facendo leva sul senso di dovere e di colpa di
Giovanni, il quale durante i 9 anni universitari non si era più occupato delle
sorelle. Nella biografia scritta dalla sorella Maria, Lungo la vita di Giovanni
Pascoli, il futuro poeta è presentato come un ragazzo solidoe vivace, il cui
carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue
reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo e
a cercare i mezzi per proseguire gli studi universitari, nonché nel puntiglio,
sempre frustrato, nel ricercare e perseguire l'assassino del padre. Questo
desiderio di giustizia non sarà mai voglia di vendetta, e Pascoli si pronuncerà
sempre contro la pena di morte e contro l'ergastolo, per motivi principalmente
umanitari. Dopo la morte del fratello Luigi avvenuta per meningite dovette
lasciare il collegio Raffaello dei padri Scolopi di Urbino. Si trasferì a
Rimini, per frequentare il liceo classico Giulio Cesare. Gunse a Rimini assieme
ai suoi cinque fratelli: Giacomo, Raffaele, Alessandro Giuseppe, Ida, Maria (6,
chiamata affettuosamente Mariù. L'appartamento, già scelto da Giacomo ed
arredato con lettini di ferro e di legno, e con mobili di casa nostra, era in
uno stabile interno di via San Simone, e si componeva del pianterreno e del
primo piano», scrive Mariù: «La vita che si conduceva a Rimini… era di una
economia che appena consentiva il puro necessario». Pascoli terminò infine gli
studi liceali a Cesena dopo aver frequentato il ginnasio ed il liceo al
prestigioso Liceo Dante di Firenze, ed aver fallito l'esame di licenza a causa
delle materie scientifiche. Grazie ad una borsa di studio di 600 lire (che
poi perse per aver partecipato ad una manifestazione studentesca) ssi iscrisse
all'Bologna, dove ebbe come docenti G. Carducci e G. Gandino, e diventò amico
del poeta e critico S.Ferrari. Conosciuto A. Costa e avvicinatosi al movimento
anarco-socialista, comincia, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Durante una
manifestazione socialista a Bologna, dopo l'attentato fallito dell'anarchico
lucano G. Passannante ai danni del re Umberto I, lesse pubblicamente un proprio
sonetto dal presunto titolo Ode a Passannante. L'ode venne subito dopo
strappata (probabilmente per timore di essere arrestato o forse pentito,
pensando all'assassinio del padre. Dessa si conoscono solamente gli ultimi due
versi tramandati oralmente. Colla berretta d'un cuoco, faremo una bandiera. La
paternità del componimento e oggetto di controversie. Sia la sorella Maria sia
lo studioso P. Bianconi negano che avesse scritto tale ode. Bianconi la define la
più celebre e citata delle poesie inesistenti della letteratura italiana. Benché
non vi sia alcuna prova tangibile sull'esistenza dell'opera, G. Lolli,
segretario della federazione socialista di Bologna e il suo amico, dichiara di
aver assistito alla lettura e attribue a lui la realizzazione della lirica. Arrestato
per aver partecipato ad una protesta contro la condanna di alcuni anarchici, i
quali erano stati a loro volta imprigionati per i disordini generati dalla
condanna di Passannante. Durante il loro processo urla. Se questi sono i
malfattori, evviva i malfattori! Dopo poco più di cento giorni, esclusa la
maggiore gravità del reato, con sentenza, la Corte d'Appello rinvia gli
imputati P. e U. Corradinidavanti al Tribunale. Il processo, in cui Pascoli era
difeso dall'avvocato Barbanti, ha luogo, chiamato a testimone anche Carducci
che invia una sua dichiarazione. Non ha capacità a delinquere in relazione ai
fatti denunciati. Viene assolto ma attraversa un periodo difficile. Medita il
suicidio ma il pensiero della madre defunta lo fa desistere, come dirà nella
poesia La voce. Alla fine riprende gli studi con impegno. Nonostante le
simpatie verso il movimento anarco-socialista, quando Umberto I venne ucciso da
un altro anarchico, G. Bresci, Pascoli rimase amareggiato dall'accaduto e
compose la poesia Al Re Umberto. Abbandona la militanza politica, mantenendo un
socialismo umanitario che incoraggiasse l'impegno verso i deboli e la concordia
universale tra gli uomini, argomento di alcune liriche: «Pace, fratelli!
e fate che le braccia ch'ora o poi tenderete ai più vicini, non sappiano la
lotta e la minaccia.» (I due fanciulli). Dopo la laurea con una tesi su
Alceo, P. intraprese la carriera di insegnante di latino e greco nei licei di
Matera e di Massa. Dopo le vicissitudini e i lutti, aveva finalmente ritrovato
la gioia di vivere e di credere nel futuro. Ecco cosa scrive all'indomani della
laurea da Argenta: "Il prossimo ottobre andrò professore, ma non so
ancora dove: forse lontano; ma che importa? Tutto il mondo è paese ed io ho
risoluto di trovar bella la vita e piacevole il mio destino". Su
richiesta delle sorelle Ida e Maria, nel convento di Sogliano, riformula il
proprio progetto di vita, sentendosi in colpa per avere abbandonato le sorelle
negli anni universitari. Ecco a tale proposito una lettera di Giovanni scritta
da Argenta, il quale, ripreso dalle sorelle per averle abbandonate, così
risponde: "Povere bambine! Sotto ogni parola di quella vostra
lettera così tenera, io leggevo un rimprovero per me, io intravedevo una
lagrima!." E ancora da Matera il poeta scrive. Amate voi me, che ero
lontano e parevo indifferente, mentre voi vivevate nell'ombra del chiostro. Amate
voi me, che sono accorso a voi soltanto quando escivate dal convento raggianti
di mite contentezza, m'amate almeno come le gentili compagne delle vostre gioie
e consolatrici dei vostri dolori? Iniziato
alla massoneria, presso la loggia "Rizzoli" di Bologna. Il testamento
massonico autografo del Pascoli, a forma di triangolo (il triangolo è un
simbolo massonico), è stato rinvenuto. Insegna a Livorno al Ginnasio-Liceo
"Guerrazzi e Niccolini", nel cui archivio si trovano ancora lettere e
appunti scritti di suo pugno. Inizia la collaborazione con la rivista Vita
nuova, su cui uscirono le prime poesie di Myricae, raccolta che continuò a
rinnovarsi in cinque edizioni. Con le sorelle Ida e Maria Vinse inoltre per ben
tredici volte la medaglia d'oro al Concorso di poesia latina di Amsterdam, col
poemetto Veianus e coi successivi Carmina. E chiamato a Roma per collaborare
con il Ministero della pubblica istruzione. Nella capitale fece la conoscenza
di A. Bosis, che lo invitò a collaborare alla rivista Convito (dove
sarebbero infatti apparsi alcuni tra i componimenti più tardi riuniti nel
volume Poemi conviviali), e di Annunzio, il quale lo stima, anche se il
rapporto tra i due filosofi e sempre complesso. G. Bernardo, a capo del
Grande Oriente d'Italia, esplicitamente dichiara l'appartenenza di P. e
Carducci alla massoneria, per un certo periodo nelle logge. Il nido di
Castelvecchio «La nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera» (Giovanni Pascoli, La mia sera, Canti di Castelvecchio)
Divenuto professore universitario e costretto dalla sua professione a lavorare
in più città (Bologna, Messina e Pisa), non si radicò mai in esse,
preoccupandosi sempre di garantirsi una via di fuga verso il proprio mondo di
origine, quello agreste. Tuttavia il punto di arrivo sarebbe stato sul versante
appenninico opposto a quello da cui proveniva la sua famiglia. Infatti si
trasferì con la sorella Maria nella Media Valle del Serchio nel piccolo borgo
di Castelvecchio nel comune di Barga, in una casa che divenne la sua residenza
stabile quando (impegnando anche alcune medaglie d'oro vinte al Concorso
di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla. Dopo il matrimonio della
sorella Ida con il romagnolo Berti, matrimonio che il poeta contempla e seguito
i vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per l'indifferenza della
sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste economiche da parte di
lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda ferita dopo vinte al
Concorso di poesia latina di Amsterdam poté acquistarla. Dopo il
matrimonio della sorella Ida con S. Berti, matrimonio che contempla e seguito
vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per l'indifferenza della
sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste economiche da parte di
lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda ferita dopo vinte al
Concorso di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla. Dopo il
matrimonio della sorella Ida con il romagnolo Sa. Berti, matrimonio che
contempl e seguito P. vivrà in seguito alcuni mesi di grande sofferenza per
l'indifferenza della sorella Ida nei suoi confronti e le continue richieste
economiche da parte di lei e del marito, vivendo la cosa come una profonda
ferita dopo anni di sacrifici e dedizione alle sorelle, a causa delle qualia
causa delle quali ha di fatto più volte rinunciato all'amore. A tale proposito,
una vinte al Concorso di poesia latina di Amsterdam) poté acquistarla.
Dopo il matrimonio della sorella Ida con il romagnolo S. Berti, matrimonio che
il poeta aveva contemplato e seguito sin vivrà in seguito alcuni mesi di grande
sofferenza per l'indifferenza della sorella Ida nei suoi confronti e le
continue richieste economiche da parte di lei e del marito, vivendo la cosa
come una profonda ferita dopo mostra dedicata agli "Amori di Zvanì" e
allestita dalla Casa Pascoli nel, getta luce sulle sue vicende amorose inedite,
chiarendo finalmente il suo desiderio più volte manifestato di crearsi una
propria famiglia. Molti particolari della vita personale, emersi dalle lettere
private, furono taciuti dalla celebre biografia scritta da M. P., poiché
giudicati da lei sconvenienti o non conosciuti. Il fidanzamento con la
cugina Imelde Morri di Rimini, all'indomani delle nozze di Ida, organizzato
all'insaputa di Mariù, dimostra infatti il suo reale intento. Di fronte alla
disperazione di Mariù, che non avrebbe mai accettato di sposarsi, né
l'ingerenza di un'altra donna in casa sua, ancora una volta rinuncerà al
proposito di vita coniugale. Si può affermare che la vita moderna della
città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica,
nella sua poesia. In un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì,
in tutta la sua produzione letteraria, l'unico grande tema, una specie di
microcosmo chiuso su sé stesso, come se ha bisogno di difenderlo da un
minaccioso disordine esterno, peraltro sempre innominato e oscuro, privo di
riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre. Sul
tormentato rapporto con le sorelle il nido familiare che ben presto divenne
tutto il mondo della sua poesia. Scrive parole di estrema chiarezza il poeta
Mario Luzi. Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e
ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle
quali Ida è connivente solo in parte. Si tratta in ogni caso di una vera e
propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla
responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo
presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli
suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di
investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa
natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che
meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta
con durezza, gli altri fratelli. In pratica difende il nido con sacrificio, ma
anche lo oppone con voluttà a tutto il resto. Non è solo il suo
ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a
strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà
non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e
profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Media Valle del
Serchio dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.» ([M. Luzi])
In particolare si fecero difficili i rapporti con Giuseppe, che mise più volte
in imbarazzo Giovanni a Bologna, ubriacandosi continuamente in pubblico nelle
osterie, e con il marito di Ida, il quale
dopo aver ricevuto in prestito dei soldi da lui, partì per l'America
lasciando in Italia la moglie e le tre figlie. Le trasformazioni politiche
e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe
bellica europea, gli gettarono progressivamente, già emotivamente provato
dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una
condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati, che lo conduceno in
una fase di depressione e nel baratro dell'alcolismo. Abusa di vino e cognac,
come riferisce anche nelle lettere. Le uniche consolazioni sono la poesia, e il
suo nido di Castelvecchio, dopo la perdita della fede trascendente, cercata e
avvertita comunque nel senso del mistero universale, in una sorta di agnosticismo
mistico, come testimonia una missiva a G. Semeria. Io penso molto all'oscuro
problema che resta. Oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano della nostra
sorella grande morte. Oh! sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse
abitato! Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la
cristiana, sono per così dire, Tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse. Mentre
insegnava latino e greco nelle varie università dove aveva accettato
l'incarico, pubblicò anche i volumi di analisi dantesca Minerva oscura, Sotto
il velame e la mirabile visione. Assunse la cattedra di letteratura italiana a Bologna
succedendo a Carducci. Qui ebbe allievi che sarebbero stati poi celebri,
tra cui A. Garzanti. Presenta al concorso indetto dal Comune di Roma per
celebrare il cinquantesimo dell'Unità d'Italia, il poema latino “Inno a Roma”
in cui riprendendo un tema già anticipato nell'ode Al corbezzolo esalta
Pallante come il primo morto per la causa nazionale e poi deposto su rami di
corbezzolo che con i fiori bianchi, le bacche rosse e le foglie verdi, vengono
visti come un'anticipazione della bandiera tricolore. Scoppiata la guerra
italo-turca, presso il teatro di Barga pronuncia il celebre discorso a favore
dell'imperialismo La grande Proletaria si è mossa: egli sostiene infatti che la
Libia sia parte dell'Italia irredenta, e l'impresa sia anche a favore delle
popolazioni sottomesse alla Turchia, oltre che positiva per i contadini
italiani, che avranno nuove terre. Si tratta, in sostanza, non di nazionalismo
vero e proprio, ma di un'evoluzione delle sue utopie socialiste e patriottiche.
Le sue condizioni di salute peggiorano. Il medico gli consiglia di lasciare
Castelvecchio e trasferirsi a Bologna, dove gli viene diagnosticata la cirrosi
epatica per l'abuso di alcool. Nelle memorie della sorella viene invece
affermato che fosse malato di epatite e tumore al fegato. Il certificato di morte riporta come causa un
tumore allo stomaco, ma è probabile fosse stato redatto dal medico su richiesta
di Mariù, che intendeva eliminare tutti gli aspetti che lei giudicava sconvenienti
dall'immagine del fratello, come la dipendenza da alcool, la simpatia giovanile
per Passannante e la sua affiliazione alla Massoneria. La malattia lo porta
infatti alla morte, un Sabato Santo vigilia di Pasqua, nella sua casa di
Bologna, in via dell'Osservanza n. 2. La vera causa del decesso fu probabilmente
la cirrosi epatica. Venne sepolto nella cappella annessa alla sua dimora di
Castelvecchio di Barga, dove sarà tumulata anche l'amata sorella Maria, sua
biografa, nominata erede universale nel testamento, nonché curatrice delle
opere postume. L'ultima dimora dove morì, a Bologna in via
dell'Osservanza n. 2. Sul cancello si può brevi parentesi politiche
della sua vita. Venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere. L'ulteriore
senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine del
tutore Carducci e al compimento degli studi con una tesi su Alceo. A
margine degli studi veri e propri, comunque, conduce una vasta esplorazione della
filosofia ttraverso le riviste francesi specializzate come la Revue des deux
Mondes, che lo misero in contatto con l'avanguardia simbolista, e la lettura
dei testi scientifico-naturalistici di Michelet, Fabre e Maeterlinck. Tali testi filosofici
utilizzano la descrizione naturalistica la vita degli insetti soprattutto, per
quell'attrazione per il micro-cosmo così caratteristica del romanticismo
decadente in chiave filosofica. L’sservazione era aggiornata sulle più recenti
acquisizioni filosofiche dovute al perfezionamento del microscopio e della
sperimentazione di laboratorio, ma poi veniva filtrata letterariamente
attraverso uno stile lirico in cui domina il senso della meraviglia e della
fantasia. E un atteggiamento positivista romanticheggiante che tende a vedere
nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano. Coerentemente con
questi interessi, vi fu anche quello per la filosofia dell'inconscio di Hartmann
che apre quella linea di interpretazione della psicologia in senso
anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi freudiana. È evidente in
queste letture come in quella successiva di J. Sully sulla psicologia
un'attrazione verso il mondo piccolo dei fenomeni naturali e psicologicamente
elementari che tanto fortemente caratterizza tutta la sua poesia. E non solo la
sua. La cultura filosofica ha coltivato un particolare culto per il mondo
dell'infanzia, dapprima, in un senso culturale più generico, poi, con un più
accentuato intendimento psicologico. I Romantici, sulla scia di VICO (si veda)
e di Rousseau, paragonano l'infanzia allo stato primordiale di natura dell'umanità,
inteso come una sorta di età dell'oro. Si comincia ad analizzare in modo
più realistico e scientifico la psicologia, portando l'attenzione del individuo
in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento. La filosofia produce
una quantità considerevole di saggi che costituirono la vera letteratura di
massa. Parliamo delle innumerevoli raccolte di fiabe dei fratelli Grimm di Andersen, di Ruskin, Wilde, Maeterlinck; o
come il capolavoro di Dodgson, Alice nel Paese delle Meraviglie (cf. Pinocchio,
Cuore). Oppure i libri di avventura adatti anche all'infanzia, come i romanzi
di Verne, Kipling, Twain, Salgari, London. Saggi sull'infanzia, dall'intento
moralistico ed educativo, come Senza famiglia di Malot, Il piccolo Lord di
Burnett, Piccole donne di Alcott e i celeberrimi “Cuore” di De Amicis e “Pinocchio”
di Collodi. Tutto questo ci serve a ricondurre, naturalmente, la sua teoria della
poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del fanciullino,
ai riflessi di un vasto ambiente filosofico che e assolutamente maturo per
accogliere la sua proposta. In questo senso non si può parlare di una vera
novità, quanto piuttosto della sensibilità con cui sa cogliere un gusto diffuso
e un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all'Italia
manca dall'epoca di Leopardi. Per quanto riguarda il linguaggio, ricerca una
sorta di musicalità evocativa, accentuando l'elemento sonoro del verso, secondo
il modello dei poeti maledetti Verlaine e Mallarmé. La poesia come nido che
protegge dal mondo. La poesia ha natura irrazionale e con essa si può giungere
alla verità di ogni cosa. Il poeta deve essere un poeta-fanciullo che arriva a
questa verità mediante l'irrazionalità e l'intuizione. Rifiuta quindi la
ragione e, di conseguenza, rifiuta il positivismo, che e l'esaltazione della
ragione stessa e del progresso, approdando così al decadentismo. La poesia
diventa così analogica, cioè senza apparente connessione tra due o più realtà
che vengono rappresentate; ma in realtà una connessione, a volte anche un po'
forzata, è presente tra i concetti, e il poeta spesso e volentieri è costretto
a voli vertiginosi per mettere in comunicazione questi concetti. La poesia
irrazionale o analogica è una poesia di svelamento o di scoperta e non di
invenzione. I motivi principali di questa poesia devono essere "umili
cose": cose della vita quotidiana, cose modeste o familiari. A questo si
unisce il ricordo ossessivo dei suoi morti, le cui presenze aleggiano
continuamente nel “nido”, riproponendo il passato di lutti e di dolori e
inibendo al poeta ogni rapporto con la realtà esterna, ogni vita di relazione,
che viene sentita come un tradimento nei confronti dei legami oscuri, viscerali
del nido. Il duomo, al cui suono della campana si fa riferimento ne L'ora di
Barga Nella vita dei letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre
pressoché costantemente la contrapposizione problematica tra mondo cittadino e
mondo agreste, intesi come portatori di valori opposti: mentre la campagna
appare sempre più come il paradiso perduto dei valori morali e culturali, la
città diviene simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima
della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente
materiale. Questa contrapposizione può essere interpretata sia alla luce
dell'arretratezza economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto
all'evoluzione industriale delle grandi nazioni europee, sia come conseguenza
della divisione politica e della mancanza di una grande metropoli unificante
come erano Parigi per la Francia e Londra per l'Inghilterra. I luoghi poetici
della terra, del borgo, dell'umile popolo che ricorrono fino agli anni del
primo dopoguerra non fanno che ripetere il sogno di una piccola patria
lontana,che l'ideale unitario vagheggiato o realizzato non spegne mai del
tutto. Decisivo nella continuazione di questa tradizione fu proprio Pascoli,
anche se i suoi motivi non furono quelli tipicamente ideologici degli altri
scrittori, ma nacquero da radici più intimistiche e soggettive. Scrive al pittore
De Witt. C'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita
semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in
campagna, c'è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci
dall'immutabile destino». In questa contrapposizione tra l'esteriorità della
vita sociale (e cittadina) e l'interiorità dell'esistenza familiare e agreste si
racchiude l'idea dominanteaccanto a quella della mortedella poesia pascoliana.
Dalla casa di Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Media Valle
del Serchio, non usce più (psicologicamente parlando) fino alla morte. Pur
continuando in un intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e
accettando di succedere a Carducci sulla cattedra dell'Bologna, egli ci ha
lasciato del mondo una visione univocamente ristretta attorno ad un
"centro", rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra
amore e morte. Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi,
il poeta avesse trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico
l'unico mezzo per costringere le paure e i fantasmi dell'esistenza in un
recinto ben delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita
di normali relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò
con straordinario impegno creativo, costruendo una raccolta di versi e di forme
che la letteratura italiana non vedeva, per complessità e varietà, dai tempi di
Chiabrera. La ricercatezza quasi sofisticata, e artificiosa nella sua eleganza,
delle strutture metriche scelte da P. mescolanza di novenari, quinari e
quaternari nello stesso componimento, e così viaè stata interpretata come un
paziente e attento lavoro di organizzazione razionale della forma poetica
attorno a contenuti psicologici informi e incontrollabili che premevano
dall'inconscio. Insomma, esattamente il contrario di quanto i simbolisti
francesi e le altre avanguardie artistiche proclamano nei confronti della
spontaneità espressiva. Frontespizio di un'edizione del discorso
socialista e nazionalista di P. La Grande Proletaria si è mossa, in favore
della guerra di Libia. Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è
ricca di tematiche socio-politiche (Odi e inni, comprendenti gli inni Ad
Antonio Fratti, Al re Umberto, Al Duca degli Abruzzi e ai suoi compagni,
Andrée, nonché l'ode, aggiunta nella terza edizione, Chavez; Poemi italici;
Poemi del Risorgimento; nonché il celebre discorso La grande Proletaria si è
mossa, tenuto in occasione di una
manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio
che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che
comprendono le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio, nei quali il
poeta trae spunto dall'ambiente a lui familiare come la Ferrovia Lucca-Aulla
("In viaggio"), nonché parte dei Poemetti. Il mondo di P. è tutto lì:
la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei
lutti privati. Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte,
senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un
delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D'altra parte queste
poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c'è visione che più campeggi o
sul bianco della gran nave o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che
quella dei trasporti o delle comunioni che passano: e non c'è suono che più si
distingua sul fragor dei fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul
canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e
fioriscano intorno all'antica tomba della mia giovane madre queste myricae
(diciamo cesti o stipe) autunnali. Dalla Prefazione di P. ai Canti di
Castelvecchio. Il poeta e il fanciullino. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore,
non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di
stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del Carducci, un artiere che foggi
spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che
nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale
infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli
altri trasmette l'uno e l'altra. Da Il fanciullino. Uno dei tratti salienti per
i quali è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del
fanciullino, da lui stesso esplicitata nello scritto omonimo apparso sulla
rivista Il Marzocco. Influenzato dalla psicologia di J. Sully e dalla filosofia
dell'inconscio di Hartmann, dà una definizione assolutamente compiutaalmeno
secondo il suo punto di vistadella poesia (dichiarazione poetica). Si tratta di
un testo di 20 capitoli, in cui si svolge il dialogo fra il poeta e la sua
anima di fanciullino, simbolo: dei margini di purezza e candore,
che sopravvivono nell'uomo adulto. Della poesia e delle potenzialità
latenti di scrittura poetica nel fondo dell'animo umano. Caratteristiche del
fanciullino. Rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce
ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella".
"Piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed
alla nostra ragione". "Guarda tutte le cose con stupore e con
meraviglia, non coglie i rapporti logici di causaeffetto, ma intuisce. Scopre
nelle cose le relazioni più ingegnose. Riempie ogni oggetto della propria
immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.
Una rondine. Gli uccelli e la natura, con precisione del lessico zoologico e
botanico ma anche con semplicità, sono stati spesso cantati da P. Il poeta
allora mantiene una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica,
ma: Possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di
significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni. Comunica
verità latenti agli uomini -- è Adamo, che mette nome atutto ciò che vede e
sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata
universale). Deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere),
con quello della vecchiaia (saper dire). Percepisce l'essenza delle cose e non
la loro apparenza fenomenica. La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a
parlarecon la voce del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di
stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che
permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno
cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. È una realtà ontologica.
Ha scarso rilievo la dimensione storica (trova suoi interlocutori in Virgilio,
come se non vi fossero secoli e secoli di mezzo. La poesia vive fuori dal tempo
ed esiste in quanto tale. Nel fare poesia una realtà ontologica (il
poeta-microcosmo) si interroga suun'altra realtà ontologica (il
mondo-macrocosmo); ma per essere poeta è necessario confondersi con la realtà
circostante senza cheil proprio punto di vista personale e preciso
interferisca: il poeta si impone la rinuncia a parlare di se stesso, tranne in
poche poesie, in cui esplicitamente parla della sua vicenda personale. È vero
che la vicenda autobiografica dell'autore caratterizza la sua poesia, ma con
connotazioni di portata universale: ad esempio la morte del padre viene
percepita come l'esempio principe della descrizione dell'universo, di
conseguenza gli elementi autenticamente autobiografici sono scarsi, in quanto
raffigura il male del mondo in generale. Tuttavia, nel passo XI del fanciullino,
dichiara che un vero poeta è, più che altro, il suo sentimento e la sua visione
che cerca di trasmettere agli altri. Per cui il poeta rrifiuta. Il classicismo,
che si qualifica per la centralità ed unicità del punto di vista del poeta, che
narra la sua opera ed esprime le proprie sensazioni. il Romanticismo, dove il
poeta fa di sé stesso, dei suoi sentimenti e della sua vita, poesia. La poesia,
così definita, è naturalmente buona ed è occasione di consolazione per l'uomo e
il poeta. Pascoli fu anche commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse
inoltre la collana editoriale "Biblioteca dei Popoli". Il limite
della poesia del P. è costituito dall'ostentata pateticità e dall'eccessiva
ricerca dell'effetto commovente. D'altro canto, il merito maggiore attribuibile
al P. e quello di essere riuscito nell'impresa di far uscire la poesia italiana
dall'eccessiva aulicità e retoricità non solo di Carducci e di Leopardi, ma
anche del suo contemporaneo Annunzio. In altre parole, e in grado di creare
finalmente un legame diretto con la poesia d'Oltralpe e di respiro europeo. La
lingua pascoliana è profondamente innovativa. Essa perde il proprio
tradizionale supporto logico, procede per simboli e immagini, con brevi frasi,
musicali e suggestive. La poesia cosmica L'ammasso aperto delle
Pleiadi nella costellazione del Toro. Lo cita col nome dialettale di Chioccetta
ne Il gelsomino notturno. La visione dello spazio buio e stellato è uno dei
temi ricorrenti nella sua poesia Fanno parte di questa produzione pascoliana
liriche come Il bolide (Canti di Castelvecchio) e La vertigine (Nuovi
Poemetti). Il poeta scrive nei versi conclusivi de Il bolide: "E la terra
sentii nell'Universo. Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella. E mi vidi
quaggiù piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella". Si tratta
di componimenti permeati di spiritualismo e di panteismo (La Vertigine). La
Terra è errante nel vuoto, non più qualcosa di certo; lo spazio aperto è la
vera dimora dell'uomo rapito come da un vento cosmico. Scrive il critico Getto:
" È questo il modo nuovo, autenticamente pascoliano, di avvertire la
realtà cosmica: al geocentrismo praticamente ancora operante nell'emozione
fantastica, nonostante la chiara nozione copernicana sul piano intellettuale,
del Leopardi, il Pascoli sostituisce una visione eliocentrica o addirittura
galassiocentrica: o meglio ancora, una visione in cui non si dà più un centro
di sorta, ma soltanto sussistono voragini misteriose di spazio, di buio e di
fuoco. Di qui quel sentimento di smarrita solitudine che nessuno ancora prima
del Pascoli aveva saputo consegnare alla poesia". La lingua pascoliana P.
disintegra la forma tradizionale del linguaggio poetico: con lui la poesia
italiana perde il suo tradizionale supporto logico, procede per simboli ed
immagini, con frasi brevi, musicali e suggestive. Il linguaggio è fonosimbolico
con un frequente uso di onomatopee, metafore, sinestesie, allitterazioni,
anafore, vocaboli delle lingue speciali (gerghi). La disintegrazione della
forma tradizionale comporta "il concepire per immagini isolate (il
frammentismo), il periodo di frasi brevi e a sobbalzi (senza indicazione di
passaggi intermedi, di modi di sutura), pacatamente musicali e suggestive; la
parola circondata di silenzio. Ha rotto la frontiera tra grammaticalità e
evocatività della lingua. E non solo ha infranto la frontiera tra
pregrammaticalità e semanticità, ma ha anche annullato "il confine tra
melodicità ed icasticità, cioè tra fluido corrente, continuità del discorso, e
immagini isolate autosufficienti. In una parola egli ha rotto la frontiera
fra determinato e indeterminato". Pascoli e il mondo degli animali In
un'epoca storica in cui il mondo degli animali rappresenta un'entità assai
ridotta nella vita degli uomini e dei loro sentimenti, quasi esclusivamente
relegato agli aspetti di utilizzo pratico e di supporto al lavoro, soprattutto
agricolo, P. riconosce la loro dignità e squarcia un'originale apertura
sull'esistenza delle specie animali e sul loro originale mondo di relazioni.
Come scrive Solfanelli, P. si avvede assai presto che il suo amore per la
natura gli permette di vivere le esperienze più appaganti, se non fondamentali,
della sua vita. Lui vede negli animali delle creature perfette da rispettare,
da amare e da accudire al pari degli esseri umani; infatti, si relaziona con
essi, ci parla di loro e, spesso, prega affinché possano avere un'anima per poterli
rivedere un giorno. Saggi: “Myricae” (Livorno, Giusti); “Lyra romana ad uso
delle scuole classiche” (Livorno, Giusti, -- antologia di scritti latini per la
scuola superiore – “Pensieri sull'arte poetica, ne Il Marzocco (meglio noto come Il fanciullino) Iugurtha.
Carmen Johannis Pascoli ex castro Sancti Mauri civis liburnensis et Bargaei in
certamine poetico Hoeufftiano magna laude ornatum, Amstelodami, Apud Io.
Mullerum, (poemetto latino) “Epos” (Livorno, Giusti); (antologia di autori
latini) Poemetti, Firenze, Paggi, “Minerva oscura. Prolegomeni: la costruzione
morale del poema di Dante” (Livorno, Giusti); “Intorno alla Minerva oscura” (Napoli,
Pierro); “Sull’imitare. Poesie e prose per la scuola italiana (Milano-Palermo,
Sandron). (antologia di poesie e prose per la scuola), “Sotto il velame. Saggio
di un'interpretazione generale del poema sacro” (Messina, Vincenzo Muglia); “Fior
da fiore. Prose e poesie scelte per le scuole secondarie inferiori”
Milano-Palermo, Sandron, (antologia di
prose e poesie italiane per le scuole medie); “La mirabile visione. Abbozzo d'una
storia della Divina Comedia” (Messina, Vincenzo Muglia); “Canti di
Castelvecchio, Bologna, Zanichelli); “Primi poemetti, Bologna, Zanichelli); “Poemi
conviviali, Bologna, Zanichelli, Odi e
Inni. Bologna, Zanichelli, Pensieri e discorsi. Bologna, Zanichelli, Nuovi
poemetti” (Bologna, Zanichelli); “Canzoni di re Enzio La canzone del Carroccio”
(Bologna, Zanichelli); “La canzone del Paradiso” (Bologna, Zanichelli); “La
canzone dell'Olifante” (Bologna, Zanichelli); “Poemi italici” (Bologna,
Zanichelli); “La grande proletaria si è mossa -- iscorso tenuto a Barga per i
nostri morti e feriti (La Tribuna); “Poesie varie, Bologna, Zanichelli); “Poemi
del Risorgimento, Bologna, Zanichelli); “Patria e umanità. Raccolta di scritti
e discorsi” (Bologna, Zanichelli); Carmina” (Bononiae, Zanichelli); (poesie
latine) Nell'anno Mille. Dramma” (Bologna, Zanichelli); (dramma incompiuto) Nell'anno
Mille. Sue notizie e schemi di altri drammi” (Bologna, Zanichelli); “Antico
sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino” (Bologna, Zanichelli). “Myricae”
è la prima vera e propria raccolta delle sue poesie, nonché una delle più
amate. Il titolo riprende una citazione di Virgilio all'inizio della IV
Bucolica in cui il poeta latino proclama di innalzare il tono poetico poiché
"non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici" (non omnes
arbusta iuvant humilesque myricae). Pascoli invece propone
"quadretti" di vita campestre in cui vengono evidenziati particolari,
colori, luci, suoni i quali hanno natura ignota e misteriosa. Crebbe per il
numero delle poesie in esso raccolte. La sua prima edizione, raccoglie soltanto
22 poesie dedicate alle nozze di amici. La raccolta definitiva comprendeva 156
liriche del poeta. I componimenti sono dedicati al ciclo delle stagioni, al
lavoro dei campi e alla vita contadina. Le myricae, le umili tamerici,
diventano un simbolo delle tematiche del P. ed evocano riflessioni
profonde. La descrizione realistica cela un significato più ampio così
che, dal mondo contadino si arriva poi ad un significato universale. La
rappresentazione della vita nei campi e della condizione contadina è solo
all'apparenza il messaggio che il poeta vuole trasmettere con le sue opere. In
realtà questa frettolosa interpretazione della poetica pascoliana fa da
scenario a stati d'animo come inquietudini ed emozioni. Il significato delle
Myricae va quindi oltre l'apparenza. Compare la poesia Novembre, mentre nelle
successive compariranno anche altri componimenti come L'Assiuolo. P. ha
dedicato questa raccolta alla memoria di suo padre ("A Ruggero P., mio
padre"). La poesia-pensiero del profondo attinge all'inconscio e tocca
all'universale attraverso un mondo delle referenze condiviso da tutti. Anche
autore di poesie in lingua latina e con esse vinse per ben tredici volte il
Certamen Hoeufftianum, un prestigioso concorso di poesia latina che annualmente
si teneva ad Amsterdam. La produzione latina accompagnò il poeta per tutta la
sua vita: dai primi componimenti scritti sui banchi del collegio degli Scolopi
di Urbino, fino al poemetto Thallusa, la cui vittoria il poeta apprese solo sul
letto di morte. In particolare, l'anno
1892 fu insieme l'anno della sua prima premiazione con il poemetto “Veianus” e
l'anno della stesura definitiva delle Myricae. Tra la sua produzione latina, vi
è anche il carme alcaico Corda Fratres, inno della confraternita studentesca
meglio nota come Corda Fratres. Ama molto il latino, che può essere considerato
la sua lingua del cuore. Il poeta scriveva in latino, prendeva appunti in
latino, spesso pensava in latino, trasponendo poi espressioni latine in
italiano; la sorella Maria ricorda che dal suo letto di morte P. parlò in
latino, anche se la notizia è considerata dai più poco attendibile, dal momento
che la sorella non conosceva questa lingua. Per lungo tempo la produzione
latina pascoliana non ha ricevuto l'attenzione che merita, essendo stata
erroneamente considerata quale un semplice esercizio del poeta. In quegli anni
non era infatti l'unico a cimentarsi nella poesia latina (G. Giacoletti, un
insegnante nel collegio degli Scolopi di Urbino frequentato da lui, vinse
l'edizione del Certamen con un poemetto sulle locomotive a vapore. Ma lo fa in
maniera nuova e con risultati, poetici e linguistici, sorprendenti.
L'attenzione verso questi componimenti si accese con la raccolta curata da E. Pistelli
col saggio di A. Gandiglio. Esistono
delle traduzioni in lingua italiana delle sue poesie latine quali quella curata
da M. Valgimigli o le traduzioni di E. Mandruzzato. Tuttavia la produzione
latina ha un significato fondamentale, essendo coerente con la poetica del
Fanciullino, la cifra del pensiero pascoliano. In realtà, la poetica del
Fanciullino è la confluenza di due differenti poetiche: la poetica della
memoria e la poetica delle cose. Gran parte della poesia pascoliana nasce dalle
memorie, dolci e tristi, della sua infanzia. Ditelo voi, se la poesia non è
solo in ciò che fu e in ciò che sarà, in ciò che è morto e in ciò che è sogno!
E dite voi, se il sogno più bello non è sempre quello in cui rivive ciò che è
morto". Pascoli dunque intende fare rivivere ciò che è morto, attingendo non
solo al proprio ricordo personale, bensì travalica la propria esperienza,
descrivendo personaggi facenti parte anche dell'evo antico: infanzia e mondo
antico sono le età nelle quali l'uomo vive o è vissuto più vicino ad una sorta
di stato di natura. "Io sento nel cuore dolori antichissimi, pure ancor
pungenti. Dove e quando ho provato tanti martori? Sofferto tante ingiustizie?
Da quanti secoli vive al dolore l'anima mia? Ero io forse uno di quegli schiavi
che giravano la macina al buio, affamati, con la museruola?".
Contro la mortedelle lingue, degli uomini e delle epocheil poeta si appella
alla poesia: essa è la sola, la vera vittoria umana contro la morte.
"L'uomo alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto
può". Ma da ciò non consegue di necessità l'uso del latino. Qui
interviene l'altra e complementare poetica pascoliana: la poetica delle cose.
"Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio
anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose". Ma
questa aderenza alle cose ha una conseguenza linguistica di estrema importanza,
ogni cosa deve parlare quanto più è possibile con la propria voce: gli esseri
della natura con l'onomatopea, i contadini col vernacolo, gli emigranti con
l'italo-americano, Re Enzio col bolognese del Duecento; i Romani, naturalmente,
parleranno in latino. Dunque il bilinguismo di Pascoli in realtà è solo una
faccia del suo plurilinguismo. Bisogna tenere conto anche di un altro elemento:
il latino del Pascoli non è la lingua che abbiamo appreso a scuola. Questo è
forse il secondo motivo per il quale la produzione latina pascoliana è stata
per anni oggetto di scarso interesse: per poter leggere i suoi poemetti latini
è necessario essere esperti non solo del latino in generale, ma anche del
latino di Pascoli. Si è già fatto menzione del fatto che nello stesso periodo,
e anche prima di lui, altri autori avevano scritto in latino; scrivere in
latino per un moderno comporta due differenti e contrapposti rischi. L'autore
che si cimenti in questa impresa potrebbe, da una parte, incappare nell'errore
di esprimere una sensibilità moderna in una lingua classica, cadendo in un
latino maccheronico; oppure potrebbe semplicemente imitare gli autori classici,
senza apportare alcuna novità alla letteratura latina. Pascoli invece
reinventa il latino, lo plasma, piega la lingua perché possa esprimere una
sensibilità moderna, perché possa essere una lingua contemporanea. Se oggi noi
parlassimo ancora latino, forse parleremmo il latino di P. (cfr. A. Traina,
Saggio sul latino del Pascoli, Pàtron). Numerosi sono i componimenti, in genere
raggruppati in diverse raccolte secondo l'edizione del Gandiglio, tra le quali:
Poemata Christiana, Liber de Poetis, Res Romanae, Odi et Hymni. Due sembrano
essere i temi favoriti del poeta: Orazio, poeta della aurea mediocritas, che
Pascoli sentiva come suo alter ego, e le madri orbate, cioè private del loro
figlio (cfr. Thallusa, Pomponia Graecina, Rufius Crispinus). In quest'ultimo
caso il poeta sembra come ribaltare la sua esperienza personale di orfano,
privando invece le madri del loro ocellus ("occhietto", come Thallusa
chiama il bambino). I “Poemata Christiana” sono da considerarsi il suo
capolavoro in lingua latina. In essi Pascoli traccia, attraverso i vari
poemetti, tutti in esametri, la storia del Cristianesimo in Occidente: dal
ritorno a Roma del centurione che assistette alla morte di Cristo sul Golgota
(Centurio), alla penetrazione del Cristianesimo nella società romana, dapprima
attraverso gli strati sociali di condizione servile (Thallusa), poi attraverso
la nobiltà romana “(Pomponia Graecina”), fino al tramonto del paganesimo (“Fanum
Apollinis”). La sua biblioteca e il suo archivio sono conservati sia
nella Casa museo Pascoli a Castelvecchio Pascoli frazione di Barga, sia nella
Biblioteca statale di Lucca. A San Mauro la sua casa natale è sede di un museo
dedicato alla sua memoria e dichiarata Monumento nazionale. Gli vengono
dedicate importanti iniziative in tutta la Penisola. Viene coniata una moneta
celebrativa da due euro con l'effige del Poeta. Il delitto Ruggero Pascoli Omicidio
Pascoli. Il complotto (Mimesis) F.
Biondolillo, La poesia, Maria P., Autografo Memorie, Alice Cencetti, una biografia critica, Le Lettere, G.
Pascoli, L'avvento, in Pensieri e discorsi: «Che è? siamo malfattori anche noi?
Oh! no: noi non vorremmo vedere quelle catene, quella gabbia, quelle armi nude
intorno a quell'uomo; vorremmo non sapere ch'egli sarà chiuso, vivo, per anni e
anni e anni, per sempre, in un sepolcro; vorremmo non pensare ch'egli non
abbraccerà più la donna che fu sua, ch'egli non vedrà più, se non reso
irriconoscibile e ignominioso dall'orrida acconciatura dell'ergastolo, i figli
suoi... Ma egli ha ucciso, ha fatto degli orfani, che non vedranno più affatto
il loro padre, mai, mai, mai! E vero: punitelo! è giusto! Ma non si
potrebbe trovare il modo di punirlo con qualcosa di diverso da ciò ch'egli
commise?... Così esso assomiglia troppo alle sue vittime! Così andranno sopra
lui alcune delle lagrime che spettano alle sue vittime! Le sue vittime vogliono
tutta per loro la pietà che in parte s'è disviata in pro' di lui. Non essere
così ragionevole, o Giustizia. Perdona più che puoi. Più che posso? Ella dice
di non potere affatto. Se gli uomini, ella soggiunge, fossero a tal grado di
moralità da sentire veramente quell'orrore al delitto, che tu dici, si potrebbe
lasciare che il delitto fosse pena a sè stesso, senza bisogno di mannaie e
catene, di morte o mortificazione. Ma... Ma non vede dunque la giustizia che
quest'orrore al delitto gli uomini lo mostrano appunto già assai, quando
abominano, in palese o nel cuore, il delitto anche se è dato in pena d'altro
delitto, ossia nella forma in cui parrebbe più tollerabile?» La storia dell'I.I.S. Raffaello. Bulferetti, L'uomo,
il maestro, il poeta, Libreria Editrice Milanese, Piero Bianconi, P., Morcelliana, Giuseppe
Galzerano, Giovanni Passannante, Casalvelino Scalo, Ugoberto Alfassio Grimaldi,
Il re "buono", Feltrinelli, Per approfondire gli anni giovanili del
Poeta e l'impegno politico vedi: R. Boschetti, "Il giovane. Attraverso le
ombre della giovinezza", realizzato
in occasione della mostra omonima allestita presso il Museo Casa P. di San
Mauro P. Per approfondire gli anni di
ricostruzione del "nido" con le sorelle e scoprire nuovi elementi che
aggiornino la vecchia idea tramandata dalla sorella Mariù, in base alla quale
il principale desiderio del fratello era quello di ricostruire la famiglia con
le sorelle, senza alcuno slancio amoroso verso l'esterno, si veda: Rosita
Boschetti, Gori, U. Sereni "Vita immagini ritratti", Parma, Step. Il rinvenimento è opera di G. Ruggio,
Conservatore di casa P. a Castelvecchio, il documento fu acquistato dal Grande
Oriente d'Italia ad un'asta di manoscritti storici della casa Bloomsbury, e la
notizia fu resa nota al grande pubblico per la prima volta ne Il Corriere della
Sera, Filmato audio S. Ruotolo e G. Bernardo,
Massoneria, politica e mafia. L'ex-Gran Maestro: "Ecco i segreti che non
ho mai rivelato a nessuno", fanpage al minuto 2:28. Citazione: La loggia
P2 non è stata inventata da Gelli, ma risale alla seconda metà dell'Ottocento
in cui il Gran Maestro per dare una certa riservatezza a personaggi che erano i
vertici del Governo, i militari di altissimo livello, poeti come Carducci e P.
Si disse: «evitiamo che questi personaggi svolgano la loro attività massonica
nelle logge, almeno per evitare un fastidio»
Vi fu professore straordinario di grammatica greca e latina,Vi insegnò
letteratura latina come Professore. Fu nominato professore di grammatica greca
e latina. Le date sulle docenze
universitarie sono prese da Perugi, "Nota biografica", in P., Opere,
tomo I, Milano-Napoli: Ricciardi, Rosita Boschetti, P. innamorato: la vita
sentimentale del poeta di San Mauro: catalogo, San Mauro Pascoli, Comune,. Cfr. sempre Boschetti, op. cit, pag. 28. Scrive
da Matera a Raffaele la lista delle sue spese. 65 lire al mese per mangiare, 25
per dormire, 7 alla serva, 2 al casino (necessità), 15 in libri (più che
necessità)». Fondazione P.: la vita, Ruggio, P. Tutto il racconto della vita
tormentata di un grande poeta Vittorino
Andreoli, I segreti di casa Pascoli, recensione qui Testo dell'"Inno a Roma" Testo di "Al corbezzolo" Fondazione P.: la vita, Maria Pascoli, Lungo la vita di P.
Pascoli: il lutto, il triangolo, il classico e il decadentista. Andreoli, op.
cit Maria Pascoli, Lungo la vita (Milano,
Mondadori); Getto, poeta astrale, in "Studi per il centenario della
nascita di P.". Commissione per i testi di lingua, Bologna, Fondazione Giovanni
Pascoli Nuovi poemetti, Schiaffini, Disintegratore della forma poetica
tradizionale, in "Omaggio a P.",
G. Contini, Il linguaggio di Pascoli, in "Studi pascoliani",
Lega, Faenza, Maria Cristina Solfanelli, Gli animali da cortile, Chieti, Tabula
fati,. Vegliante. Alberto Fraccacreta, Le ninfe di Vegliante,
su Succedeoggi. Santo, Cammei Pascoliani: analisi, illustrazione, esegèsi dei
carmi latini e greci minori di P., Giacoletti, De lebetis materie et forma
eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus carmen didascalicum,
Amstelodami: C. G. Van Der Post, Ioannis Pascoli carmina; collegit Maria soror;
edidit H. Pistelli; exornavit A. De Karolis, Bononiae: Zanichelli, Ioannis
Pascoli Carminibus; mandatu Maria sororis recognitis; appendicem criticam
addidit Adolphus Gandiglio, Bononiae: sumptu Zanichelli); Poesie latine; Manara
Valgimigli, Milano: A. Mondadori, Giovanni Pascoli, Poemi cristiani;
introduzione e commento di Alfonso Traina; traduzione di Enzo Mandruzzato,
Milano: Biblioteca universale Rizzoli, Carte pascoliane della Biblioteca
Statale di Lucca, su//pascoli.archivi.beniculturali/. Museo di Casa Pascoli, su
polomusealeemiliaromagna. beniculturali. Regio Decreto Legge, Gazzetta
Ufficiale del Regno d'Italia, Franceschi, Giovanni Pascoli: cento anni fa
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Poesia italiana contemporanea, in "Il Marzocco", G.S. Gargano, I
"Canti di Castelvecchio", in "Il Marzocco", G.S. Gargano, I
"Canti di Castelvecchio", in "Il Marzocco", G.S. Gargano, I
"Canti di Castelvecchio", in "Il Marzocco", Emilio Cecchi,
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Mondadori, Walter Binni, P. e il decadentismo, in Omaggio a Giovanni Pascoli nel centenario
della nascita, Mondadori, Piromalli, La poesia di P., Pisa, Nistri Lischi, Gianfranco
Contini, Il linguaggio di Pascoli, in Studi pascoliani, Faenza, Lega (poi in Id., Varianti e altra linguistica,
Torino, Einaudi, Maria Pascoli, Lungo la
vita di Giovanni Pascoli, Milano, Mondadori); Giuseppe Fatini, Il D'Annunzio e P.
e altri amici, Pisa, Nistri Lischi, Giannangeli, Le fonti spaziali del Pascoli,
in "Dimensioni", Ottaviano Giannangeli, La metrica pascoliana, in
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Pascoli, Poesie, Milano, Garzanti); Giannangeli, Pascoli e lo spazio, Bologna,
Cappelli, Maura Del Serra, Firenze, La Nuova Italia ("Strumenti", Debenedetti,
P.: la rivoluzione inconsapevole, Milano, Garzanti, 1Gianni Oliva, I nobili
spiriti. Pascoli, D'Annunzio e le riviste dell'estetismo fiorentino, Bergamo,
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dell'onomatopeia e dell'allitterazione ne "L'uccellino del freddo",
in "Bloc notes", Bellinzona, Vicario, La presenza di VIRGILIO in
Carducci e P., in Il richiamo di Virgilio nella poesia italiana, Napoli,
Edizioni Scientifiche Italiane, E. Sanguineti, Poesia e poetica/ Atti del
Convegno di studi pascoliani/ San Mauro, 1-Comune di San Mauro P./ Comitato per
le onoranze a Giovanni Pascoli, Rimini, Maggioli, Pavarini, Pascoli e il
silenzio meridiano (Dall'argine), in "Lingua e stile", Stefano
Pavarini, Pascoli tra voce e silenzio: Alba festiva, in "Filologia e
Critica", Maura Del Serra, Voce Pascoli, in Il Novecento, Milano, Vallardi, Benedetto,
Frammenti su "Digitale purpurea" nei "Primi poemetti" di
Pascoli", in Poesia e critica del Novecento, Napoli, Liguori, Ruggio, Pascoli:
tutto il racconto della vita tormentata di un grande poeta, Milano, Simonelli, Franco
Lanza, scritti editi ed inediti, Bologna, Boni, Marina Marcolini, Pascoli
prosatore: indagini critiche su "Pensieri e discorsi", Modena,
Mucchi, Maria Santini, Candida Soror: tutto il racconto della vita di Mariù
Pascoli la più adorata sorella del poeta della Cavalla storna, Milano,
Simonelli, Le Petit Enfant trad. dall'italiano, introd. e annotato da
Levergeois (prima edizione francese del Fanciullino in Francia), Parigi, Maule,
"L'Absolu Singulier", Mazzanti, I segreti del "nido". Le
carte di Giovan
ni e Maria Pascoli a Castelvecchio, in
Castagnola, Archivi letterari del '900, Firenze, Cesati, Martelli, Pascoli, tra
rima e sciolto, Firenze, Società Editrice Fiorentina, Pietro Montorfani e
Federica Alziati, Giovanni Pascoli, Bologna, Massimiliano Boni, Massimo Rossi,
Giovanni Pascoli traduttore dei poeti latini, in "Critica
Letteraria", Mario Buonofiglio, Lampi e cortocircuiti. Il linguaggio
binario ne "Il lampo" di Giovanni Pascoli, in "Il Segnale",
ora disponibile in Academia Andrea Galgano, Di là delle siepi. Leopardi e
Pascoli tra memoria e nido, Roma, Aracne editrice, Colella, "Conducendo i
sogni, echi e fantasmi d'opere canore". Pascoli, Dandolo e l'onirismo
'conviviale', in "Rivista Pascoliana", Vegliante, L'impensé la
poésieChoix de poèmes, Sesto San Giovanni, Mimésis,. Accademia Pascoliana;
Ruggero Pascoli Decadentismo Digitale purpurea Giosuè Carducci Gabriele
D'Annunzio Severino Ferrari Luigi d'Isengard Augusto Vicinelli Socialismo
utopico Thallusa. Treccani Dizionario biografico degli italiani -- italiana di
Giovanni Pascoli, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica,
Fantascienza.com. nello specchio delle sue carte. Fondazione Giovanni Pascoli.
Giuseppe Bonghi. testi con concordanze, lista delle parole e lista di frequenza
Manara Valgimigli, Poesie latine, Mondadori, Casa Pascoli. "Poemi
conviviali". CROCE, P. STUDIO CRITICO BARI LATERZA TIPOGRAFI EDITORI
L1BRAI PROPRIETÀ LETTERARIA. AVVERTENZA. La buona accoglienza fatta alla
ristampa in volume separato del saggio su Carducci ci muove a ristampare nella
stessa forma il saggio che su P. Croce raccole nella sua Letteratura della
nuova Italia. Abbiamo fatto seguire ad esso la risposta che Croce fa ai suoi
critici, e due saggi nei quali egli ritorna sul suo vecchio giudizio per
ribadirlo e particolareggiarlo. In appendice è un cenno e un saggio delle
discussioni sollevate di recente su P., a proposito di questi scritti del
Croce. Leggo alcune delle più celebrate poesie di P., e ne provo una strana
impressione. Mi piacciono? mi spiacciono? SI, no: non so. Non mi smarrisco per
questo, e non me la prendo né con la insufficienza mia né con quella del poeta.
So bene che il giudizio dell'arte, benché si fondi sulla ingenua impressione,
non si esaurisce nelle cosiddette prime impressioni, e che Ruggero Bonghi
fraintese quando scambiò e criticò Tuna per le altre, la logica della fan-
tasia per la illogica del capriccio. E so bene che artisti assai energici
disorientano, alla prima, il lettore: s'impegna come una lotta tra l'anima
conquis tatrice e un'altra che non vuole — eppur vuole, — lasciarsi
conquistare: lotta di amori estetici, arieggiante quasi quella dei sessi che
corre attraverso tutto il mondo animale e che testé il De Gourmont ci ha descritta
in un suo libro popolare. Dunque, non mi smarrisco, mi rimetto all'opera,
rileggo e rileggo ancora. Ma, per quanto rilegga, per quanto torni a quella
lettura dopo lunghe pause, la strana perplessità si rinnova. Odi et amo: come
mai? Nescio: sed fieri sentio et excrucior. Non è poeta grande colui che ha
concepito / due cugini? I due bambini giocano tra loro, e si amano: quando si
vedono, corrono, anzi volano l'uno verso l'altro, con tale impeto di gioiosità
infantile abbracciandosi, che i loro ber- retti cascano e i capelli biondi
mescolano i riccioli. Ma quei giuochi, quegli amori sono spezzati: l'uno dei
due, il maschietto, muore: appassi come rosa che in boccio appassisce
nell'orto. E l'altra resta legata a lui: è «la piccola sposa del piccolo morto ».
La bambina cresce: si cresce rapidamente in quegli anni: si fa giovinetta, già
quasi donna. Ma l'altro no: si è fermato: colà dove l'hanno deposto, non si
cresce. Sembra che, quando rivede la sua cuginetta, che si svolge e fiorisce
col misterioso irrefrenabile impulso della vita e del sesso, egli le stia
innanzi tra mera- vigliato, smarrito e umiliato: col capo non giunge al seno
tuo nuovo, che ignora. Quella l'ama sempre: sempre le par di udir intorno a sé
« la fretta dei taciti piedi». Ma il morto non le sorride: la giovinetta
fiorente non è più, per lui, la compagna di una volta; sente che gli è
sfuggita, che non gli appartiene più: piangendo l'antica sventura, tentenna il
suo capo di bimbo. Movimenti ed immagini di grande bellezza, cer- tamente. Ma,
per un altro verso, già nel metro adottato, la terzina di novenari, si avverte
qual- cosa non saprei se di ba llato o di ansimante, che stona con la calma
sospirosa e dolorosa del piccolo idillio triste. La struttura generale è
spiacevolmente simmetrica: divisa in tre parti, che paiono le tre proposizioni
di un sillogismo. Il principio è un ex-abrupto, non libero di enfasi o di
teatralità: S'amavano i bimbi cugini; l'immagine, che segue, è leziosa: pareva
l'incontro di loro l'incontro di due lucherini. L'insistenza è soverchia, e
anche di effetti tor- bidi. È stupendamente detto: Tu, piccola sposa,
crescesti; man mano intrecciavi i capelli, man mano allungavi le vesti. E il
crescere veduto realisticamente, ma soffuso di gentilezza: non ci vorrebbe
altro. Ma no: il metro continua per suo conto: Crescevi sott'occhi che negano
ancora; ed i petali snelli cadevano: il fiore già lega: fatica di paragoni, che
ottenebra e non potenzia l'immagine già perfettamente determinata. E il metro
continua ancora, come un cavallo che, nonostante gli abbiate fatto sentire il
morso, vi trasporta per un altro tratto di via, che non si doveva percorrere:
Ma l'altro non crebbe. Dal mite suo cuore, ora, senza perchè, fioriscono le
margherite e i non ti scordare di me; dove quel senza perchè mi sembra davvero
senza perchè; e la fiorita sulla tomba è roba vieta, resa più vieta ancora
dalla romanticheria di quei « non ti scordare di me », che cascano mollemente
formando la chiusa del paragrafetto. Ahi! lo specchio tersissimo si è
appannato: il capolavoro è rimasto a mezzo, come rosa che in boccio appassisce
nell'orto. Valentino è un altro bambino. Solo un occhio di poeta può scoprire e
far valere un'immagine tanto graziosa. È un contadinello tutto vestito di
nuovo, ma a piedi scalzi: la madre, che lo ha visto tremar di freddo durante il
gennaio, ha messo da parte a soldo a soldo un piccolo gruzzolo; e il gruzzolo è
bastato per comprare il panno della veste e non già anche per la spesa delle
scarpe: il grande sforzo di quella veste lo ha esaurito: Costa : che mamma già
tutto ci spese, quel tintinnante salvadanaio: ora esso è vuoto, e cantò più
d'un mese, per riempirlo, tutto il pollaio. Un solo aggettivo ben collocato è
atto a sugge- rire una serie d'immagini: quasi si vede la povera donna, che scuote
e fa «tintinnare» il rozzo salvadanaio di creta, per accertarsi del tesoretto
che vi ha accumulato con tanto stento: é tu, magro contadinello, restasti a
mezzo, così, con le penne, ma nudi i piedi come un uccello... La figura si
raggentilisce in questo sorriso, fatto d'intenerimento: il contadinello è
magro, diventa leggiero, si associa naturalmente all'immagine dell'uccello.
Come un uccello, egli non prova impaccio né sente il ridicolo del suo
abbigliamento a mezzo: come l'uccello venuto dal mare, che tra il ciliegio
salta, e non sa ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare, ci sia qualch'altra
felicità. Capolavoro? Neppur qui. Io ho riferito versi e strofe singole,
trascegliendo nel piccolo com- ponimento. Ma, se ve l'avessi letto intero, ve
ne avrei dato forse un concetto assai minore. Lascio stare il lungo ricamo che
P. fa sul particolare dei piedini nudi. Piedini nudi, dice tutto; ma P.,
invece, non senza giuoco di parole: solo ai piedini provati dal rovo porti la
pelle dei tuoi piedini. E non si contenta: porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì, che non costarono un picciolo... Insopportabile
è, che faccia poi un simile ricamo anche al pollaio, che aveva cosi bene e
sobriamente evocato: e le galline cantavano: Un cocco! ecco ecco un cocco un
cocco per te! Il delicato poeta si è messo a rifare il verso ai polli! E si
resta con quel grido fastidioso negli orecchi, che pur non fa dimenticare del
tutto il «tintinnante salvadanaio». Non meno originale, ossia poetico, è il
Sogno della vergine. Anche la donna che non ha avuto figli, la vergine, è una
madre, madre in potenza: esistono non solo i figli che sono nati, ma i « tigli
non nati», bella immagine che P. ha, a quanto credo, creata lui, e che ritorna
in molti suoi versi. La vergine dorme, e la madre che è in lei sogna in quel
sonno: il sangue, che scorre per le sue membra, le si trasmuta e addolcisce
come in latte: Stupisce le placide vene quel flutto soave e straniero, quel
rivolo labile, lene, d'ignota sorgente, che sembra che inondi di blando mistero
le pie sigillate sue membra. La vaga aspirazione si concreta in un piccolo
essere: il sogno s'intensifica: accanto, ella sente un alito, un piccolo
vagito: Un figlio! che posa sul letto suo vergine! e cerca assetato le fonti
del vergine petto ! E com'è materno quel sogno! Il bambino non sorride,
trionfante di vita: il bambino ha bisogno della difesa di sua madre, che tanto
più lo sogna e l'ama quanto più le par di doverlo difendere: egli «piange il
suo tacito pianto >. Tacito: è un pianto veduto nel sogno. Ma come, d'altro
canto, è lungo quel componimento, la cui sostanza poetica sta tutta nelle poche
immagini ora ricordate! È diviso in cinque parti: vi si descrive in principio
la vergine dormente e il lume che vacilla nell'ombra della stanza: quasi che
tale messa in iscena possa pre- parare in alcun modo la poesia, la quale
comincia solo con l'immagine del sangue che si fa latte. Il Pascoli non se ne
sta alla espressione delle «pie membra sigillate»: spiega: le gracili membra
non sanno lo schianto, non sanno l'amplesso... e la spiegazione ridondante, in
materia così sca- brosa, era da evitare. Neppure sta pago ad escla- mare,
all'improvviso sorgere del bambino che brancola cercando avidamente il seno
della madre: 0 fiore d'un intimo riso dell'anima! che è forse già un comento
piuttosto eloquente che poetico; ma coraenta il comento e dà in argutezze o
agudezas: o fiore non nato da seme, e sbocciato improvviso ! Tu fiore non retto
da stelo, tu luce non nata da fuoco, tu simile a stella del cielo, del cielo
dell'anima... Il bambino è allontanato dal fianco materno e riposto
fantasticamente in una culla. E la culla assume una grande importanza, tanto
che le si rifa il verso come altra volta al pollaio: Si dondola dondola dondola
senza rumore la culla nel mezzo al silenzio profondo; il che è inopportuno, ma
chiaro. E a P. non par chiaro, e aggiunge un paragone: cosi come tacita al
vento, nel tacito lume di luna, si dondola un cirro d'argento. E vi ha, nel
resto del componimento, esortazioni al bimbo perchè sorrida un istante; e vi si
narra il sorgere dell'alba e lo svanire del sogno : narrazione per lo meno
altrettanto esuberante, quanto prima la descrizione della stanza e della
lampada da notte. Il padre del Pascoli fu assassinato, una sera, sulla via
campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel giorno
d'inenarrabile strazio e terrore, l'ultima volta che i suoi lo videro vivo, è
ricordata in ogni minimo particolare: con quel perduto dolore dell'animo che
dice: potevamo non lasciarlo andar via, quel mattino, e sarebbe ancora tra noi!
— E la memoria scopre, o l'illu- sione fa immaginare, particolari quasi
profetici. Il padre stava per salire sulla carrozza, circon- dato dai suoi,
dalla moglie, dai figliuoli grandi e piccini, usciti sulla strada a salutarlo.
Ma, nel- l'appressarsi ch'egli fece al suo cavallo: la più piccina a lui toccò
la mazza. Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in pianto.
Non voleva ch'egli andasse via: non voleva, così, irragionevolmente, come bimba
che era; ed egli dovette ingannarla, per acchetarla: farle credere che
rientrava in casa, ed uscire da un'altra porta. Quella manina di bimba è
indimenticabile. Si sfiora quasi la genia- lità propria dell'artista, che
coglie con un sol tratto un mondo di sentimenti. Ma si sfiora sol- tanto, e si
perde daccapo. Che cosa diventa quel tocco affettuoso e spaventato di debole
manina presaga? E un poco presa egli sentì, ma poco poco la canna, come in un
vignuolo, come v'avesse cominciato il nodo un vilucchino od una passiflora...
Diventa Io-Studio di una presidi manojnfantile. Al quale segue lo studio della
mano: Sì: era presa in una mano molle, manina ancora nuova, così nuova che
tutto ancora non chiudeva a modo. Andiamo innanzi: i bambini attorniano il
padre, chiamando com'è lor uso: Egli poneva il piede sul montante; e in un
gruppo le tortori tubarono, e si senti: Papà! Papà! Papà! Quell'episodio
commovente è accentuato in tal modo, e cosi materialmente, nelle sue minuzie,
che ogni commozione sfuma. Tanto che io mi distraggo, e mi par d'avere udito
altra volta un simile vocìo bambinesco, ma in un'arte più alle- gra; sì, per
l'appunto, in un'opera buffa napoletana, emesso da un gruppo di bambini che at-
tornia il papà che li ha condotti a una fiera. Solo che i bambini dell'opera
buffa cantano bene, per- chè si tratta di opera buffa; e quelli di P.,
nell'angoscioso ricordo, stonano. E poi, se altro non fosse, basterebbe anche
qui, a turbare tutta l'ispirazione, il metro ado- prato: un metro quasi epico, lasse
di dieci endecasillabi con assonanze. — Lo stesso sbaglio fondamentale è
nell'altro episodio della medesima tragedia domestica: La cavalla storna,
svolto ^jiel metro di un'antica romanza. Eppuxe. c'è l'ab- bozzo, o
il_nòcciolo, di una grande poesia! La madre, rimasta priva del marito vilmente
am- mazzato da uno sconosciuto, ha sempre fisso il pensiero in quel caso
d'orrore. Chi, e perchè, gliel'ha ucciso? Nessuno era presente; ma l'ucciso
aveva con sé la sua cavalla prediletta, una cavallina storna, che riportò verso
casa il corpo sanguinante del suo padrone. Quella cavallina è sempre là, nella
scuderia: ha visto, sa, un mi- racolo potrebbe farla parlare. E la donna, con
quel pensiero in capo e con quegli atti quasi da folle che accompagnano il
dolore, va a notte silente nella scuderia, e si pone accanto alla ca- vallina,
e le parla e piange e supplica: e vuole aiutarla a significare ciò che sa.
Pronuncia un nome, il nome che ella sospetta: lo pronuncia solennemente: «alzò
nel gran silenzio un dito:... disse un nome... ». Ed ecco s'ode subito, alto,
un nitrito di conferma! — La poesia si trascina non senza fastidio con la
solita descrizione iniziale, con l'allocuzione verbosa della madre, ripartita
in quattro parti e pause. Ma l'ansia della povera dolente è resa con tratti di
grande efficacia. Sotto quell'ansia, sotto quell'implorante confidenza, la
cavallina si umanizza, diventa una persona di casa, cara tra i suoi cari,
partecipe della comune sventura: la scarna lunga testa era daccanto al dolce
viso di mia madre in pianto: quadro d'infinita commozione. E la donna incalza
nella sua preghiera, presa dalla brama furiosa di sapere, di veder chiaro:
stava attenta la lunga testa fiera... Essa l'abbraccia come si fa a un
figliuolo nel '-momento che è stato vinto dalla parola affettuosa e sta per
confessarsi: mia madre l'abbracciò sulla criniera. La madre muore anch'essa, e
la voce della morta P. la risente come di chi chiami il suo nome, il suo nome
nel diminutivo fami- liare e dialettale, per parlargli di cose ed affetti
domestici. Non è difficile intendere che quel di- minutivo familiare e
dialettale non può essere ripetuto, nell'alta commozione lirica, cosi come par
di sentirlo nella realtà. Perchè ciò che deve entrare nella lirica è il valore
sentimentale di quell'invocazione, il suo accento intimo e familiare, che la
riproduzione fonica delle sillabe contraffa e non rende. Il Pascoli ha un
inizio spontaneo, commosso e vivo: C'è una voce nella mia vita, che avverto nel
punto che muore: voce stanca, voce smarrita, col tremito del batticuore: voce
d'una accorsa anelante, che al povero petto s'afferra per dir tante cose e poi
tante, ma piena ha la bocca di terra. È questa veramente l'immagine della madre
nel suo gesto d'abbandono al petto fidato del Aglio, per isfogare ciò che le
preme sul cuore: della madre, così come riappare attraverso la morte e il
cimitero, deturpata dalla morte, bagnata di pianto. Ma il Pascoli riattacca:
tante tante cose che vuole ch'io sappia, ricordi, sì... sì... Ma di tante e
tante parole non sento che un soffio... Zvani..Giovannino >, in dialetto
romagnolo. E codesta è una profanazione, che non accrescerò col mio comento:
come l'accresce per suo conto l'autore, che aggiunge altre sei parti, della me-
desima lunghezza della prima che ho trascritta, e tutte sei finiscono con quel
nome, con quel Zvani. Il soffio della voce della morta si è vol- garizzato in
un ritornello! Pure, il ritornello, così malamente scelto, non soffoca del
tutto il suono di quella voce di morta: voce stanca, voce smarrita, col tremito
del batticuore... Ai suoi morti è dedicato ancora TI giorno (\,p,i morti, cosi
pesantemente sceneggiato e dram- matizzato, in cui ciascuno dei morti parla a
sua volta compiangendo e lodando sé stesso. Vi sono accenti commossi: il padre,
ammazzato a tradimento, dice: 0 figli, figli! vi vedessi io mai! io vorrei
dirvi, che in quel solo istante per un'intera eternità v'amai. Ma, pronunziate
appena quelle parole, par che ne resti come affascinato, e le volta e rivolta
in varia forma: In quel minuto avanti che morissi portai la mano al capo
sanguinante, e tutti, o figli miei, vi benedissi. Io gettai un grido in quel
minuto, e poi, mi pianse il cuore: come pianse e pianse e quel grido e quel
pianto era per voi. Oh le parole mute ed infinite che dissi! con qual mai
strappo si franse la vita viva delle vostre vite... affinando, dunque, quel
grido perfino in un bistic- cio e, in un'allitterazione. Il ciocco è un'altra
delle ispirazioni profonde di P., che pur lascia mal soddisfatti, guar- dando
alla composizione e al complesso della poesia. La prima parte è stata biasimata
pei tanti oscuri vocaboli del contado lucchese che l'autore vi ha introdotti, e
che hanno resa necessaria nelle nuove edizioni l'aggiunta di un glossarietto.
Ma non sarebbe poi gran male se fossimo costretti a studiare qualche centinaio
di vocaboli per giuri gere all'intendimento di un'opera bella. Coraggio, pigri
lettori! ben altre fatiche di preparazioni godimenti artistici sogliono
richiedere. Senonchè quella taccia, come accade, ne nasconde un'altra, che è la
vera, concernente rejccesaiva_preoccu- pazione dell'autore per inezie di
costumi e di relati vj_ej^rjssioni, inconciliabile col motivo fonda- mentale,
della, poesia, che si svolge nella seconda parte, in cui l'anima si eleva nella
contempla- zione del cielo stellato. E anche questa seconda parte, che ha
tratti assai felici, offende per le immagini incongrue o troppo dilatate, e per
le ripetizioni stucchevoli. Così gli astri, che girano pel cielo, suggeriscono
a P. un sottile pa- ragone con le zanzare e coi moscerini, che girano intorno a
una lanterna accesa, penzolante dalla mano di un bambino che ha perduto una
monetina in una landa immensa e la va cercando e singhiozza nel buio. Al
supremo momento lirico si giunge, quando alla mente del contemplatore si
affaccia il pensiero della morte avvenire delle le, cose tutte, la fine
dell'uni verso; e nel suo cuore sorge una deserta angoscia pel morire non già
dell'individuo, ma della vita stessa: per l'individuo che muore senza che altri
faccia splendere accanto a lui, riaccesa, la fiaccola della vita: Anima nostra!
fanciulletto mesto! nostro buono malato fanciulletto, che non t'addormi s'altri
non è desto! ' felice, se vicina al bianco letto s'indugia la tua madre che
conduce la tua manina dalla fronte al petto : contenta almeno, se per te
traluce l'uscio da canto, e tu senti il respiro uguale della madre tua che
cuce. Il sentimento di questa inquietezza e di questo quietarsi puerile è
compiutamente espresso. Che si possa continuare ancora, indefinitamente,
nell'enumerazione o nella gradazione ascendente e discendente di tutti i segni
di vita che valgono a rasserenare un fanciullo nella sua paura della solitudine
e a farlo addormentare tranquillo, nessuno dubita: ma la lirica non è enumerazione.
P. non sembra di questo parere, e pro- segue: il respiro o il sospiro : anche
il sospiro : o almeno che tu oda uno in faccende per casa, o almeno per le
strade a giro ; o veda almeno un lume che s'accende da lungi e senta un suono
di campane, che lento ascende e che dal cielo pende. Si fermerà a quest'ultimo
verso, del quale evi- dentemente, cantandolo, si è compiaciuto? Tacera contento
di quest'ultima dolcezza che lo sazia? Non ancora: ha ripreso il \&*
fettazione, sono caso assai frequente; e rari sono invece coloro la cui opera
complessiva si pre- senta con carattere di perfezione e di sceltezza,-*/**
perchè hanno lavorato solo nei momenti di piena interna armonia, o hanno
esercitato tale vigi- lanza sopra sé stessi da tener celate o da sopprimere le
cose loro imperfette. I più affidano la cernita al tempo galantuomo e alla
critica. E la critica suggerisce a questo propositojiue procedimenti, che più
volte i lettori mi hanno visto adoperare in queste pagine. Il primo è di
tentare una divisione nel tempo, e il secondo di tentarla (per cosi esprimermi)
nello spazio. Vi sono, infatti, artisti che da una torbida e divagante
produzione giovanile giungono, nella maturità, al possesso di sé medesimi; o
che a una produzione geniale fanno seguire l'imitazione di sé medesimi, e,
volendo, validius inflare sese, come la rana di Fedro, rupto iacent corpore; e,
in tali casi, si possono distinguere, con limiti cronologici, le loro varie
personalità. Ma ve ne ha altri i quali, durante tutta la lor vita, alter- nano le
varie personalità, e, per esempio, nel periodo stesso che cantano commosse
poesie d'amore, ne compongono altre falsamente eroi- che e politiche. Essi
posseggono due strumenti, l'uno sinfono e l'altro asinfono, per dirlo
nobilmente in greco, o l'uno accordato e l'altro scordato, per dirlo umilmente
in volgare, e suonano ora sull'uno ora sull'altro; e, forse, di quello
scordato, su cui si travagliano e sudano, si vantano assai più che non di
quello accordato e docile alle loro dita. Per costoro la divisione si deve
condurre secondo i motivi d'arte, gli spontanei e gli artificiosi, che muovono
la loro pro- duzione. Al Pascoli si è cercato di applicare ora l'uno ora
l'altro procedimento; e, per cominciare dal primo, si è detto, e si è scritto
anche, che chi voglia avere innanzi a sé P. vero, P. poeta, deve lasciare in
disparte la sua produzione degli ultimi anni, e risalire a quella più vecchia,
ai Poemetti, alle Myricae, quali comparvero in pubblico nel modesto volumino. E
poiché, si sa, le opinioni variano, si è anche manifestato il parere inverso,
che P. vero non bisogni cercarlo nelle poesie giovanili, ma nelle ispirazioni
della piena maturità, culminanti nei Poemi conviviali e negli Inni. Ed io mi
provo a seguire l'una e l'altra indicazione; e, dapprima, risalgo ai Poemetti e
alle Myricae. Rileggo la Senignja, che è tra i più pregiati e pregevoli dei
poemetti: prima parte di un «poema georgico », come è stato chiamato.
Accostarsi a quei versi e respirare l'aria della campagna, aspirarne gli
effluvi, vedere il casolare, i campi, le opere domestiche e rurali dei
contadini, udirne i discorsi infiorati di proverbi e di sentenze, sentire
dappertutto il profumo agreste delle cose e delle anime; è un'impressione
immediata. Il poemetto s'inizia con un risveglio mattinale in una casa di
contadini: una delle fanciulle apre l'imposta, i rumori della vita ricominciano
e vi sono orecchi che li raccolgono: la cappellaccia manda dal cielo il suo
garrito, la gallina raspa sul ciglio di un fosso, il cane di guardia s'alza, scuote
la brina scodinzolando, con uno sbadiglio: si odono per la campagna i pennati
che squillano sul raarrello. La fanciulla si accosta al davanzale, monda le
piante, coglie una spiga d'amorino; e poi, a quel davanzale stesso, comincia a
ravviarsi i capelli, come contadina, alla grande aria, in faccia al sole: or
luce or ombra si sentia sul viso; che il sol montando per il cielo a scale,
appariva e spariva all'improvviso. Così è descritta l'intera giornata. Il
fruscio stridulo delle granate passa e ripassa per la casa, che ha ormai tutte
le imposte spalancate: si ri- governa la cucina, dove le stoviglie paiono
rissare tra loro nel silenzio del mattino. Più tardi, si apparecchia il
desinare per gli uomini che lavorano nei campi: sul tagiier pulito lo staccio
balzellò rumoreggiando. Il bianco fiore ella ammucchiò : col dito aperse il
mucchio, e vi gettava il sale e tiepid'acqua dal paiolo avito. Poi ch'ebbe
intriso, rimenò l'uguale pasta e poi la parti: staccò dal muro il matterello,
strinse il grembiale; e le spianate assottigliò col duro legno, rotondo, a una
a una; e presto sì le portava al focolare oscuro. Via via la madre le ponea nel
testo, sopra gli accesi tutoli; e su quello le rigirava con un lento gesto : né
cessava il rullìo del matterello. Tutti i gesti, tutti gli oggetti, tutte le
colloca- zioni spaziali, sono individuati con nitidezza non facilmente
superabile. — E si assiste così anche alla cottura degli erbaggi all'olio: Ora
la madre ne la teglia un muto rivolo d'olio infuse, e di vivace aglio uno
spicchio vi tritò minuto. Pose la teglia su l'ardente brace, col facile olio, e
solo intenta ad esso un poco d'ora l'esplorò sagace. L'olio cantò con murmure
sommesso; un acre odore vaporò per tutto. Fumavano le calde erbe da presso, nel
tondo, ch'ella inebriò del flutto stridulo, aulente; e poi nel canovaccio
nitido e grosso avviluppava il tutto. E Rosa in tanto sospendea lo staccio,
poneva i pani sopra un bianco lino, stringea le cocche, e v'infilava il
braccio. Tornò Viola e furono in cammino. La scena ci sta innanzi agli occhi
come in un quadro: è larverà vita campestre. Sì: ma e l'in- tonazione, cioè il
significato estetico, cioè l'anima, di queste descrizioni e dell'intero
poemetto? P. non compone egloghe più o meno alle- goriche, come nel medioevo e
nel Rinascimento; non vuol rinfrescare le sensazioni erotiche im- mergendole
nella vita della campagna; non si accosta ai contadini per curiosarne le
goffaggini, come nelle nostre vecchie poesie rusticane, dalla Nencia del
magnifico Lorenzo giù giù fino ai Cecchi da Varlungo degli epigoni e tardi
imita- tori del Seicento. Se non m'inganno, il suo pre- cedente ideale è
piuttosto in quel rifacimento dell'intonazione omerica, che già gli studiosi di
Omero nella Germania della fine del secolo decimottavo tentarono, e che
consigliò a Volfango Goethe lo Hermann und Dorothee. L'intonazione omerica si
sente non solo in certi collocamenti di epiteti (il primo verso dice: «Allorché
Rosa dalle bianche braccia»: leucolena, dunque, come Hera), e in certe
ripetizioni e minuterie, ma in tutto l'andamento. Il metro non è l'esametro, ma
la terzina, col serrarsi deciso dell'ultimo verso di coda, alla fine delle
brevi riprese: / t. A monte a mare ella guardò : guardato ch'ebbe, ella disse
(udiva sui marrelli a quando a quando battere il pennato) : aria a scalelli,
acqua a pozzatelli. Domani voglio il mio marrello in mano: che chi con l'acqua
semina, raccoglie poi col paniere; e cuoce fare in vano più che non fare.
Incalciniamo, o moglie. L'intonazione omerica, trasportata alla vita umile e
alle umili cose, ha del gioco letterario; come si può notare finanche nella
meravigliosa ope- ricciuola del Goethe. Ma presso P. vi si mescola altresì
qualcosa ora di fine e squisito: (l'aratro andava, ne l'ombrìa, pian piano:
qualche stella vedea l'opera lenta... una campana si sentiva sonare dal paese:
non più che un'ombra pallida e lontana); e ora di affettato, come nel racconto
che il cac- ciatore fa della fiaba della cinciallegra, soldato di guardia degli
uccelli; o nella preghiera del- l'Angelus: Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave,
da la sorrisa paroletta alata: (disse la voce tremolando grave) tu che ne l'aia
bianca e soleggiata eri e non eri, seme che vi avesse sperso il villano da la
corba alzata; ma poi l'uomo ti vide e ti soppresse, t'uccise l'uomo, o
piccoletto grano; tu facesti la spiga e poi la messe e poi la vita... o in
quest'altro suono di campane: Era nel cielo un pallido tinnito: Dondola dondola
dondola/ A nanna a nanna a nanna! — Il giorno era finito. Ed il fuoco accendeva
ogni capanna, e i bimbi sazi ricevea la cuna, col sussurrare de la ninna nanna.
E le campane, A nanna a nanna! l'una; l'altra Dondola dondola! tra il volo de'
pipistrelli per la costa bruna. A nanna il bimbo, e dondoli il paiuolo ! Il
poemetto parrebbe legato da un filo sottile, una storia d'amore: Rosa ed Enrico
il cacciatore s'innamorano. Un amore che prova pudore a mostrarsi: appena
accennato nel pensiero di Rosa, che non può pigliar sonno e, quando
s'addormenta, sogna: Pensava: i licci de la tela, il grano de la sementa, il
cacciatore; e Rosa lo ricercava; dove mai? lontano. In una reggia. E risognò...
Che cosa? Similmente, nella seconda parte intitolata l'Ac- cestire, è
significato l'amore del giovinotto: E la sua strada seguitò pian piano, e
ripensava dentro sé: che cosa? ch'era gennaio... ch'accestiva il grano, ch'era
già tardi... ch'eri bella, o Rosa! È un episodio nel quadro; ma, come si è
notato, non è l'afflato animatore del tutto. Cosi anche questo poemetto ci
lascia perplessi: è nitidissimo alla prima specie, e tuttavia non lo
comprendiamo bene. Ora ha dell'esercitazione letteraria, ora della lirica
tormentata: il tono ora ci sembra quasi scherzoso, esagerato di proposito nelle
mi- nuzie come a prova di bravura, ora grave e so- lenne. È di un poeta? è di
un virtuoso? Dove finisce il poeta? dove comincia il virtuoso? Se dalla Sementa
risalgo ancora più su, alle prime Myricae, trovo, tra l'altro, un intero ciclo
di piccoli componimenti di dieci versi ciascuno: L'ultima passeggiata, che si
può dire la prima idea del poemetto ora esaminato. La figura di fanciulla, che
vi è accennata, « la reginella dalle bianche braccia », è una sorella di Rosa,
anzi è Rosa medesima. Sono quadretti minuscoli: l'ara- tura, la massaia con le
sue galline, la via ferrata e il telegrafo che percorrono le campagne recando
l'impressione della rumorosa vita lontana, le comari che ciarlano in
capannello, l'osteria campestre sull'ora del mezzodì, il partir delle rondini,
l'apparecchio e cottura del pane di cru- schello, la ragazza che aiuta la madre
nelle faccende domestiche e fa da piccola madre ai mi- nori fratelli e tiene le
chiavi del cassone della biancheria odorata di lavanda, e vede accumu- larsi
colà dentro il corredo che fa presentire prossime le nozze. E sono quadretti
perfettamente intonati: non v'ha niente di ciò che stride o appare incerto nei
poemetti. Arano: Nel campo dove roggio sul filare qualche pampano brilla, e
dalle fratte sembra la nebbia mattinai fumare, arano : a lente grida, uno le
lente vacche spinge, altri semina: un ribatte le porche con sua marra paziente:
che il passero saputo in cor già gode e il tutto spia dai rami irti del moro ;
e il pettirosso: nelle siepi s'ode il suo sottil tintinno come d'oro. Le comari
in capannello: Cigola il lungo e tremulo cancello e la via sbarra: ritte allo
steccato cianciano le comari in capannello : parlan d'uno, eh' è un altro
scrivo /scrivo, del vin, che costa un occhio, e ce n'è stato; del governo; di
questo mal cattivo; del piccino; del grande ch'è sui venti; del maiale, che
mangia e non ingrassa — Nero avanti a quegli occhi indifferenti il traino con
fragore di tuon passa. Di poesie come queste sono ricche le prime My- ricae, e
ce n'e anche nella serie di quelle altre che ne continuano la maniera, aggiunte
nelle posteriori edizioni. Un'impressione di campagna, mentre soffia il vento
freddo e agita un piccolo bucato di bimbo, messo ad asciugare presso un
tugurio: Come tetra la sizza, che combatte gli alberi brulli e fa schioccar le
rame secche, e sottile fischia tra le fratte! Sur una fratta (o forse è un
biancor d'ale?) un corredino ride in quel marame: fascie, bavagli, un piccolo
guanciale. Ad ogni soffio del rovaio che romba, le fascie si disvincolano
lente, e da un tugurio triste come tomba giunge una dolce nenia paziente. Una
fanciulla cuce il suo abito di sposa; a un tratto leva la testa e ride: Erano
in fiore i lilla e l'ulivelle; ella cuciva l'abito di sposa ; né l'aria ancora
apria bocci di stelle, né s'era chiusa foglia di mimosa: quand'ella rise: rise,
o rondinelle nere, improvvisa: ma con chi? di cosa? rise così con gli angioli:
con quelle nuvole d'oro, nuvole di rosa. In queste poesiole, nemmeno le
onomatopee di voci d'uccelli e di altri suoni e rumori offendono j3iù. Perchè,
a mio parere, hanno avuto torto i critici quando per quelle onomatopee hanno
aperto contro il Pascoli uno speciale processo: le cosiddette onomatopee sono
legittime o illegittime secondo i casi; e quando P. le adopera fuori luogo
(ed^èu-JL-dir vero, il caso pijij[requen.te), l'error suo è una delle tante
forme di quella tendenza all'insistere eccessivo, alla minuteria, alla
riproduzione materiale, ossia di quell'affettazione e disposizione asinfonica
che è in lui. Ma quando, nelle prime Myricae, scrive per la prima volta l'ormai
famigerato scilp dei passeri e viti videvitt delle rondini, io non trovo luogo
a scandalo, perchè in quel caso il Pascoli mantiene un'intonazione bassa e
pacata; nota l'impressione immediata della cosa, e aggiunge un'osservazione
quasi riflessiva: Scilp: i passeri neri sullo spalto corrono molleggiando. Il
terren sollo rade la rondine e vanisce in alto: vitt, videvitt. Per gli uni il
casolare, l'aia, il pagliaio con l'aereo stollo; ma per l'altra il suo cielo ed
il suo mare. Questa, se gli olmi ingiallano la frasca, cerca i palmizi di
Gerusalemme: quelli allor che la foglia ultima casca, restano ad aspettar le
prime gemme. E non può scandalizzare il rosignolo, che ripete l'aristofaneo nò
xió, topoid XiX(£; o bisogna aver dimenticato che la poesiola di P., da cui è
tolto il particolare tante volte citato come esempio di stravaganza, è un
apologo scherzoso : il rosignolo è allegoria del poeta, le ranocchie del grosso
pubblico. Comincia, infatti, cosi: Dava moglie la Rana al suo figliuolo. Or con
la pace vostra, o raganelle, il suon lo chiese ad un cantor del brolo... In
tale apologo, in siffatta intonazione, la cercata reminiscenza aristofanesca
sta perfettamente a posto e conferisce grazia. Il risultato medesimo si ha ove
si confrontino altri poemetti, quelli di contenuto filosofico e morale, con le
Myricae di simile contenuto. Il Libro vuol far sentire l'ansiosa e vana ricerca
del vero, che l'uomo persegue: un libro (l'im- magine deve essere stata attinta
a un noto luogo del Wilhelm Meister, circa i drammi dello Shakespeare), un
libro, aperto sul leggio nell'altana, e le cui pagine sono rimescolate dal
vento, sug- gerisce la presenza di un uomo invisibile che frughi e frughi e non
trovi la parola che cerca. " Ma l'impressione solenne, che si
vorrebbeotte- • nere^è impedita dalla realtà determinata di quel libro, sul
leggìo dfquercia, roso dal tarlo, di quel rumore di fogli voltati a venti a
trenta a cento, con mano impaziente, « avanti indietro, indietro avanti »; e
dalla freddezza allegorica onde il volume così determinato si trasfigura, in
fine, nel «libro del mistero », sfogliato «sotto le stelle». Nei Due fanciulli,
malamente si lega alla sce- netta dei due fanciulli, che litigano e si
graffiano e che la madre manda a letto, ed essi nel buio si cercano e si
rappaciano e dormono abbrac- ciati, l'ultima parte, che dà l'interpetrazione
allegorica della scenetta ed esorta gli uomini alla concordia: il quadretto
idillico impiccolisce l'ammonizione solenne, questa appesantisce il quadretto.
Ma i versi gnomici delle Myricae sono, nella loro tenuità, incensurabili. Li
ravviva, an- che nella loro tristezza, un lieve sorriso. Il cane: Noi, mentre
il mondo va per la sua strada, noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l'affanno,
sì, che pur vada, e si, che lento vada. Tal, quando passa il grave carro avanti
del casolare, che il rozzon normanno stampa il suplo con zoccoli sonanti, sbuca
il can dalla fratta, come il vento; 10 precorre, l' insegue; uggiola, abbaia.
11 carro è dilungato lento lento, e il cane torna sternutando all'aia. Parrebbe
dunque che dicano bene coloro che soltanto in P. delle prime Myricae ritrovano
un poeta armonico e compiuto. Ma si os- servi: che cosa sono quelle poesie?
Sono pensieri sparsi, schizzi, bozzettini: un albo di pittore, che può essere
di molto pregio, ma che rappresenta, piuttosto che l'opera d'arte, gli elementi
di essa. Le Myricae sembrano spesso pochi tratti segnati a lapis da un pittore
che vada in giro per la campagna : Lungo la strada vedi sulla siepe ridere a
mazzi le vermiglie bacche: nei campi arati tornano al presepe tarde le vacche.
Vien per la strada un povero che il lento passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intona una fanciulla al vento: — Fiore di spina!... E lo schizzo ha
la sua attrattiva, ed anche la sua compiutezza: quasi una compiutezza dell'in-
compiutezza. Sono anch'io dell'avviso che nelle prime Myricae soltanto il
Pascoli abbia la calma dell'artista. Ma bisogna essere pienamente con- sapevoli
di ciò che così si afferma, e che è, né più né meno, questo: che il meglio
dell'arte di P. è nella sua riduzione a frammenti, nel suo sciogliersi negli
elementi costitutivi. Di frammenti stupendi sono conteste anche le poesie che
abbiamo ricordate e criticate come deficienti di fusione e di armonia: solo che
nel contesto artificioso perdono la loro naturale virtù. E già nelle prime
Myricae l'arte di P., non appena tenta maggiori voli, scopre il suo solito
difetto. In alcune saffiche, ma specialmente poi nei sonetti, egli è ancora
sotto il freno e la disciplina del suo grande maestro Carducci, sicché, tolta
la costrizione di quel modello, non ha scritto più sonetti. Ha continuato
invece le odicine tra l'agreste e l'oraziano, tra la campagna e la letteratura,
che formarono il ciclo Alberi e fiori, al quale alcune nuove sono state
aggiunte fin nell'ultimo volume di Odi e inni. In qualche altro breve
componimento, c'è un'ispirazione er.ojifa: come nel Crepuscolo, in cui egli
celebra il doppio momento del giorno, l'alba e il tramonto, quando la bella si
snoda dalle sue braccia «e con man vela le ridenti ciglia», o l'accoglie nelle
braccia, « e il dolce nido come suol pispi- glia ». La « reginella dalle
bianche braccia » non è guardata con occhio indifferente, come la Rosa degli
anni più tardi. C'è nei versi a lei dedicati, in mezzo alle reminiscenze dell'omerica
Nau- sicaa, un calor di sentimento, che fa di quelle tre poesiole alcune delle
migliori pagine delle Myricae. Felici i vecchi tuoi; felici ancora i tuoi
fratelli ; e più, quando a te piaccia, chi sua ti porti nella sua dimora, o
reginella dalle bianche braccia! Il poeta si raffigura non senza trepidazione
le prossime nozze: Quella sera i tuoi vecchi... quella notte i tuoi vecchi un
dolor pio soffocheranno contro le lenzuola. Per un momento sogna di esser lui
lo sposo felice: Al camino, ove scoppia la mortella tra la stipa, o ch'io sogno
o veglio teco: mangio teco radicchio e pimpinella. Al soffiar delle raffiche
sonanti l'aulente fieno sul forcon m'arreco e visito i miei dolci ruminanti:
poi salgo e teco o vano sogno!... Vano sogno: lo scolaro è costretto a tornare
al suo latino e al suo calepino. Ma io sento in questa lirica amorosa l'eco
dell'Idillio maremmano del Carducci, e più ancora della poesia di Severino
Ferrari; la quale giustamente è stata più volte ricordata negli ultimi anni, a
proposito di P. A ogni [Su Ferrari, si veda il volume secondo della Letteratura
della nuova Italia. Lo stato d'animo dei due poeti (le prime Myricae e la prima
ampia raccolta dei Versi di Ferrari furono pubblicate) era, per molti rispetti
ed anche per molte circostanze estrinseche, simile. Gli autori infatti si
dimostrano scolari del Carducci nella predilezione per le forme della poesia
trecentesca e popolare, in certe movenze di stile, in quel piglio robusto e
semplice in- sieme, che fece già lodare la poesia carducciana come la più «
parlata > di tutte le nostre. Erano, inoltre, quasi compaesani, con le
medesime fonti materiali d'ispirazione: i paesaggi, i costumi, le consuetudini
di vita, cui alludono nei loro versi, sono gli stessi nel poeta di San Pietro a
Capofiume e in modo, P. non ha più ripreso^ codesti motivi: anzi,
dalle'posteriori edizioni delle Myricae la lirica Crepuscolo è stata_espunta.
Ed egual- mente ne è stato espunto un sonetto, in cui il poeta prendeva
atteggiamento e nome di ribelle di fronte a un principe; come non ha mai rac-
colto i versi rivoluzionari, pei quali era noto tra i suoi condiscepoli di
Bologna e dei quali conosco alcuni, che credo inediti e che cominciano:
Soffriamo! nei giorni che il popolo langue è insulto il sorriso, la gioia è viltà!
Sol rida chi ha posto le mani nel sangue, e il fato che accenna non teme o non
sa. Prometeo sull'alto del Caucaso aspetta, aspetta un hel giorno che presto
verrà; un giorno del quale sii l'alba, o Vendetta! un giorno il cui sole sii
tu, Libertà!... quello di San Mauro, nel campagnuolo dell'estremo bolo- gnese e
in quello della confinante estrema Romagna: en- trambi sbalzati come insegnanti
nelle più lontane regioni d'Italia, e portanti nel cuore l'uno il piccolo borgo
«dove non è che un argine, cinque olmi e quattro case*, e l'altro «sempre un
villaggio, sempre una campagna», il paese do- minato dalla « azzurra vision di
San Marino. E furono, infine, coetanei, condiscepoli ed amici, e si scambiavano
versi, e l'uno ricordò l'altro nelle proprie poesie. Per la comunione d'anime
che si forma tra giovani fervidi di disegni e di speranze, alcuni atteggiamenti
artistici doverono passare dall' uno all'altro; né è detto che il « succubo »
fosse sempre P., quando già nel Mago il Ferrari celebrava l'amico come l'ar-
tista «dalla lima d'oro», dalle «fresche armonie, dai baldi voli », e
simboleggiava l'arte di lui nel canto di un lieto coro di « giovani capinere e
usignuoli ». Accade quindi che, alcune volte, leggendo il Ferrari, par di
leggere P. della prima maniera. Cosi in certe impressioni di campagna: «C'è un
zufolar sì tremulo che viene Di fondo ai fossi... »; in certe Ma da questo
Pascoli amoroso e ribelle, da questo P. preistorico, tornando allo storico, \
dicevamo, dunque, che nelle prime Myricae, e soprattutto nella serie che le
seguì, già si vede ì com'egli si sforzi ad una poesia più complessa e personale
ed intensa, e come dia subito in disarmonie. Il buon piovano, che passa pei
campi salutando e benedicendo. tutti, è una figura che ha tocchi esagerati.
Benedice anche il falco, anche il falchetto (nero in mezzo al ciel turchino),
anche il corvo, anche il becchino, poverino, che lassù nel cimitero raspa raspa
il giorno intero. visioni di opere agricole: «Anco per poco ondeggerete, o
chiome De la canapa verde...»; in certi interni di case rustiche e di cucine :
« Là splendeva co '1 giorno nei decenti Costumi la virtù della massaia... »; e
finanche nella descri- zione della vita degli uccelli, nei pensieri dei
rosignuoli o negli amori delle capinere: «Come un argenteo tinn di campanello.
D'altra parte, in P. si risentono accenti del Ferrari: « Cantano a gara intorno
a lei stornelli Le fiorenti ragazze occhipensose; « Siedon fanciulle ad arcolai
ronzanti...». Ma la poesia del Ferrari, se mostra una cerchia di pensieri e di
sentimenti più ristretta di quella del Pascoli ed è alquanto inferiore a questa
per maturità di forma, è poi fortemente dominata dal sentimento d'amore, che
manca quasi affatto nel Pascoli: Se corso d'acqua o ben fiorito ramo 6 strepito
di venti o di bell'ale chieda l'onor del breve madrigale, non l'ottiene però se
una gioconda forma di donna a la romita scena non dia '1 senso d'amor ond'ella
è piena.L'affettazione è già nel Morticino: Andiamoci a mimmi, lontano
lontano... Din don... oh ma dimmi: ^on vedi ch'ho in mano il cercine novo, le
scarpe d'avvio? e nel Rosicchiolo (la madre morta ha accanto un pezzo di pane,
serbato pel figlio), tutto rotto e ansante di esclamazioni: Per te l'ha
serbato, soltanto per te, povero angiolo; ed eccolo o pianto! lo vedi? un
rosicchiolo secco. Moriva sul letto di strame; tu, bimbo, dormivi, sicuro. Che
pianto ! che fame ! Ma c'era un rosicchiolo duro... e in altre molte. Già vi
sono le inopportune ma- terialità. I versi Scalpitio: si sente un galoppo
lontano (è la...?) che viene, che corre nel piano con tremula rapidità; non
sono da riprovare (come è stato fatto) per l'ardimento metrico, ma perchè la
previsione della Morte che sopraggiunge è diventata in essi qualcosa di
prosaico, quasi di un treno che ar- rivi; e il verso, lodato per bellissimo:
«con tremula rapidità», è di una precisione sconcordante col soggetto; come
sconcordante è il triplice grido ultimo: «la Morte! la Morto! la Morte!», che
ricorda quello del madrigale di Mascarille: « Au voleur! au voleur! au voleur!
au voleur! » . Lo strafare appare già per molti segni. Alla breve poesiola: II
cuore del cipresso, sono state aggiunte, nella seconda edizione, altre due
parti per rincupirla e renderla enfatica; con raffinati giochetti come:
«l'ombra ogni sera prima entra nell'ombra», e con interrogativi a più riprese:
«E il tuo nido? il tuo nido?...». Finanche la ottava quasi in tutto bella delle
prime Myricae: Lenta la neve fiocca fiocca fiocca: senti: una zana dondola pian
piano. Un bimbo piange, il piccol dito in bocca; canta una vecchia, il mento
sulla mano. La vecchia canta: Intorno al tuo lettino c'è rose e gigli, tutto un
bel giardino. Nel bel giardino il bimbo s'addormenta. La neve fiocca lenta
lenta lenta; — è stata esagerata, non potendosi altro, nel titolo. S'intitolava
semplicemente: Neve, e fu poi inti- tolata: Orfano; laddove è evidente che
nessuna ragione artistica costringeva a privar dei geni- tori quel caro
piccino, che piange, « il piccol dito in bocca » ! Allorché, dunque, nelle
Myricae si prescinda da ciò che è eco o incidente passeggero o semplice schizzo
e quadretto minuscolo, vi si trova in embrione il Pascoli con le sue virtù e
coi suoi difetti. Le Myricae contengono i motivi da cui si svilupperanno i
Canti di Castelvecchio e i poemetti georgici e morali; i quali danno poi la
mano ai Poemi conviviali e agli Inni. III. È da vedere perciò se non convenga
seguire l'altra indicazione, che ci è stata offerta: che cioè il Pascoli vero
sia da cercare nella sua poesia ultima e degli anni maturi, in P. « maggiore »
contrapposto al « minore », in quello delle solenni composizioni in terzine e
in endecasillabi sciolti. È da vedere se di quei difetti, di cui è libero nelle
prime Myricae perchè si appaga del piccolo, non sia riuscito poi a liberarsi anche
e meglio per altra • via, lavorando in grande, componendosi un gran corpo. E
poiché non diletta sfondare porte aperte, lascio da banda gl'Inni, che per
comune e concorde giudizio sono la parte più debole della sua produzione
ultima, e vado difilato ai Poemi conviviali. Nei quali, a tutta prima,
sorprende un'aria di compostezza, una facilità ed egualità d'intonazione, onde
par di avere innanzi un'altra persona, o tale che si è sviluppata cosi improv-
visamente e magnificamente che non lascia riconoscere l'antica. Che cosa è mai
accaduto? Il Pascoli, oltre che poeta, è anche umanista: conforme alla
tradizione della nativa Romagna (clas- sicheggiante, più forse che altra
regione d'Italia nel secolo decimonono), e all'indirizzo della scuola di
Carducci. Non è un pensatore, e nemmeno propriamente quello che si dice un
dotto, perchè la sua solida cultura letteraria non è orientata verso la ricerca
scientifica o storica, ma verso il godimento del gusto e la riprodu- zione
della fantasia. Perciò ha qualcosa di antiquato rispetto al modo moderno della
filologia; e, insieme, qualcosa di raro e di sorprendente. Da scolaro, faceva
meravigliare i condiscepoli che dicevano ch'egli attendesse a mettere in prosa
attica l'autobiografia di Cellini; e ancora si narrano le sue prodezze di
versificazione latina e greca. Ha presentato più volte poemetti latini alla
gara internazionale di Amsterdam, e più volte ha riportato il primo premio. Ha
compilato antologie di poesia latina, e postovi introduzioni critiche, nelle
quali si trovano brani e pagine descrittive, — gli aedi, Achille morente,
l'agone tra Omero ed Esiodo, Solone vecchio che vuol imparare un canto di Saffo
e morire, ecc. — che ricompaiono nei Poemi conviviali. Ora, in questi poemi [Un
esempio. « L'aedo viaggia per l' Hellade divina e per le isole. Si aggira
spesso lungo il molto rumoroso mare per trovare una nave bene arredata, che lo
tragitti: egli paga i nocchieri con dolci versi, se è accolto... Ma, se è re-
spinto, maledice... Così a tutti si rivolge l'aedo, che a tutti canta, uomini e
dei: entra come nella casa dei re, così nella capanna del capraio ; chiede con
la maestà del sacerdote sì ai pescatori che tornano, sì ai vasai che accendono
la for- nace ; e canta. Qualche volta dorme sotto un pino della cam- pagna: qualche
volta, sorpreso dalla neve, vede risplendere in una casa'ospitale la bella
fiammata, che orna la casa come egli sposa la sua ispirazione poetica alle
forme della poesia greca, nella cui riproduzione ha acquistato pratica
meravigliosa. Come nei poemetti presentati alle gare olandesi parla latino, e
in latino dà i primi abbozzi o le varianti del Ciocco, dei Due fanciulli e di
altre sue composizioni italiane, così nei Poemi conviviali parla greco: greco
con parole italiane, ma con tutte le inflessioni, i giri, i sottintesi di chi
si è a lungo nutrito di poesia greca. Il libro è un trionfo' della virtù
assimilatrice, un capolavoro di aultura umanistica. Questo linguaggio greco,
adottato da P., conferisce alla sua nuova o/pera un aspetto meno agitato e dissonante.
Ma, quando si afferma, com'è stato affermato, che nel passare dalla lettura
dell' Odissea a quella dei Poemi conviviali non si avverte diversità di sorta,
bisogna rispondere di star bene attenti a non lasciarsi ingannare dalle
apparenze. Sotto l'acqua limpida e cheta si muove la corrente ' 'jf /)
turbinosa e torbida. P. è P. e non'l^y»*/ Omero: è, anzi, la sua, quanto di più
dissimile )J^ i figli l'uomo, le torri le città, i cavalli la pianura, le navi
il mare». (Epos, p. xxi). Si ascolti ora II cieco di Ohio: Io cieco vo lungo
l'alterna voce del grigio mare; sotto un pino io dorino dai pomi avari; se non
se talora m'annunziò, per luoghi soli, stalle di mandriani, un subito latrato;
o, mentre erravo tra la neve e il vento, la vampa da un aperto uscio improvvisa
nella sua casa mi svelò la donna, che fila nel chiaror del focolare. si possa
pensare dalla poesia omerica: questa così ingenuamente umana, quella cosi
sapiente nella sua umanità, cosi sorpresa e stupita della sua ingenuità che sta
a guardarla e a riguardarla in viso, e ad ammirarla; e non le par vera! Si può
scegliere a piacere qualsiasi dei suoi poemi, giacché il loro valore press 'a
poco si equi- vale. Anticlo è nato da due versi e mezzo dell'Odissea.'.
Anticlo, nel cavallo di legno, sta per rispondere alla voce di Elena che
contraffa quella della moglie di lui, quando Ulisse gli caccia la mano nella
gola, Il P. comincia con l'eseguire variazioni intorno a questo motivo. Le due
prime parti del poemetto sono quasi ripetizioni l'una dell'altra: un granellino
di poesia è diluito in molta acqua: E con un urlo rispondeva Anticlo, dentro il
cavallo, a quell'aerea voce, se a lui la bocca non empia col pugno Odisseo,
pronto... La voce dilegua chiamando ancora .per nome, finché non s'ode più
nulla: finché all'orecchio degli eroi non giunse che il loro corto anelito nel
buio; così come, all'ora del tramonto, mentre essi se ne stavano chiusi nel
gran cavallo, udirono lon- tanare i cori delle vergini; e poi si fece sera, e [
''AvxikX,05 5è aé y' 0X05 à[igCi|>ac8ai èjiéeaaiv fj8EXv, àXV 'Oòvaaevq è:tl
nàaxaxa xeQoi Jite^ev VO)X8|léa)5 KQaT8QTÌ, come è stata argutamente chiamata.
E l'idillio di un animo piagato; è una pace di conquista, non di natura. La
casetta e la famigliuola, che sono le imma- gini consuete dell'idillio, hanno
accanto a sé, nella visione del Pascoli, un'altra casa e un'altra famiglia in
cui egli vive non meno che in quelle in cui trascorre la vita materiale: il
cimitero, e i fantasmi dei suoi morti. Questi morti sono sem- pre con lui: tornano
sempre a quelle pareti doraestiche da cui furono crudelmente strappati: toccano
e riconoscono le loro masserizie, i loro abiti, le tele che tesserono e
cucirono, i figliuoli che generarono e lasciarono bambini, i fratelli coi quali
divisero le prime gioie brevi e i primi pungenti dolori. Immagini di morti, che
si tirano dietro, nell'animo del poeta, altre immagini affini: mendichi,
vecchi, ciechi, bambini deboli e pian- genti. È un idillio, irrigato di pianto:
il tesoretto domestico, sul quale egli vive, è formato dal ricordo dei mali e
delle angosce sofferte. L'ere- mita (del poemetto cosi intitolato), nello
scendere lungo il fiume della morte, grida: Signore, fa ch'io mi ricordi! Dio,
fa che sogni! Nulla è più soave, Dio, che la fine del dolor; ma molto duole
obliarlo; che gettare è grave il fior che solo odora quando è còlto. Da questa
contemplazione, fatta fine e abito di vita, sorge una forma di serenità:
l'animo, non più interiormente dilaniato, può volgersi al mondo esterno, e
guardare ed osservare e comentare, in un modo per altro sempre intonato alle
sofferte vicende: calmo, sì, ma non gaio: sereno, ma non agile e leggiero. E
sorgono insieme le gioie modeste: l'attitudine a godere delle cose piccole, del
riposo gior- naliero, della mensa, della passeggiata, dello studio; a scoprire
in esse un sapore, una virtù ascosa, che altri, più fortunati o più sfortunati,
non vi scoprirebbero: come nel fior d'acanto, che le api regali disdegnano, le
api legnaiole trovano il miele e la contadinella sugge il nettare ignoto. A te
né le gemme né gli ori forniscono dolce ospite, è vero; ma fo che ti bastino i
fiori che cògli nel verde sentiero, nel muro, sulle umide crepe dell'ispida
siepe. Non reco al tuo desco lo spicchio fumante di pingue vitella; ma fo che ti
piaccia il radicchio, non senza la sua selvastrella, con l'ovo che a te
mattutina cantò la gallina. Questa disposizione d'animo è stata da P., negli
ultimi tempi, innalzata a una teoria etico-sociologica, che egli non si stanca
di pre- dicare in tutte le occasioni: tanto che, per questo rispetto, stiamo
per avere, anche noi italiani, il nostro Tolstoi (purtroppo, solo Tolstoi che
filosofeggia! La natura è una madre dolcissima che sa quel che fa, che ama i
figli suoi, e dal male ricava per essi il bene. La vita è bella, o sarebbe, se
gli uomini non la guastassero. Ma gli uomini avvelenano ogni cosa con la
discordia, con l'odio, con la guerra, e con la cupidigia insaziabile, che è il
movente riposto e ultimo. Bisogna dunque dichiarar guerra alla guerra; non ammettere
di- visioni fatali, esser di nessun partito, addetti so- lamente alla causa
dell'umanità: non ridere delle parole carità e filantropia, ma accettarle
meglio che quelle di socialismo, individualismo e simili; il vero socialismo è
il continuo incremento della pietà nel cuore dell'uomo. Tutte le cose buone
sono identiche, o s'identificano: il patriottismo non sta contro il socialismo,
e viceversa: il so- cialismo dev'essere patriottico, e il patriottismo
socialistico. Tutto è affar di cuore, di dolcezza, di pietà. Anche la scienza e
la fede non debbono rissare: la scienza deve tener della fede e la fede della
scienza. Codesta non già transvalutazione, ma adeguazione o depressione di
valori, è sug- gellata dalla virtù del contentarsi: contentarsi del poco,
perchè, se il molto piace, il poco solo è ciò che appaga. Uomini, contentatevi
del poco (assai, vuol dire si abbastanza e sì molto: filosofia della lingua!),
e amatevi tra voi nell'ambito della famiglia, della nazione e dell'umanità. Una
filosofia, che è già bella e criticata, quando si è mostrato che nasce da uno
stato d'animo individuale; e del resto, P. stesso, pratica- mente, come uomo,
la contradice quando, appena qualcuno tocca ciò che gli è caro (la sua arte, o
i, suoi convincimenti critici), corre alle difese e alle offese; non esita a
chiamare stolti o « sciocchi » i suoi accusatori (si veda la prefazione ai
Poemi conviviali)) e, insomma, conserit proelia, viene alle mani: di che non lo
biasimerò io certamente, perchè mi par naturale che ognuno protegga, come può,
le cose che ama. Nasce da uno stato d'animo e ci conferma questo stato d'animo,
che è quello che abbiamo definito come una varietà del sentimento idillico.
Ora, il sentimento idillico è costante in tutta l'opera letteraria del Pascoli:
involuto, e qua e là lievemente sorridente, nelle primissime Myri- cae,
chiaramente spiegato nelle poesie posteriori. Non fanno eccezione i Poemi
conviviali, il cui contenuto sono la natura, la morte, la bontà, la pietà,
l'umiltà, la poesia; e la poesia e la morte più d'ogni altra cosa: pensieri
tristi e delicati, che risuonano sulle labbra dei personaggi del mito, della
leggenda e della storia ellenica. Per bocca dell'antico Esiodo parla sempre il
Pascoli: E sol com'ora anco è felice l'uomo infelice: s'egli dorine o guarda: N
quando guarda e non vede altro che stelle, quando ascolta e non ode altro che
un canto; P. stesso è effigiato in Psiche, che solitaria nella sua casa intende
l'orecchio al canto di Pan: Eppur talvolta ei soffia dolce così nelle palustri
canne, che tu l'ascolti, o Psiche, con un pianto sì, ma ch'è dolce, perchè fu
già pianto e perse il triste nel passar degli occhi la prima volta; o nell'aedo
Femio, che parla ad Ulisse e dice della poesia, quel che già era stato detto
nelle varie allegorie ed apologhi delle Myricae: Un nicchio vile, un lungo
tortile nicchio, aspro di fuori, azzurro di dentro, e puro, non, Eroe, più
grande del nostro orecchio; e tutto ha dentro il mare, con le burrasche e le
ritrose calme, coi venti acuti e il ciangottio dell'acque. Una conchiglia
breve, perchè l'oda il breve orecchio, ma che tutto l'oda; tale è l'aedo. Pure
a te non piacque. La medesimezza dell'ispirazione nei Poemi conviviali, e nelle
Myricae e Poemetti, è stata concordemente riconosciuta; e in questo senso si è
bene affermato che P. ellenico è un elle- no-cristiano. Diversa opinione è
stata manifestata per gli Inni', e si è detto che P. vuol tentar in essi la
corda eroica, e fallisce. E gli si è dato sulla voce, consigliandolo (per
parlare col suo poeta) a meditare silvestrem musam tenui avena, ad attenersi al
deductum Carmen, al calamos inftare leves, se non voglia stridenti miserum
stipula disperdere carmenì Ma gl'inni, nel loro complesso, contengono
nient'altro che la predicazione del solito vangelo pascoliano: si ricordino
quelli sull'anarchico assassino dell'imperatrice Elisabetta, sul negro di
Saint-Pierre, sulla uccisione di re Umberto, sul Duca degli Abruzzi e la
spedizione al Polo, sulle stragi civili. E si deve concludere che non vi ha
luogo a distinguere, nell'opera del Pascoli, filoni diversi di pensieri,
correnti diverse di sentimento, e ad assegnare la parte geniale della poesia di
lui all'una delle correnti, e l'artificiosa all'altra. Si deve concludere che
anche il secondo dei due procedimenti critici, che abbiamo ricordati, si
chiarisce inapplicabile al caso suo. E così l'arte di P. par che serbi sempre
l'aspetto di un problema. La genialità e l'artificio, la spontaneità e
l'affettazione, la sincerità e la smorfia, appaiono uniti negli stessi componimenti,
nelle stesse strofe, talvolta in un singolo verso. Il male attacca la lirica
nelle sue radici e nelle sue fibre più intime, nel metro; talché in mol-
tissime poesie del Pascoli la mossa metrica è come staccata dall'ispirazione:
quasi si direbbe che, appena sorto il germe di vita, un microbio vi si sia
precipitato sopra a contaminarlo. L'impressione del lettore è quella che io ho
notata in principio: l'attrattiva e la repulsione, il rapimento e il disgusto
si avvicendano. Abbiamo insieme un poeta ingenuo e uno bambinesco; un lirico
del dolore e un assassinato di dolore, come avrebbe detto Pietro Aretino; un
commoso cantore della pace e un predicatore alquanto untuoso; un uomo santo e
un sant'uomo, uno spirito religioso e un prete. Stiamo a momenti per gridargli
entusiasmati: Quae Ubi, quae tali reddam prò Carmine donaci, e donargli la
nostr'anima (unico dono degno che possa farsi ai poeti); ma, nel- l'istante
seguente, lo slancio del donatore resta sospeso. E il critico è messo in
imbarazzo: press'a poco nella situazione di Gargantua, quando gli nacque il
figlio e gli mori la moglie, che non sapeva se dovesse ridere o piangere: *Et
ledóbufe qui troubloil san en tende meni esloit assavoir l'AS mon s'il devoit
pleurer poùr le deuil de sa femme, ou rire pour la joie de son filz. D'un coste et d'aulire, il avoit
argumens sophistiques qui le suffoquoient, car il les faisoit tres ìnen in modo
et figura, mais il ne les pouvoit souldre. Et, par ce moyen, demeuroit empestrè
cornine la souris empeigée, ou un milan pris au lacet». Ma il critico non vuole escogitare « argumens
sophistiques»: vuol vederci chiaro, e non gli riesce. Non è una consolazione
osservare che questa incertezza si ritrova nell'opinione generale con- cernente
il Pascoli. Coloro che più ponderata- mente hanno scritto della sua opera,
mostrano sempre, in modo espresso o tra le linee, una tal quale
insoddisfazione: e ora concludono che P. non giunge alla creazione spontanea e
^geniale; ora riconoscono quel che c'è d'imperfetto nelle sue più belle
creazioni; ora lo consi- derano piuttosto come precursore che come ar- tista
compiuto in sé stesso; ora lamentano che nel Pascoli ci sia l'imitazione di sé
medesimo, il pascolismo. Più volte ho potuto osservare che alcuni dei maggiori
estimatori e lodatori di lui non sanno celare la loro dubbiezza e cercano come
di essere rassicurati sulla legittimità della loro ammirazione; o alcuni dei
più risoluti avver- sari non si sentono, nella manifestazione del loro
dispregio, in completa buona coscienza. Tanta è questa incertezza, che si ode
lamentare non essere stato finora P. giudicato degnamente perchè la critica
italiana è inferiore al compito suo; ed altri scusano la critica con- siderando
l'arte del Pascoli come un'arte dell'av- venire, che solo in una nuova fase
spirituale potrà essere compresa a pieno. Sarà dunque così? Fallimento della
critica? o rinvio all'avvenire? Ma, prima di ricorrere a codeste ipotesi da
disperati (da disperati, perchè non verificabili), bisogna esaminare un'ipotesi
più semplice. La quale è, che ciò che si presenta come problema sia una
soluzione; che ciò che sembra una do- manda, sia già una risposta ; che questa
mia censura critica, che finora sembra tutto un prologo, sia già una
conclusione. Il Pascoli è, per l'appunto, quale lo siamo venuti osservando: uno
strano miscuglio di spon- taneità e d'artifizio: un grande-piccolo poeta, o, se
piace meglio, un piccolo-grande poeta (cosi come, in una delle sue poesie, la
terra a lui apparisce un « piccoletto-grande presepe » !). In lui, anche dopo
le prime Myricae, sono sorti motivi poetici felicissimi, anzi più ricchi forse
e più pro- fondi dei suoi primi; ma codesti motivi non ven- gono padroneggiati
e ridotti a unità artistica, e non acquistano quell'intonazione armonica, che è
la manifestazione dell'unità. Era uno squisito poeta nelle prime Myricae,
restio a scrivere e a stampare, tanto che si denominava da sé « Belacqua», e,
sfiducioso, non cercava la fama. Ma! la fama l'ha raggiunto, e lo ha eccitato a
una produzione abbondante e artificiale. Spirito poetico qual egli è, non
riesce mai a diventare del tutto un retore; ma non riesce neppure alla poesia
compiuta, e s'indugia in una semi-poesia. Perciò anche egli, ora, non vede
nessun termine alla sua produzione: smarrito il senso della sin- tesi
artistica, di ogni commozione fa una lirica, prima che sia diventata veramente
tale: la sua produzione si è resa facile e meccanica. « Quanto più di numero
vorrei che fossero! (scrive nella prefazione di Odi e inni, che pure son troppi
e troppi). Io sento di non avervi ancor detto nulla di ciò che avevo per i
vostri cuori. E temo di andarmene, volgendomi disperatamente addietro per dirvi
ciò che non dissi, e che è sempre e ancora il tutto. Bisogna affrettarsi, ora.
Gli anni non vengono, ora: vanno ». Perciò, non s'acqueta in nessuna delle sue
creazioni. Ogni materia diventa per lui inesauribile. Il tragico fato del
_padre gli è fonte perpetuajd^__pjoesia^,appunto perchè nessuna perfetta poesia
ne è nata. Egli sente nell'aria il rimprovero per quel suo inces- sante
verseggiare i casi della propria famiglia; e si difende: «Io devo (il lettore
comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti o
ignoti, vollero che un uomo non solo innocente ma virtuoso, sublime di lealtà e
bontà, e la sua famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che siano morti.
E non si tratta di questo: i lettori non l'accusano di parlar troppo di suo
padre, ma di non parlarne abbastanza poeticamente; ed egli forse insiste nel
tema, non perchè spinto da dovere domestico, ma perchè avverte, sia pure
confusamente, che non è giunto ancora a concretare il suo sentimento nelle
immagini. Quella tragedia familiare gli sta dinanzi come un grosso blocco di
marmo, che non sa come lavorare: ne fa con lo scalpello saltare qualche
scheggia, ma non v'incide una volta per sempre la statua o il gruppo. Per la
stessa ragione, infine, la sua opera poetica ha l'aria di una poesia
dell'avvenire: i motivi, che vi sono abbozzati e non perfettamente elaborati,
paiono aspettare e provocare l'artista, che li ripiglierà. Come dal suo stato
d'animo idillico P. ha tratto una filosofia che è la conferma di quel suo
stato, cosi dalla sua arte imperfetta ha tratto un'estetica e una critica, che
è il riflesso teorico di essa, e insieme una conferma dell'analisi che si è
tentata in queste pagine. Il poeta jegli dice ed io compendio), il poeta vero è
un fanciullo: è l'anima che ama il poco, le piccole cose, la campagna piccola,
il campicello, l'orto con una fonte e con un po' di selvetta, il cavallino, la
carrozzina, l'aiolina. E l'ama con la dolcezza della pietà: perchè il poeta non
solo è il fanciullo, ma è anche il poverello dell'umanità, spesso cieco e
vecchio. Per conseguenza, in quanto poeta, è sempre ispiratore di buoni e
civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano: è sempre socialista, perchè
è umano: esclude l'impoetico, e alla fine si trova che l'impoetico è quello
appunto che la morale riconosce cattivo e l'estetica dichiara brutto: l'esclude
non di proposito, non ragionando, ma cosi istintivamente, perchè ne ha paura o
schifo. Ciò che esce fuori di questo amore pel piccolo) non è poesia. Le armi,
le aste bronzee, i carri di guerra, i lunghi viaggi, le traversie, sì, perchè
sono cose che il fanciullo ricerca con avida curiosità, e le vagheggia
palpitando di gioia. Ma tale non è l'amore, l'eros; tale non è tutta la
moltitudine irosa delle altre passioni. Ciò P. chiama non più elemento poetico,
ma drammatico; non più poesia pura, ma applicata; non più di sentimento, ma di
fantasia. Con l'introduzione dell'elemento erotico, l'essenza poetica
diminuisce: le figure omeriche sono più poetiche di quelle della tragedia
ellenica: Rolando della Chanson è più poetico dell'Orlando innamorato e furioso
dei romanzieri italiani. La Comedia dantesca, come tutti i grandi poemi, i
grandi drammi, i grandi romanzi, è poesia ap- plicata: è un gran mare, nel
quale di tanto in tanto si pesca una perla, un prodotto di poesia pura; com'è,
per esempio, nel Purgatorio la descrizione dell' «ora che volge il desio ai
naviganti . Questa estetica è la base della sua critica letteraria. Di Omero
mette in mostra l'intona- zione fanciullesca: « descriveva i particolari l'uri
dopo l'altro, e non ne tralasciava uno, nemmeno, per esempio, che le schiappe
da bruciare erano senza foglie. Che tutto a lui pareva nuovo e bello, ciò che
vi aveva visto, e nuovo e bello credeva avesse a parere agli uditori. La parola
c bello e ' grande ' ricorreva a ogni momento nel suo novellare, e sempre egli
incastrava nel discorso una nota a cui riconosceva la cosa. Diceva che le navi
erano nere, che avevano dipinta la prora, che galleggiavano perchè ben
bilanciate, che avevano belli attrezzi, bei banchi; che il mare era di tanti
colori, che si moveva sempre, che era salato, che era spumeggiante.. L'Eneide
di VIRGILIO diventa per P. quasi un duplicato della Georgica: l'Eneide canta,
si, guerra e battaglie; ma tutto il senso della mirabile epopea è in quel
cinguettìo mattutino di rondini o passeri, che sveglia Evandro nella sua
capanna, là dove avevano da sorgere i palazzi imperiali di Roma. Nelle sue
introduzioni aXY Epos e alla Lyra, il Pascoli evoca la Grecia primitiva coi
suoi aedi e mendicanti, ricchi di meravigliose storie, fanciulli parlanti ad
altri fanciulli, o ri- sveglianti nell'uomo adulto il fanciullo: evoca il Lazio
primitivo, con la sua vita agreste piuttosto che guerresca. È da notare
un'altra dottrina letteraria del Pascoli, che si lega alla precedente. Egli
afferma che per la poesia vera e propria agli italiani manca, o sembra mancare,
la lingua; e che bisogna riproporsi il problema posto e studiato dal Manzoni:
il problema della lingua. La lingua, che si adopera, è troppo generica e
grigia. « Pensate ai fiori e agli uccelli, che sono de' fanciulli la gioia più
grande e consueta: che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, si di quelli che
fanno tottavì e si di quelli che fanno crocrol Basta dir fiori o fioretti, e
aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far distinzione tra un greppo co-
perto di margherite e un altro gremito di crochi?». Ed insegna ai fanciulli il
segreto per diventar valenti in poesia: «Chiedete sempre il nome di ciò che
vedete e udite; chiedetelo agli altri, e solo quando gli altri non lo sappiano,
chiedetelo a voi stessi, e, se non c'è, ponetelo voi il nome alla cosa » .
Anche questa dottrina è base ai suoi giudizi critici. Esamina il Sabato del
villaggio di Leopardi, e trova indeterminato e vago il verso «un mazzolin di
rose e di viole»; et avrebbe desiderato maggiore precisione per es- sere in
grado così di stabilire a quale mese dell'anno si riferiva il poeta con la sua
descrizione: corregge altrove Leopardi, che accenna al canto degli usignoli,
notando che nella valle di Recanati si odono invece le cingallegre; l'Elogio
degli uccelli gli suggerisce l'esclamazione : « mai un nome di uccelli: tutti
uccelli, tutti canterini! ». Ora è evidente, per quanto riguarda la dottrina
estetica, che P. ha equivocato, scambiando e confondendo in uno l'ideale fan-
ciullezza, che è propria della poesia la quale si libera dagl'interessi
contingenti e s'affisa rapita nelle cose, la fanciullezza che è imma- gine
della contemplazione pura, — con la realistica fanciullezza, che si aggira in
un piccolo mondo perchè non conosce e non è in grado di dominarne uno più
vasto. E l'equivoco EQUIVOCO GRICE lo ha menato diritto a negare carattere
d'arte pura a quasi tutta l'arte; a distinguer l'arte dalla fantasia
confinandola al sentimento, e a mutilare il sentimento stesso confinandolo a
quel solo sentimento che non sia erotico o passionale, al sentimento idillico.
La sua dottrina sulla lingua ha stretta affinità con quella di Edmondo de
Amicis e degli altri linguai; vale a dire, si riduce in fóndo al- l'eretismo
delle piccole cose, agli alberi che impediscono la vista della selva. Dice il
Leopardi nella Vita solitaria: Talor m'assido in solitaria parte sovra un
rialto, al margine d'un lago di taciturne piante incoronato. E un De Amicis o
un Pascoli a domandare; Piante? ma quali piante? di quale specie e sot-
tospecie e famiglia e varietà? Qui c'è l'indeter- minato e l'impreciso! — quasi
che Leopardi dovesse essere, in quel momento, non già un'anima assorta nel
problema del dolore e del fine dell'universo, ma un dilettante di botanica;
come prima, nel caso degli uccelli, non un filosofo pessimista, ma un
cacciatore, esperto a riconoscere lo voci e le forme degli uccelli, a cui
mirerà con lo schioppo! La critica di P., infine, è unilaterale ed esagerata.
Dove egli s'incontra con poeti e con situazioni poetiche che rispondono al suo
proprio ideale e alla sua angusta teoria, li sente e interpreta bene, e vi fa
intorno osservazioni assai fini. Ma, trovandosi più spesso innanzi a un'arte
diversa, è costretto o a tacere o a ridurla sofisticando alla sua personale
visione. Rare sono le eccezioni, dovute allo spontaneo irrom- pere di un più
compiuto senso dell'arte. Ma è veramente l'Eneide quella che egli ci presenta
nel giudizio riferito di sopra? E, per esempio, il passionale episodio di
Didone, cosi importante e significante, come si concilia con la veduta georgica
dell'essenza del poema? E, veramente, lo stile di Omero quello che P. ci ha
descritto, o non è di un Omero reso da lui alquanto puerile? Anche i saggi di
traduzione che il Pa- scoli ci ha dati dei poemi omerici destano i medesimi
dubbi. Non istituirò sottili confronti con l'originale, convinto come sono che
la poesia, rigorosamente parlando, non si traduce; o, come è stato detto di
recente e assai bene da un critico d'arte tedesco, che chi traduce con la
pretesa di sostituire l'originale, fa come uno che volesse dare a un innamorato
un'altra donna in cambio di quella che egli ama: una donna equivalente o, su
per giù, simile; ma l'innamorato è inna- morato proprio di quella e non degli
equivalenti. Né contesterò l'utilità grande che avrà per la cultura italiana il
possedere un Omero messo in italiano da un profondo grecista e da un
espertissimo letterato, quale P.: anzi affretto coi miei voti il compimento
del- l'opera. Ma, considerando quelle traduzioni per sé, come opere d'arte che
stiano da sé, a me pare che tra l'Omero alquanto rimbambinito di P., e quello
un po' enfatico e accademico, ma pur grandioso, di Vincenzo Monti, chi legga
per mere ragioni di godimento artistico preferirà sempre il secondo: Elena
dunque venire vedevano verso la torre, e l'uno all'altro parlava parole
dall'ale d'uccelli : Torto non è che Troiani ed Achei dalle belle gambiere da
sì gran tempo per tale una donna sopportino il male. Monti ha soppresso le ali
di uccello e le belle gambiere, sentendo che il loro valore si falsifica nella
letterale versione italiana; ha aggiunto qualche suo tocco: ne è uscito un
quadro o una statua alla David o alla Canova, ma, a ogni modo, una pagina
d'arte: Come vider venire alla lor volta la bellissima donna, i vecchion gravi
alla torre seduti, con sommessa voce tra lor venian dicendo : — In vero biasmar
né i Teucri né gli Achei si denno se per costei si diuturne e gravi sopportano
fatiche... Il fanciullesco non c'è più; ma c'era veramente in Omero? L'omerico
neanche c'è più; ma si poteva rendere? e l'ha reso poi il Pascoli? — Parla
Achille ad Ettore caduto: Ettore, tu lo credevi spogliando il mio Patroclo
morto, d'esser salvo, e di me ch'ero lungi, pensier non ti davi bimbo! ma in
parte da lui c'era un molto più forte com- pagno presso le navi cavate, c'ero
io dietro ad esso rimasto, che i tuoi ginocchi snodai! I cani e gli uccelli da
preda strascicheranno ora te; lui seppelliranno gli Achei! Anche qui mi pare
che sia più facile gustare il Monti, che traduce nello stile neoclassico, non
senza qualche svolazzo accademico: Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo ti credesti, e nullo terror ti prese del lontano Achille.
Stolto! restava sulle navi al mio trafitto amico un vindice, di molto più
gagliardo di lui: io vi restava, io, che qui ti distesi. Or cani e corvi te
strazieranno turpemente, e quegli avrà pomposa dagli Achei la tomba. Comunque,
la critica del Pascoli, quando non può interpretare in modo rispondente al suo
ideale di vita le opere poetiche, divaga, come può vedersi nei citati discorsi
introduttivi alle raccolte dell'Epos e della Lyra, i quali sono i suoi migliori
lavori critici: serie di note sugli aedi dell'Eliade, sulla condizione dei
poeti nella primitiva società romana, sulle leggende di Roma confrontate con quelle
dell'epos ellenico, su Enea e Odisseo, su questioni biografiche e cronologi-
che, sulle varie redazioni del testo dell' Eneide, e simili, che non stringono
dappresso il problema critico. Nella sua inesatta idea dell'arte è anche
l'origine di quella singolare opera critica, che sono i parecchi volumi da lui
dedicati dall'esegesi dantesca. Il Pascoli non sembra ancora investito dello
spirito della critica moderna, per la quale il pensiero poetico e la grandezza
di Dante non sono riposti nelle allegorie e nei concetti morali. La sua Minerva
oscura (prendo questo libro come esempio) discute ancora con gravità e come di
problemi di alta importanza, se il sistema delle pene e dei premi sia il
medesimo nell'Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso; se delle tre fiere la
lonza rappresenti l'incontinenza, il leone la violenza, la lupa la frode; se il
messo del cielo sia Enea; perchè il conte Ugolino stia nell'An- tenora e non
nella Caina, e via dicendo: questioni di nessuno o di assai scarso significato
non solo per l'intelligenza artistica di Dante, ma anche per la conoscenza
della vita medievale e delle intenzioni e dei sentimenti appartenenti alla bio-
grafìa di Dante : inezie, che, di giunta, sono per lo più questioni insolubili,
per mancanza di dati di fatto sufficienti; onde rendono possibile quel
raziocinare all'infinito, che piace ai perditempo, e quell'acume a buon
mercato, che piace ai vanitosi. Ed ecco il Pascoli, per le scoperte del genere
accennato, « raggiante di solitario orgoglio » . «Aver visto nel pensiero di
Dante!... (dice nella prefazione alla Minerva oscura). Io, la vera sentenza, io
l'ho veduta! Si: io era giunto al polo del mondo dantesco, di quel mondo che
tutti i sapienti indagano come opera di un altro Dio! Io aveva scoperto, in
certo modo, le leggi di gravità di quest'altra Natura; e quest'altra natura, la
ragione dell'universo dantesco, stava per svelarsi tutta!». Sembra anche qui
Edmondo de Amicis, quando, dopo aver veduta e toccata a Granata la cassetta
delle gioie d'Isabella di Castiglia, si guardava le mani, esclamando come
incredulo o trasognato: «Io l'ho toccata, con queste mani!». Ma il Pascoli si
ricorda, subito dopo, del doveroso sentimento di modestia: scaccia via con
piglio risoluto l'orgoglio, benché, nello scacciarlo, gli accada (disavventura
in cui incappano di solito i modesti) di accentuarlo più fortemente:
«Cancelliamo quelle superbe parole! Mi perdoni chiunque ne sia rimasto
scandalizzato! Oh, se la gloria è ombra di vanità... Via dal cuore cosi
perverso fermento!». Il che non impedisce che, qualche anno dopo, egli non
sappia tenersi dal contare la sua scoperta e la sua gloria ai fanciulli delle
scuole d'Italia: « E io vi dico, o fanciulli, che il tempio (la Divina
Commedia) è ancora in piedi, e che è bello dentro e fuori, e più bello nel suo
complesso che nei suoi particolari che sono pur bellissimi, e che nel tempio e
si gode molto, per la grande bellezza, e s'impara molto per la ingegnosa
verità; e che vi si può entrare, perchè la chiave si è trovata. E se vi
soggiungessi che l'ho trovata io, mi direste superbo? Quanti trovano, figliuoli
miei, una chiave, in questo mondo, e non sono detti superbi se dicon d'averla
trovata e la riportano! E poi, sapete dove l'ho trovata? Nella serratura. Era
nella toppa, la chiave del gran tempio! Era lì, e bastava appressarsi un poco
per vederla e gi- rarla ed entrare! Ma nessuno s'era, a quanto pare, appressato
assai » (Fior da flore, prefaz.). E, an- cora qualche tempo dopo, con rapida
mutazione di stile, rivolgendosi ai critici, e alludendo ai suoi volumi
danteschi, scritti e da scrivere: «Essi furono derisi e depressi, oltraggiati e
calunniati ; ma vivranno. Io morrò: quelli no. Così credo, cosi so: la mia
tomba non sarà silenziosa. Il genio di nostra gente, Dante, la additerà ai suoi
figli ». In questi giubili, in questi vanti, in queste stizze, in questa virtù
che si nasconde ma se cupit ante videri, abbiamo innanzi, veramente, non il
fanciullo divino e poetico, ma il fanciullo realistico e prosaico. E neppure
nelle poesie del Pascoli c'è solo il divino infante. Anche colà, come nella sua
dottrina estetica e critica, i due esseri, così all'apparenza simili, così nel
profondo diversi, sono abbracciati e stretti in un amplesso indissolubile.
Questo amplesso del poeta ut puer e del puer ut poeta è forse il simbolo più
ade- guato dell'arte di P. INTORNO ALLA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA
E ALLA POESIA DI P. Il giudizio di CROCE (si veda) su P. suscita — e me le
aspettavo — vivaci opposizioni e contro- versie. E a proposito di esso si è
ripreso a discutere di quel che sia o debba essere la critica letteraria, e dei
vantaggi e degli inconvenienti di questo e di quel metodo, e del metodo in
genere. Ecco dunque buona occasione per meglio chiarire le idee non ancora del
tutto chiare (sebbene molto meno confuse di quanto fossero alcuni anni
addietro) sull'ufficio della critica, e anche per aggiungere qualche cosa circa
la poesia di P. Quale sia il metodo di critica, che si professa in queste
pagine, può compendiarsi in poche parole, quasi in un catechismo. È una critica
fondata sul concetto dell'arte come pura fantasia o pura espressione, e che per
conseguenza non esclude dalla cerchia dell'arte nessun contenuto o stato
d'animo, sempre che sia concretato in un'espressione perfetta. Fuori di tale
concetto, quella critica non ha alcun altro presupposto teorico, e rifiuta come
arbitrarie le cosiddette regole dei generi e ogni sorta di leggi letterarie e
artistiche. Per giudicare d'arte non conosce altra via che quella d'interrogare
direttamente l'opera stessa e risentirne la viva impressione; e a questo fine,
e solo a questo fine, crede am- messibili, anzi indispensabili, le ricerche che
si chiamano storiche o filologiche, le quali hanno valore ermeneutico e servono
a trasportarci, come si dice, nelle condizioni di spirito dell'au- tore
nell'atto che formò la sua sintesi artistica. Ottenuta la viva impressione,
ossia il congiun- gimento con lo spirito dell'artista, il lavoro ulteriore non
può esplicarsi se non nel determinare ciò che nell'oggetto che si esamina è
schietto prodotto di arte, e ciò che vi si contiene di non veramente artistico,
come sarebbero, per esempio, le violenze che l'autore fa alla sua visione per
intenti sovrapposti, le oscurità e i vuoti che lascia sussistere per ignavia, le
gonfiature e fiorettature che introduce per far colpo, i segni dei pregiudizi
di scuola, e tutta insomma la varia sequela delle deficienze e viziature ar-
tistiche. Il risultato di questo lavoro è l'esposizione o ragguaglio critico,
che dica semplicemente (e, nel dir ciò, ha insieme giudicato) wie es eigentlich
gewesen, « come sono andate propriamente le cose », secondo la definizione,
geniale nella sua semplicità, che Ranke da della storia. Perciò critica d'arte
e storia d'arte, a mio vedere, s'identificano: ogni tenta- tivo di critica
d'arte è tentativo di scrivere una pagina di storia dell'arte (intendendo la
parola storia nel suo . senso alto e compiuto, cioè nel suo senso vero). La
critica distingue e caratterizza le forme prese dallo spirito artistico nel
corso della realtà, che è svolgimento e storia. Mi ha recato dunque meraviglia
leggere su pei giornali che questo metodo vuol « misurare la fantasia e l'estro
di un poeta col metro di preconcetti pedanteschi », o che esso applica all'arte
« i criteri logici che sono propri della critica della scienza, o che si fonda
sui caratteri estrinseci dell'opera d'arte; — quando vero è proprio l'opposto,
cioè che esso è sorto per discacciare preconcetti pedanteschi e abitudini di
confusione tra arte e scienza, e per ricondurre lo sguardo dall'estrinseco
all'intrinseco. E non so che cosa si voglia dire con l'accusare quel metodo
come «sistematico», giacché, per quel ch'io so, la mente umana è sistema, vale
a dire ordine; e si potrà censurare come imperfetto un particolare sistema, ma
non perciò sopprimere mai l'esigenza sistematica, la quale conviene a ogni modo
appagare. Non potrei neppure ammettere che il metodo da me professato sia bensi
buono, ma che « accanto ad esso ve ne siano altri egualmente buoni per giudicare
dell'arte, perchè non intendo come una funzione dello spirito umano possa avere
altro metodo che non sia quell'unico, che le è proprio; e resto stupito quando
poi leggo, che « di un metodo in critica non si dovrebbe neppur parlare»,
perchè rispetto troppo il mestiere che qui faccio per considerarlo come cosa
capricciosa e priva di metodo, cioè di giustificazione e di valore. Ma confesso
che la meraviglia maggiore è nata in me dal timore manifestato da Gargano: che
questo metodo, risolvendosi in un formolario, metterà « d'ora innanzi alla
portata di tutti l'esame di ogni produzione letteraria, di coloro specialmente
che, sforniti della dote essenziale del critico, cioè del gusto, crederanno in
buona fede di poter giudicare applicando severamente i principi della logica.
Lasciando stare l'ovvia risposta già da altri anticipata a Gargano (che di
qualsiasi metodo si può abusare dagli incapaci), io osservo che la vecchia
critica, fondata sulle regole e i modelli, quella, sì, era facilissima e alla
portata di tutti; perchè non ci voleva molto a sentenziare: la tale opera non
risponde alle regole della tragedia, e perciò merita condanna»; ovvero: « il
tale personaggio si conduce in questa situazione precisamente come il pius
Aeneas, e perciò merita lode di decoroso eroe da epopea». Ma la critica
moderna, richiedendo insieme idee filosofiche sul- l'arte, cultura storica,
sensibilità estetica, acume di analisi e forza di sintesi, è difficile. Tanto
diffìcile che io non l'ho vista mai attuata se non [Nel Marzocco di Firenze.] a
tratti e lampi; e non conosco se non un sol critico (l'ho detto già molte
volte), che l'abbia degnamente esercitata sopra un'intera letteratura: il De
Sanctis. Per quel che concerne me che, in mancanza di altri volenterosi, mi
sono provato ad adoprarla per la contemporanea letteratura italiana, io sono di
continuo travagliato dal dubbio (igienico dubbio) della mia inade- guatezza
all'alto ufficio. Faccio del mio meglio, m'invigilo, procuro di correggermi; ma
non ho mai la sensazione di correre un campo libero di ostacoli, o di scivolare
come in islitta sul ghiaccio. Se altri prova questo godimento, beato lui! Ma
come mai l'enunciato metodo critico, che è il più liberale che sia stato mai
concepito, il più rispettoso verso tutte le infinite individuazioni artistiche,
il solo che non prenda il passo sull'arte, viene ad assumere agli occhi di
molti aspetto minaccioso di forza e di prepotenza, tanto da spingerli alle
proteste e alle accuse malamente formolate con le parole di sistematismo,
logicismo, preconcettismo pedantesco, e simili? Chi non ignora che le medesime
accuse sono state date ai metodi dei più vigorosi filosofi, e le lodi contrarie
largite in copia ai filosofi molli e contradittorl e inconcludenti, chi
rammenta di quanto odio siano stati proseguiti Spinoza o Hegel, e di quante
simpatie Mill o Spencer, non dura grande fatica a spiegarsi il caso. La ragione
delle accuse, non potendo essere fondata nella qualità di quel metodo, deve
cercarsi nelle disposizioni degli animi e degl'intelletti degli accusatori: in
quelle tendenze che io soglio riassumere con la parola pigrizia. È l'umana
pigrizia che fa preferire un metodo più comodo, o almeno rivendica il diritto
di un metodo più comodo e benigno accanto all'altro troppo severo; la pigrizia,
che rifiuta il peso e scansa la responsabilità del concludere, e tenta di
eludere il problema, girandolando intorno all'arte, cogliendone solo qualche
lato, divagando leggiadramente o sviandosi in questioni estranee. L'orrore di
molti cosiddetti « eruditi » per la cosiddetta «critica estetica» è l'istintiva
paura per un esercizio troppo aspro e periglioso. Met- tere insieme la cronaca
dei pettegolezzi di Recanati è, si sa, molto più facile che non analizzare il
Canto del pastore errante. La pigrizia per altro è, nella critica della
letteratura contemporanea, rafforzata da motivi particolari. Quella critica, a
dir vero, considerata intrinsecamente, non ha problema diverso da ogni altra
forma di critica, che concerna le letterature più da noi remote nel tempo; e anch'essa,
come si è detto, consiste nel tentativo di scrivere una pagina di storia
letteraria. E se vi s'incontrano condizioni sfavorevoli, che non si trovano
nella letteratura più remota, presenta altresì alcune condizioni favorevoli,
che mancano nell'altro caso: se nella letteratura contemporanea è assai
malagevole cogliere il carattere e il valore di certi processi che sono ancora
in fieri o si sono appena conclusi, laddove per l'antica si hanno innanzi serie
di svolgimenti compiuti e nitidamente assegnabili, d'altro canto per la
letteratura contemporanea si ha una agevolezza d'interpretazione e
comprensione, che nella più antica si ottiene di solito con grandi stenti e
solo in parte. Vantaggi e svantaggi, in- somma, su per giù si compensano, e gli
uni e gli altri sono poi affatto contingenti. Ma la cosa non sta allo stesso
modo circa le condizioni soggettive, o meglio i sentimenti e le passioni
individuali; le quali, a dir vero, nella letteratura contemporanea, operano
assai di frequente una vera pressione psicologica per impedire la posizione
esatta e la soluzione giusta del problema critico. Vi hanno, per esempio, tra
gli autori di versi e prose letterarie, personaggi o ragguardevoli per
situazione sociale o rispettabili per altre forme della loro attività o
attraenti e cari per la loro bontà e amabilità, la cui opera artistica non
risponde in modo degno alle altre loro forze e virtù. Il che più o meno tutti
avvertono, ma tutti o quasi tutti, come per tacito accordo, si propongono di
non dire. A questo intento si ricorre a una sorta di critica diplomazia, la
quale o si perde in vani suoni o gira il problema o somiglia al linguaggio di
Alete, pieno di strani modi, « che sono accuse e paion lodi ». Si lasci
balenare il più lieve accenno di critica seria innanzi a codesto tessuto di
frasi abili e sfuggenti, e ne nascerà uno scompiglio, come io stesso ho potuto
sperimentare in più occasioni pei miei giudizi. Per esempio, ho mostrato che
nei volumi di un egregio uomo, scrittore di versi, vi ha cultura, elevatezza di
pensieri e d'intendimenti, pratica dello scrivere, ma difetta quasi del tutto
la sostanza poetica, l'intimo ritmo e il canto. Ed ecco una schiera di amici a
scandalizzarsi e a darmi sulla voce. « Quello scrittore è una nobile
personalità». D'accordo; ma non è poeta. « Quello scrittore sta solo in parte,
intatto dal- l'applauso volgare » . Ciò vorrà dire che è uomo dignitoso, ma non
che sia poeta. « Quello scrittore ha un aspetto tra di monaco e di guerriero, e
avrebbe potuto, se fosse vissuto nel secolo de- cimosesto, comandare una galea
in battaglia contro i turchi ». Sarà, quantunque sia difficile provarlo; ma non
è poeta. « Quella sua poesia attinge il più alto segno della poesia degli acca-
demici e professori » . Il che vorrà dire che gli accademici e i professori, in
quanto tali, debbono astenersi dalla poesia; ma non già che quegli sia poeta. «
Se verrà tempo che non si guarderà più a un libro di poesia da un punto di
vista estetico secondo la moda corrente, il suo libro sarà studiato come un interessantissimo
documento psicologico». E ciò conferma, per l'appunto, che non è poesia, ma
semplice documento biografico. — Sono giudizi codesti che, per quanto strani,
potrei tutti documentare, coi nomi degli autori e con le altre relative
citazioni; ma prego i lettori di dispensarmene per non allontanarci troppo
dalla questione che sola ora c'interessa. Sembra, in verità, che il problema
che i più cercano di risolvere, sia di trovare il modo di non fare critica, pur
dandosi l'aria di farne. . Innanzi a siffatto proposito, tenace quantunque
spesso inconsapevole, di nascondere la verità come a un malato si nasconde la
gravità della sua malattia, il critico ingenuo, che ripeta il vecchio e
arrogante Hic Rodhus, hic salta, il critico che cerchi determinare chiaramente
se una data opera è o non è poesia, il critico che, insomma, voglia adempiere
il dover suo, desta fastidio e impazienza come personaggio importuno, e, non
sapendosi come combattere i suoi giudizi, si rifiuta addirittura il suo «
metodo»: quel metodo che procede o si accinge a procedere in guisa tanto
indiscreta. Guai a chi si prova ad accendere una luce sfolgorante dove si
desidera l'ombra o la penombra. Ma il contrasto del metodo da me professato con
quello che è consueto nelle trattazioni della letteratura contemporanea, e la
parvenza di ri- gidità e violenza che il primo assume, possono avere origine
anche da altre cagioni. La più parte degli scritti sulla letteratura
contemporanea sono meramente occasionali; concernono questa o quel- l'opera di
uno scrittore, non il complesso della sua attività; e provengono da persone,
che di solito propugnano o avversano l' indirizzo di quello scrittore o di
quella scuola. Non dico che per ciò siano privi di buona fede e di qualsiasi
verità; e anzi concedo che offrano sovente osser- vazioni delicate o sottili e
giudizi giusti. Ma sono di necessità unilaterali, come unilaterale sarei io
stesso se, per esempio, amico ed estimatore del Pascoli, seguendo il mio
desiderio o l'altrui in- vito, scrivessi l'annunzio di un nuovo volume di
questo poeta : unilaterale e non bugiardo o falso, perchè mi basterebbe
spigolare nel volume mo- tivi e strofe e versi di molta bellezza (dei quali nel
Pascoli è sempre abbondanza), per conciliare in qualche modo i miei sentimenti
personali con la verità: tacendo sul resto, ossia schivando il vero ed intero
problema critico. Messa a para- gone di quegli scritti occasionali e polemici,
la parola di chi, come me, è costretto, per la qua- lità stessa del suo
assunto, a esaminare tutta l'opera di uno scrittore (la peggiore e la migliore,
il periodo di genialità e quello di artifizio o decadenza), e a determinarne
tutti gli aspetti per darne giudizio compiuto, sembra ora troppo severa, ora
troppo indulgente. I lettori equanimi e bene informati se ne sentiranno
soddisfatti ; ma gli autori di quelle recensioni e annunzi (e chi non è autore
di qualche recensione o annunzio?), no. Per ciascuno di essi, a volta a volta,
il critico è stato ingiusto: una metà di essi invoca il panegirista, l'altra metà
il carnefice. Così, pei dannunziani, io che ho definito D'Annunzio un
«dilettante di sensazioni», sono, a stento, il « migliore tra i critici volgari
di D'Annunzio, incapace di penetrare nel profondo idealismo della sua arte; ma
dagli antidannunziani, avendo io, com'era mio dovere, riconosciuto le
bellissime cose che D'Annunzio ha prodotto nella sua ristretta cerchia
d'ispirazione, mi odo invece proclamare un bollente SI dannunziano», il più
«gran dannunziano sotto la cappa del sole ». Ho parlato con sincera simpatia
dei versi di Severino Ferrari; ma ciò non basta a chi è stato amico del Ferrari
e della sua poesia si è fatto una predilezione o un sacro ricordo; ed ecco che
di quelle mie pagine lau- dative, ma non ditirambiche, non si sa dare pace
qualche cuore tenero, che sul Ferrari ha stam- pato opuscoli col titolo: Il
rosignolo di Alberino, e vede con isdegno che io considero il valente Severino
come un uomo e non come un augello. E via discorrendo, perchè gli esempi si
potreb- bero accrescere. Che cosa fare? Io non me ne dolgo, perchè non mi dolgo
dell'inevitabile; e poi ci ho fatto la pelle; e poi ancora ho qualche compenso,
non solo nella mia coscienza (« coscienza » è parola rettorica, e non bisogna
pro- nunziarla!), ma anche nelle inaspettate e dolcissime manifestazioni che ho
ricevute da parte di alcuni degli autori da me liberamente criticati, i quali
mi hanno ricambiato col farmi l'amichevole confidenza delle loro lotte e dei
loro dubbi e dei loro scontenti, quasi ad illustrazione e conferma di quanto io
aveva spregiudicatamente osservato. Ancora un'altra cagione che fa apparire
rigido ed eccessivo il metodo da me adoperato, sta nel fatto che la prolungata
consuetudine con la letteratura del giorno tende ad alterare il senso della
grande arte e a deprimere lo standard of faste, il livello della vita estetica.
Di questo pericolo io sono consapevole, e per mia parte cerco premunirmene,
rileggendo di tanto in tanto i classici e giovandomi di tale lettura come di un
esercizio spirituale (di una praepa- ratio ad missam) pel mio ufficio di
critico. Nondimeno, penso che i miei saggi critici sulla letteratura
contemporanea siano alquanto indulgenti, e che tali saranno giudicati da chi li
rileggerà fra un mezzo secolo. Ma, se io forse non sono abbastanza esigente,
oso dire che i più dei miei colleghi in critica, sempre tuffati nella
letteratura del giorno, hanno addirittura fatto l'abito a con- tentarsi di
poco. Odo frequenti parole sulla « divina bellezza » della forma del Pascoli.
Chi dice questo, quanto tempo è che non rilegge un'ottava di messer Ludovico?
Il D'Annunzio ha osato ricordare V Aiace sofocleo, a proposito del suo ultimo
dramma. Ma ha egli avuto ben presente la tragedia di Sofocle? Quanto a me,
avendola ripresa tra mano dopo aver letto la prefazione al Più che l'amore,
giunto appena alle parole di Odisseo: èTCotxteipw Sé viv, ecc., balzai dalla
sedia e mi sorpresi a gridare dantescamente al D'Annunzio. Fa', fa' che le
ginocchia cali!... ». E, come il senso della classicità, nella consuetudine con
la letteratura contemporanea si smar risce sovente quello della storia, ossia
della lentezza e faticosità dello svolgimento e della rarità del prodotto
veramente geniale: Tu che '1 diamante pur generi, lenta, in tua mole, tu sai su
l'eterno quadrante quante ore di secoli, e quante vigilie e che doglia si
vuole, o laboriosa gestante, per dare un cervello di Dante, o un cuore di
Shelley, al tuo sole! La letteratura italiana (che è una grande letteratura) in
sei secoli non offre dieci o quindici veri poeti; e si sarebbe preteso che io
ne ritrovassi una cinquantina, se non addirittura un centinaio, nel periodo di
un quarantennio o di un cinquantennio, che è quello che sono andato
investigando. Quale meraviglia se, per la maggior parte degli scrittori che
hanno avuto voga e riputazione, il mio giudizio è o negativo o circondato da
molte restrizioni? Ripeto: anche per tale rispetto credo di essere piuttosto
indul gente che severo; e sono indulgente perchè comprendo le angosce
dell'arte, e tengo conto anche delle approssimazioni al segno non raggiunto, e
persino ho qualche simpatia per le disfatte non inglorioso. Chi nei secoli
venturi riscriverà la storia letteraria dello stesso periodo trattato da me,
avrà (oh, non dubitate!) la mano assai più ruvida e pesante della mia. Per
queste e per altre cagioni simili a queste, che, non volendo andare per le
lunghe, lascio di enumerare e illustrare, il metodo critico da me professato
sembra, e non è, violento. Ma per un'altra cagione sembra poi talora sbagliato:
per l'incompiuta preparazione mentale della maggior parte dei critici che
trattano di letteratura del giorno. I quali sono di solito (avverto che non
faccio allusioni e non penso a nessuno in particolare) o persone^ che hanno
tentato infelicemente l'arte e hanno poi smesso (peggio se continuano a farne,
perchè in tal caso sono tratte a preparare a sé medesime l'ambiente della
compiacenza); o uomini di gusto che, leggendo poesie per proprio diletto e
acquistando cosi esperienza e pratica dell'arte, via via passano dal discorrerne
oralmente allo scriverne sui giornali, e diventano per tal modo, senz'averci
mai pensato, critici di professione. Ma a costoro, pur tra molte belle qualità
particolari, manca quello studio e quella annosa meditazione sui problemi
dell'arte e della critica, e quelle cognizioni di storia della critica d'arte,
che spesso si provano indispensabili; e ciò li mena a confondersi innanzi a
certi casi, pei quali il gusto naturale e il semplice buon senso non sono
bastevoli. Talvolta, essi non riescono a intendere esattamente nemmeno i
termini, che adopera il critico addottrinato e meglio informato dell'odissea
secolare della sua disciplina. Se ne desidera qualche esempio? E io ne darò,
restringendomi a quelli che mi vengono forniti dalle dispute intorno al mio
saggio sul Pascoli. Nel quale aveva scritto tra l'altro, di passata, che « il
pensiero poetico e l'importanza di Dante non è nelle allegorie e nei concetti
morali ». E un fervente ammiratore di P. mi redarguisce: «Le allegorie e i
concetti morali non son [Lettera aperta di Pietrobono a È. C. sulla poesia di
G. P., nel Giornale d'Italia.] tutto Dante, lo sappiamo: ma senza quelle e
questi Dante non è più lui. Chi rinunzia a render- sene ragione, rinunzia
semplicemente a capirlo. Ora qual critico mai s'è sognato d'insegnare che il
pensiero dei poeti non importa conoscerlo?». E qui, un argomento irresistibile
: — Se si tolgono le allegorie, l'arte di Dante si riduce a frammenti; resta
una ruina, sebbene una nobile ruina. — Ora, come spiegare in quattro parole al
mio contradittore che il pensiero artistico non ha che fare col pensiero
allegorico o extrar- tistico, e che la sintesi, l'elemento unificatore, è data
nell'arte di Dante dalla sua possente fantasia e non già dalle sue
escogitazioni di moralista e di teologo? Questa distinzione di pensiero
artistico (intuizione) e di pensiero extrartistico è una delle più sudate
conquiste della scienza este tica. E come spiegargli, in quattro parole, che la
critica è stata impotente a comprendere la grandezza di Dante fintanto che ha
insistito sulle sue allegorie e sulle sue intenzioni, e ha fatto un gran passo
solo quando (nel periodo romantico) ha guardato Dante non come un dotto e un
filosofo, ma come un poeta dell'anima pas- sionale, quasi uno Shakespeare in
anticipazione? e che perciò il Pascoli, che crede di poter assi- dere su più
solide basi la grandezza di Dante scoprendo la sua ìmdvota, il suo pensiero
riposto, è, nella storia della critica, un ritardatario, anzi un fossile? Un
altro esempio ci è fornito dalla questione che è stata mossa: se valga la pena,
nella critica, di far tutte le fatiche che io faccio per « classificare » e
mettere nel « casellario » gli scrittori, che bisogna invece soltanto gustare e
far gustare. Dapprima, a questa opposizione, sono cascato dalle nuvole.
Classificare? casellario? Ma se io non classifico mai! Ma se sono il più
radicale avversario delle classificazioni e dei casellari (dei generi, delle
arti, della rettorica, e di quanti altri se ne conoscono di questa sorte), che
sia mai comparso nel campo estetico! 8e mi rifiuto perfino a raccogliere gli
scrittori, di cui tratto, in gruppi di lirici, drammaturgi, romanzieri, e via
dicendo ! Ma, poi, ho capito : i miei contradittori avevano confuso
Vintelligere col classificare, la comprensione col casellario, tra i quali due
procedimenti c'è un abisso, perchè il secondo è la morte della critica e il
primo il suo ufficio proprio. Anche qui, come spiegare in poche parole una
differenza, che non si può giu- stificare se non risalendo alle teorie
fondamen- tali della logica? Prendiamo il sonetto: « Solo e pensoso i più
deserti campi ». Se io dico che è una « lirica », l'ho classificato in uno
degli schemi delle vecchie istituzioni letterarie; se dico che è un « sonetto
», l'ho classificato secondo la metrica. E quella lirica o sonetto rimane
ancora criticamente intatto. È bello o brutto? e quale stato d'animo esprime?
La classificazione, facendosi per caratteri esterni, è impotente a rispon- dere
a queste domande. Ma se si determina la si- tuazione psicologica del Petrarca
(e determinarla non si può se non ricorrendo a concetti, giacché, per sentirla
così com'è, non c'è da far altro che leggere il sonetto stesso), e se si mostra
come quella situazione si è svolta nelle varie parti del sonetto, e come tutto
bene si accordi ad essa e bene l'esprima, non si classifica, ma si cerca di
comprendere il sonetto, cioè di farne la critica. Ora, bene o male, questo e
non altro io mi sono sforzato di fare per P. e per gli altri scrittori, che
sono andato esaminando. Il « classificare » non c'entra; e la confusione tra i
due procedimenti è di quelle in cui possono cascare soltanto le menti non
abbastanza disciplinate. A talun altro il modo della mia critica, in fondo, non
dispiace; ma gli sembra troppo freddo e ragionatore e polemico, e preferirebbe,
per esempio, il calore e l'eloquenza di Mazzini. E ciò andrebbe bene, se io
fossi Mazzini; ma, essendo Cecco come sono e fui», non posso discorrere se non
nel tono, che è proprio al mio temperamento. Così il Sanctis, educatore e
maestro nell'anima, non poteva scrivere di critica al modo del Carducci, poeta
nell'anima. Voglio dire, che non bisogna confondere il metodo della critica,
che dev'esser uno, coi temperamento dei critici, che non può non esser vario; e
non bisogna (codesto ci mancherebbe!) mettere tra i requisiti della critica un
particolare temperamento.All'osservanza del metodo tutti sono obbligati; ma
nessuno è tenuto a sforzarsi a un tono a lui estraneo: che anzi ciò gli è
assolutamente vietato sotto pena di cadere nell'artifizio, nella rettorica e
nella l'aisita. Amo grandemente Sanctis e ne accolto le idee fondamentali; ma
mi sarebbe impossibile imitare il suo stile, e mi guardo pur dal tentarlo. Mi
si prenda dunque come sono, con la mia simpatia per gli schiarimenti e le
digressioni filosofiche, con la mia tendenza alla polemica e alla
controcritica, col mio tono prosastico e talvolta sarcastico, col mio
dilettarmi talvolta Bioneis sermonibus et sale nigro, perchè posso bensi
correggere i miei errori quando me ne accorgo, ma non posso e non debbo mutare
il mio essere.Così anche non so come si sia potuto far questione di bontà di
metodo pel fatto che, nell'esaminare P., ho esaminato altresì le opinioni dei
critici intorno a lui: dico « anche», perchè non è vero che quello sia stato il
mio punto di partenza: il punto di partenza (e l'introduzione stessa del mio
scritto ciò mostra chiaro) e l'impressione diretta, prodottami dalla lettura
dei versi di lui. Vi ha questioni vessate o pregiudicate, perchè già molte volte
tentate e trattate; e lo scrittore (che si riattacca sempre agli scrittori
precedenti e con essi dialoga) non può non tenere conto di quanto altri
intelletti hanno osservato e pensato intorno al suo argomento,non solo per
trarne aiuto, ma anche per conoscere verso quali punti deve orientare la sua
esposizione critica. E basti di ciò. Mi sembra di aver difeso il metodo da me
professato contro gli appunti, in verità non gravi, che gli sono stati mossi, e
posso concludere con tanto maggiore sicurezza e franchezza, che quel metodo è
buono, in quanto esso non è mia privata invenzione e possesso, ma è il
risultamento della storia della critica. So bene che mi si osserverà: Tu hai
difeso il metodo, ma, nel caso del giudizio circa il Pascoli, non si tratta di
metodo, sibbene di applicazione. « Il padre Zappata predicava bene, ma
razzolava male », mi proverbia il Gargano in un secondo suo articolo (*);
senonchè, nel primo, aveva invece rifiutato, mi sembra, il metodo e non
l'applicazione, o questa solamente come effetto di quello. Dunque, procediamo
per divi- sione. Di metodo non si parla più? Il metodo è buono? Si? Questo mi
premeva soprattutto. E la questione è terminata; e siamo d'accordo. E possiamo
ora passare all' «applicazione», ossia al caso particolare del mio giudizio su
P.. Dove mi si para innanzi una pregiudiziale, perchè, a detta di taluno dei
miei contradittori, a me sarebbe accaduta una piccola disgrazia, per la quale
potrei bensì utilmente discettare in teoria, ma non potrei accostarmi ai casi parti-
colari. « Il Croce, grazie alla prolungata rifles- sione e al ripensamento
della filosofia hegeliana, non si trova più nello stato di fresca ver- ginità,
di docilità amorosa, che è necessaria per seguire i poeti nelle loro fantasie..
Vera- ci) Nel Marzocco. Sartini, nella rivista Studium, di Milano.] mente, una
siffatta verginità, che consisterebbe nel non meditare, non che io l'abbia
perduta, non l'ho mai posseduta; e sono per questo rispetto in condizioni
gravi, quasi direi nelle medesime condizioni di quella Quartina sacerdotessa,
che esclamava appo Petronio: Junonem meam iratam habeam, si unquam me memine-
rim virginem fuisse. Ma conosco e posseggo un'altra «verginità», che si rinnova
ogni qual volta il mio animo corre a dissetarsi nella poesia: una verginità,
che potrà somigliare alquanto a quella di Marion de Lorme (come si vede, non
intendo esaltarmi mercè i personaggi coi quali mi paragono): Ton soufflé a
relevè mori àme. .... Près de toi rieri de moi n'est reste, et ton amour m'a fait une virginité! Ma, naturalmente, concedo subito che io possa avere
sbagliato nel giudizio sul Pascoli; anzi questa concessione è già implicita in
quel che ho detto di sopra circa le difficoltà della critica d'arte. E non solo
per ciò che riguarda il Pascoli. Ho esaminato finora, nei miei saggi, l'opera
complessiva di parecchie decine di contempora- nei scrittori italiani; e,
quantunque abbia adoperato ogni diligenza, se pensassi di non essermi mai
distratto, di aver semptre reso esatta giustizia a tutti quegli scrittori e a
tutte le singole loro opere, sarei un fatuo. E, se avessi sbagliato circa P.,
certo me ne dorrebbe, e ne proverei una qualche contrarietà e mortificazione di
amor proprio; ma stia tranquillo il dottor Rabizzani, che ha pubblicato testé
un bell'articolo su P., nel quale, tra l'altro, si dà pensiero della
possibilità di un mio «postumo pentimento», e mi ricorda sin da ora, per
incoraggiarmi, il nobile atto di contrizione che lo Chateaubriand recitò pel
suo giudizio, nientemeno, sullo Shakespeare : ho fiducia che troverei in me la
quantità di coraggio necessaria, e saprei consolarmi, pensando che, costretto
io a lacerare cinquanta delle non poche mie pagine di prosa, l'Italia avrebbe
assodato io cambio la gloria di un suo forte e perfetto poeta. Ma ho poi
sbagliato? Temo di no, a giudicare anzitutto dai modi tenuti nelle loro
risposte dai miei avversari. Uno dei quali, Gargano (un critico con cui in
altre questioni letterarie ho avuto il piacere di andar d'accordo), in un primo
articolo, in luogo di difendere il Pascoli, assalì il metodo in genere, che,
come si è visto, è affatto incolpevole; in un secondo articoletto, cercò di
farmi passare per uno che sfuggisse alla discussione (laddove il vizio del
quale, se mai, debbo correggermi, è l'opposto); in un terzo, finalmente, cavò
fuori uno strano pensiero : che cioè « sembra avere io ora scelto come
bersaglio dei miei colpi i poeti più celebri dell'Italia di mezzo: il che suona
un appello, vero e [Nella Nuova rassegna di Firenze. Nel Marzocco.] proprio, alle
brutte passioni del campanilismo. E mi pare perciò che l'affetto pel suo poeta
gli abbia, questa volta, mosso nell'animo sentimenti di stizza verso chi è di
avviso alquanto diverso dal suo: e la stizza (ecco un adagio ben trito) non
giova alla causa che si difende. Vediamo, a ogni modo, le controcritiche ; le
quali si sono aggirate quasi sempre sui particolari delle analisi che io ho
date di alcune poesie del Pascoli per illustrare il mio giudizio generale
sull'opera di lui. Nella poesia La voce ho mostrato come quel «Zvani», che fa
da ritornello, rompa brutta- mente la delicatezza dell'ispirazione. Il prof.
Pie- trobono (*) dà al mio giudizio questo significato: che io non ammetta
l'uso del dialetto nella poesia e nella prosa colta; e mi ricorda il miscuglio
dialettale omerico, con erudizione alquanto remota, quando poteva semplicemente
citare ciò che io stesso ho scritto più volte (2) per difendere il dialetto e
il miscuglio dei dialetti. Ma no: quel « Zvani » mi spiace come mi spiacciono
di fre- quente le onomatopee ornitologiche di P., non perchè dialetto, ma
perchè mi sembra un modo alquanto comodo e semplicistico di risolvere il
problema artistico, offrendo la materialità della cosa invece del suo spirito.
Come mai P., che freme e trema alla voce della morta, [Si veda la citata
Lettera aperta del rev. prof. Pietrobono. Si veda, tra l'altrev a proposito del
Di Giacomo, in Letter. d. nuova Italia, in, II alla voce di sua madre, può, nel
medesimo istante, mettersi freddamente a contraffare quella voce e rimodulatia
dilettautescamente dentro di sé? Quella voce dovrebbe sentirsi dappertutto
nella lirica, e non lasciarsi mai fissare nella sua determinatezza estrinseca e
nel suo contorno preciso. È un « infinito > di ango- scia e di nostalgia,
che non bisogna rendere finito e tascabile. Il mio contradittore afferma che
«quel Zvani... ci sta d'incanto, specie se si pronunzia a dovere; e così scopre
egli stesso la sollecitudine di salvare, per virtù di pronunzia, l'effetto di
quel ritornello. Che cosa dirgli? Io mi provai a pronunziarlo in tutte le più
varie intonazioni; me lo feci perfino leggere da un amico, valente lettore di
versi: e la stonatura mi parve e mi pare sempre gravissima. Forse, se lo
sentissi pronunziare da lui, sarei vinto, e qualche lacrima mi sgorgherebbe; ma
anche in quel caso mi resterebbe il dubbio di avere reso omaggio non alla virtù
del poeta, ma a quella del bravo declamatore, che sa come si tappino i buchi o
si scivoli sulle asprezze del- l'espressione poetica. Si dica lo stesso del: «
Papà, papà, papà » dell'altra poesia Un ricordo. Qui il Gargano anche osserva
che io mi son « fatto lecito di associare ad una delle più soavi elegie pasco-
liane il ricordo di una canzonetta napoletana volgaruccia anzi che no » . Mi
son fatto lecito? Si posseggono non so quante parodie di Omero e di Dante, anzi
quasi non c'è verso di quei grandi che non sia stato parodiato e cui non sia
appiccato un ricordo buffo; eppure non mi accade mai di ricordarmene quando
leggo Omero e Dante. Quella reminiscenza di opera buffa mi è stata suscitata, e
comandata, a quel punto, dal Pascoli stesso, per l'imperfezione, pel vano
sforzo, in quel punto, della sua arte. Che poi (come nota il precedente
contradittore) « Un ricordo e la Cavalla storna seguiteranno a commovere i let-
tori anche quando noi saremo fatti vecchi, ecc. », sarà e non sarà: ma sono
affermazioni con le quali il dibattito non fa un passo innanzi. Per dare un
piccolo e curioso e quasi scher- zoso esempio del modo in cui il Pascoli tende
a strafare, ho notato il mutamento del titolo dell'ottava Neve in quello di
Orfano. Il Gargano risponde: « Quel bimbo non è soltanto ora diventato orfano;
lo era già prima, quando lo cullava sempre quella vecchia, che neppure allora
era sua madre». Perchè? La situazione della poesia è nel contrasto tra lo
squallore nivale della realtà e il bel giardino della fantasia, la dura vita
reale che quell'essere umano dovrà una volta affrontare e l'illusione in cui
viene cullato. La vecchia può essere la nonna o la balia, e lasciar presupporre
vivente o morta la madre. Tutto ciò non cangia nulla all'essenza poetica
dell'ottava. Il nuovo titolo lagrimoso, che richiama una sventura al- quanto
contingente e individuale del bambino, mi sembra che impicciolisca e non
rafforzi. L'altro contradittore mi fa notare che io ho sbagliato nel parlare, a
proposito della poesia Il sogno della vergine, della culla come di una culla
reale, laddove è una culla metaforica. E ha ragione, e lo ringrazio di avermi
fatto accorto della svista in cui sono incorso nello stendere i miei appunti;
come anche di avermi avvertito (altra svista) che le strofe di Un ricordo sono
composte di dieci e non di nove versi. Correggerò. Ma ciò non tocca il punto
sostanziale della mia critica, che sta nel notare la soverchia accentuazione
data alla figurazione metaforica o no che sia (e peggio ancora se metaforica)
della culla: «Si dondola, dondola, dondola» ecc., e l'eccessiva dilatazione in
una lunga poesia di un motivo (i figli non nati), del quale un gran poeta
avrebbe fatto appena un incidente e un tocco, che in questa sua rapidità
sarebbe rimasto indi- menticabile. — Così nella poesia: / due cugini, io credo
che dopo la strofa: Tu, piccola sposa, crescesti: man mano intrecciavi i
capelli, man mano allungavi le vesti, — l'altra che segue: Crescevi sott'occhi
che negano ancora; ed i petali snelli cadeano: il flore già lega; sia uno
stento d'immagini, che ottenebra e non potenzia le immagini della strofa
antecedente. Il mio contradittore vuole che il Pascoli, in quella seconda strofa,
faccia sorgere accanto alla bam- bina «l'immagine della madre, con quel suo
sentimento di grande delicatezza, ond'è mossa a desiderare, come tutte le
mamme, che la figliuola le resti sempre piccina », sentimento che « fa eco e si
sostituisce al desiderio inespresso e ormai inesprimibile del piccolo morto».
Sarebbe un parallelismo artifizioso e una lambiccatura; e, a ogni modo, si veda
se tutto ciò è poi detto con la frase oscurissima : Crescevi sott'occhi che
negano ancora... Il metodo ermeneutico qui adoperato dal mio contradittore mi
ricorda quello di un erudito campano, il quale, una trentina d'anni fa, inte-
stato che Pier della Vigna fosse nato a Caiazzo, avendo trovato colà alcuni
frammenti di marmo con le lettere nus M., aul, reas f. r., coraggiosamente
integrò: « Dominus Magister Petrus de Vinea Magne Imperialis Aule Protonotarius
Edes Marmoreas Fecit Restituii » ; e pretendeva aver ragione contro il Capasso,
che non gli me- nava buona la troppo abbondante integrazione. — Vuole ancora il
mio contradittore che « il cadere dei petali snelli, della fiorita d'ali che la
rassomigliava a un lucherino, esprima un nuovo dolore per il morto, che vede
cadere quello che in lei principalmente amò » : come se il pasticcio di
metafore, onde le metaforiche ali diventano petali di fiori, accresca, e non
piuttosto confonda, le belle e dirette immagini dell'intrecciare man mano i
capelli e dell'allungare man mano le vesti. Vuole, inoltre, che « la pennellata
sobria e pudica del ' fiore che lega ' dica come la fanciulla cominci a
diventar donna e annunzi quel c nuovo seno ' che il bimbo ignora » : come se,
sempre dopo la prima bellissima strofetta, ci volesse il vieto paragone del
fiore per fare inten- dere il formarsi della bambina a donna. — Ma perchè non
essere schietti e non confessare la semplice e prosaica verità? Al Pascoli,
dopo la prima strofetta uscitagli di getto, mancò la vena ; e, non sapendo come
riempire la seconda, che pure il prefisso schema strofico richiedeva, continuò
alla peggio nella primitiva redazione: Crescevi, come erba nel prato. I petali
dai ramoscelli già caddero, e il fiore ha legato (')• Questa strofetta, assai
scialba e sciatta, non poteva contentarlo; e procurò di rabberciare,
sostituendole quella che abbiamo or ora esaminata. Ma il lavoro di rappezzo
poetico non gli riusci, come non riesce ora il rappezzo critico al suo
difensore. E lascio d'inseguire altri particolari, e mi restringo ad osservare
che il mio contradittore ha frainteso il mio pensiero circa i metri, quando ha
creduto che io volessi stabilire che un soggetto non può essere trattato se non
in una determinata forma metrica, mettendo in rapporto i metri in astratto e i
soggetti in astratto. Tutti sanno (!) Con questa variante la lirica 1 due
cugini fu pubblicata la prima volta nel Marzocco.] c;he io ho sostenuto sempre
l'opposto, e ho negato ogni valore alla dottrina metrica come fondamento di
giudizio estetico ('). Io ho inteso sempre parlare della disarmonia di molte
poesie del Pascoli, la quale dalla disannonia nel metro si stende a quella
nelle proporzioni del componimento e nelle accentuazioni delle immagini, alle
materialità inopportune, e via dicendo; e, se ho parlato di queste cose come
distinte, l'ho fatto per semplice espediente espositivo o didascalico.
L'osservazione enfatica che « Dante nella terzina ha gittato il bronzo di
Farinata, l'odio di Ugo lino, la timida preghiera della Pia e il volo
dell'aquila portata da Cesare », può fare effetto sui profani, ma lascia freddo
chi come me ha sempre affermato che non solo ogni terzina è diversa da ogni
altra terzina, ma ogni verso da ogni verso, anzi ogni parola da ogni altra
parola, anche quelle che il vocabolario pone come iden- tiche: l'« amore» di
Francesca, nelle terzine: «Amor che a cor gentil» ecc., (dice benissimo il mio
amico Vossler) non è una stessa parola tre volte ripetuta, ma sono tre parole
diverse. Tanto il Gargano quanto il Pietrobono e il dottor Rabizzani si
meravigliano che io, dopo avere approvato come belle alcune descrizioni nei
poemetti georgici del Pascoli, resti perplesso sull'insieme e mi domandi:
«Dov'è il mondo interno del poetar». «Ebbene, in questo caso (!) Si veda, per
es., Problemi di estetica, pp. 163-66. (scrive, e più efficacemente degli altri
due, il Rabizzani, a cui do la parola) il mondo interno del poeta è proprio il
mondo che sta fuori di lui e che solo per opera d'intuizione vien riprodotto.
Dinanzi alla cosa veduta c'è l'occhio che vede e modifica inconsciamente e
sceglie scientemente eliminando la scoria delle impressioni inutili per far luogo
solo a quelle che possono determinare la sua visione. Così la descrizione è
obbiettiva per gli elementi che la costituiscono, ma subiettiva per il modo nel
quale sono costituiti. Ed è inutile cercare dietro ad esso una corrispondenza
morale propria del poeta; tanto varrebbe cercare i regni celesti oltre la zona
fisica del padiglione costellato. C'è nella nostra coscienza estetica un
residuo di simbolismo per il quale la natura ha diritto di vivere nell'arte
solo a patto che un'allegoria la giustifichi •» . Per- fettamente d'accordo nel
principio che non bisogni cercare nelle poesie l'allegoria, e che, se un
residuo di allegorismo resta in fondo alla coscienza estetica, occorra
liberarsene, io non sono poi d'accordo nel credere al valore delle descrizioni
oggettive in poesia. Se una descrizione non è soggettiva, ossia non ha afflato
lirico (e s'intenda pure la lirica in tutte le sue gradazioni fino alla ironia
e allo scherno), non ò poesia. E poiché questo afflato lirico non manca in
molti punti dei poemetti georgici del Pascoli, io li ho ammirati; e poiché non
li investe tutti (pel solito difetto che è in lui di perdersi nei particolari e
nelle sottigliezze), ho notato in quei poemetti il miscuglio di un poeta vero
con un verseggiatore e descrittore meramente virtuoso. Nel giudizio sui Poemi
conviviali, anche il Pietrobono riconosce esatta la caratteristica da me data
dell'atteggiamento spirituale tutt'al- tro che omerico, anzi sommamente
raffinato, del Pascoli; e solamente crede che io faccia di ciò un rimprovero al
Pascoli, il che non mi è mai passato pel capo. Io ho insistito invece sul modo
di concezione e composizione di quei poemi, che sembrano mucchi di frammentini
delicati: è tutta carne molle, e manca l'ossatura; di qui la scarsa loro
efficacia. Chi ripensi, per esempio, ai Sepolcri del Foscolo, intenderà ciò di
cui lamento la mancanza nel Pascoli. E quando il mio contra- dittore si duole
che né io né altri abbia osservato « che lungo e che grande amore debba esser
costato al Pascoli la ispirazione di quei suoi Poemi conviviali, in cui
rinovera, analizza e rivive a una a una ordinatamente le età di Omero e di
Esiodo, quella dei tragici greci nei Poemi di Ate, quella dell'arte plastica in
Sileno, i pen- samenti di Platone nei poemi di Psiche, e ci denuda l'anima
dell'età di Alessandro, di Tiberio, dei popoli di Oriente in Gog e Magog, e
finalmente canta l'annunzio dell'era novella cristiana, nella quale tutte le
altre si assommano e conluiscono a produrre la civiltà moderna », — sono
costretto a rispondere ancora una volta, che egli dimentica un principio di
critica, pel quale la ricchezza di erudizione, l'ordine storico sapiente, la
giustezza del colore storico, e via dicendo, sono cose tutte estranee all'arte
; tanto vero, che si trovano anche in poeti mediocri, i quali, incapaci di
scrivere dieci bei versi d'amore, sono poi resistentissimi nel comporre
trilogie e decalogie di drammi, cicli di poemi e leg- gende di secoli, con
relative annotazioni storiche dottissime. Senonchè, qual è poi il giudizio complessivo
e conclusivo che i miei contradittori hanno opposto a quello da me proposto e
dimostrato intorno all'opera del Pascoli? Ho innanzi a me i parecchi articoli,
che si sono pubblicati a proposito del mio studio; e cerco una conclusione
diversa dalla mia, e non la trovo. Ecco il Rabizzani, che si dava pensiero di
una mia possibile e probabile conversazione: Pur non accettando le conclusioni
a cui giunge il Croce nella crudità della formola e nel rigore dello spinto,
dobbiamo ammettere il carattere frammentario dell'opera pascoliana. Il poeta ha
uu grande mondo, ma non è ancora riuscito ad esprimerlo compiutamente. Per ora,
la sua sovranità è nell'abisso della sua mente. E quand'an- che non riuscisse a
farnela uscire, noi gliene daremmo il merito, sebbene l'Amiel abbia detto che
le genie latent rìest qu'une prèsomption: tout ce qui peut étre, doit devenir,
et ce qui ne devieni pas n'ètait rien». Mi pare giudizio assai più severo del
mio; e, se mai, ho paura che il dottor Rabizzani dovrà fare una penitenza più
grossa della mia. Ecco la Rivista di cultura di don Romolo Murri, non certo
avversa a Pascoli e, a ogni modo, assai equanime»: Non dividiamo, a proposito
del Pascoli, il giudizio recentemente datone dal Croce: giudizio giu- sto nella
sostanza, se riguarda, nell'insieme, l'opera e l'ispirazione poetica del
Pascoli, ma ingiusto per rapporto a molte particolari poesie. E vogliamo dire
questo: che il Pascoli non ha una così ricca e possente ispirazione poetica che
non gli venga mai meno nel suo molto versificare, né un cosi fine e sicuro
gusto da non dare al pubblico, della molta opera sua, se non quello che è Anito
o perfetto; ma, dall'altra parte, quello che il Croce concede di strofe e di
brani di poesie, che sono di un vero e grande poeta, noi pensiamo si possa
raramente estendere a poesie intere » (i). Non dividiamo; ma, viceversa,
dividiamo. Un altro e temperato critico affaccia un dubbio, ma comincia col
concedere: «Il Croce ha messo il dito sulla piaga: lo smarrirsi
dell'ispirazione universale nel mare dei particolari è, presso il Pascoli, un
caso non infrequente. Ma non sarebbe questo un segno de' tempi, non sarebbe la
parte caduca dell'arte pascoliana, la quale vivrà egualmente ne' secoli ad onta
di tutti i suoi difetti, ombra appena percettibile a petto ai suoi grandissimi
pregi?. Perfino il Pietrobono non sa dire altro circa il carattere generale
della poesia di P. se non che quella è « una gran bella [Rivista di cultura]
Pasini, nel Palvese, di Trieste.] poesia»; lode che, nella sua indeterminatezza,
potrei concedere anch'io. Perchè, se alla poesia di P. non avessi riconosciuto
valore, e molto valore, non le avrei fatto (questo è ben chiaro) l'onore di un
lungo esame, e di questa non breve discussione, che ora gli ha tenuto dietro.
Ancora sulla poesia di P.. Da una dozzina d'anni non avevo letto quasi più
nulla di P., saziato dallo studio che un tempo feci delle cose sue per
scrivervi in- torno un saggio, il quale, quando fu pubblicato, parve, peggio
che severo, ingiusto. E con curiosità ho tolto tra mano la scelta che delle
poesie di lui ha testé curata il Pietrobono {Poesie di Giovanni Pascoli, con
note di Luigi Pietrobono, Bologna, Zanichelli); con curiosità (prego il lettore
di credermi) assai bene- vola, animata dal desiderio di scoprire nel Pascoli,
dopo tant'anni, aspetti che allora potevo non avere scorti, e di giudicare,
dopo tant'anni, con mente rinfrescata, non solo la poesia di quel [Dalla
Critica] poeta, ma lo stesso giudizio mio. Il Pascoli non è più; e tra il tempo
ch'egli ancora viveva e il presente sono accaduti tanti straordinari avve-
nimenti, che hanno respinto assai indietro, nel remoto, gli anni anteriori,
comprimendoli in un periodo già chiuso, quasi con lo stesso cangiamento di
prospettiva che la Rivoluzione francese fece per gli anni anteriori al 1 789.
Ho levato dunque gli occhi verso il Pascoli come verso un autore del vecchio
tempo (del « buon » vecchio tempo ?), pel quale non si può non esser disposti a
simpatia; e perfino l'averlo criticato nei giorni lontani accresceva il sentimento
di simpatia, perchè anche questo mi formava un legame con lui, anche questo me
lo faceva parte di una parte della mia vita passata. S'aggiunga che il
compilatore del volume, il Pietrobono, ha molto amato il Pascoli ed è colto e
fino ingegno, e m'invogliava perciò a rileggere quelle poesie sotto la sua
guida bene informata, esperta ed affettuosa; e, a dir vero, per questo
riguardo, non mi è toccata alcuna delusione, e credo che, posto che giovi
adornare di comento le opere del Pascoli, non si poteva eseguir tale compito in
modo migliore di quello tenuto dal Pietrobono, che non può esser tacciato se
non forse di sottigliezza e ingegnosità eccessive, effetti di eccessivo amore.
Ma, pel resto, ahi, ahi, come la mia buona intenzione, la mia mite e sentimentale
e malinconica disposizione d'animo, è stata presto tutta sconvolta! Come mi son
sentito riprendere di Ili - colpo dall'antica ripugnanza, e risospingere al-
l'antica riprovazione, fotta più acuta e più violenta dalla stessa serenità con
la quale mi ero messo a riconsiderare, dalla stessa aspettazione che avevo
carezzata di poter temperare il mio antico giudizio o integrarlo col
riconoscimento di alcune cose belle di quella poesia! E la riprovazione si è
volta in isdegno, ricordando di aver letto su pei giornali letterari, che è
ormai venuto il tempo d'introdurre il Pascoli nelle scuole italiane, a modello
o incitamento stilistico per la nuova generazione. Oh, no! Noi non abbiamo il
diritto di propagare nella nuova generazione le malsanie e i vizi nostri; non
abbiamo, in ogni caso, il diritto di toglier d'innanzi ad essa quelli che la
tradizione dei secoli ha consacrati classici, per surrogarvi gl'idoli delle
nostre fuggevoli esaltazioni, dei nostri morbosi sentimentalismi, e dei nostri
capricci. Ciò che altra volta ebbi a notare, ciò che sempre mi era sommamente
spiaciuto nei versi del Pascoli, e mi aveva fatto dubitare della sua virtù
poetica, mi s'è ripresentato subito agli occhi, appena aperto il volume, alle
prime pagine. È quasi la caratteristica della sua arte : il dissidio tra ritmo
e metro : il ritmo del sentimento che richiede un certo andamento, che
s'intrav- vede, si presente, si attende, e il metro che gliene dà un altro.
Donde anche, introdotta questa prima scissione nell'inscindibile, il
compiacersi nel par- ticolare per sé fuori della nota fondamentale, e, per un
altro verso, caricare il tono per ottenere l'effetto cercato : disarmonia ed
affettazione. Vedo che il comentatore insiste su ciò, che la poesia del Pascoli
è poesia di dissidio; e teorizza che € il dubbio è uno stato d'animo anch'esso,
e il poeta che n'è vittima, e vuol essere sincero, bisogna pure che, come
sente, così si esprima, e non rifugga dall'apparire nel tempo stesso ot-
timista e pessimista, ecc. » . E starebbe benissimo, e non ci sarebbe niente da
ridire, se si trattasse solo di contrasti psichici; ma i contrasti psichici
debbono, in arte, essere composti in armonia estetica: ciò che l'uomo divide, e
ciò che divide l'uomo, la dea dell'arte congiunge. Che è poi per l'appunto quel
che al Pascoli, per infelicità d'in- gegno, non veniva mai fatto. Si tagliò da
una siepe — era un mattino triste ma dolce — il suo bordone, e, volta ' la
fronte, mosse per il suo cammino. Si sente che lo scrittore vorrebbe esser sem-
plice, ma la terzina, invece, si gira e si dondola, come compiacendosi di sé
stessa. Si noti quel «volta la fronte», che atteggia il personaggio come un
attore, che prende a rappresentare la sua parte. E non pago di aver dato
quest'at- teggiamento, lo scrittore vi calca sopra: SI: mosse. Al che il
comentatore : « Si accorge di aver ado- perata una parola forse superba, e la
ripensa come per correggerla; ma trova invece che non la sua superbia, ma la
verità glie l'ha posta sulle labbra, e la conferma » . Ora, veramente, non si
vede qual superbia ci sia nel « moversi per il proprio cammino»; ma ben si vede
che il Pa- scoli ha « ripensata » la sua parola, ossia, al so- lito, l'ha
vezzeggiata, compiacendovisi. E quella era la siepe folta d'un camposanto, ed
era il camposanto, quello, dove sua madre era sepolta. Affettazione di
semplicità che s'impaccia nelle ampie pieghe del verso e della strofa, e
affettazione di sentimentalità, in quella fantasia del bordone, tagliato dalla
siepe, e proprio da quella del camposanto, e proprio del camposanto in cui
giaceva la madre morta. D'allora ha errato. Seco avea soltanto il suo bordone.
E qua tese la mano, e qua la porse. E ha gioito e pianto. Solennità apparente,
vuoto sostanziale, tutte frasi generiche che paiono dire grandi cose e dicono
nulla. E le frasi generiche continuano nella terzina che segue: E vidi il
fiume, il mare, il monte, il piano: tutto... Sì, tutto, perchè non ha visto
niente di particolare e di significante. e a tutto era più presso il cuore di
quanto il piede n'era più lontano. Sentimento, che potrebbe esser vero, ma è
reso in forma di antitesi, e perciò falsato in un giochetto. Invece di sentirci
riempire l'animo da quel sentimento, ci soffermiamo ad analizzare, con lo
scrittore, il giochetto. Così si va innanzi sino alla fine: peggiorando, perchè
il bordone mette poi foglie, germina, ra- dica, e, senza diventare simbolo
vivente, s' ingoffisce in cattiva allegoria. Il secondo componimento del volume
è quello de Le ciaramelle. Chi non sente come liquefarsi l'anima al loro
suonoj^Jfla appunto chi questo -Tret*ter~c1:uè preso da un soave palpito al
riudire le ciaramelle, palpita così perchè non è lui una ciaramella, ma
un'anima, che, ormai diversa e matura, è riportata alle immagini e alle com-
mozioni della fanciullezza. Ricordo la vigilia di "Natale, evocata- dal Di
Giacomo in una sua lirica d'amore: la Napoli, verso sera, tripudiente,
rumoreggiante, piena di lumi, guardata dal poeta dal mezzo della collina, che
le sovrasta. Ci sono anche le zampogne: Saglieva 'a dinto Napule, nzieme, cu
tanta voce, cunfusa 'int' a na nebbia na luce 'e tanta lume: sentevemo 'e
zampogne, c''o suono antico e ddoce jenghere ll'aria, e tutti sti voce
accumpagnà... Ma il Pascoli si fa lui ciaramella, e ciaramelleggia con esse:
Udii tra il sonno le ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne. Ci sono in
cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne. Sono venute dai monti
oscuri le ciaramelle senza dir niente; hanno destata nei suoi tuguri tutta la
buona povera gente... Una filastrocca tutta ripetizioni di concetti, ar- guzie,
insistenze, affanno, piagnucolamento : una bruttura. E sorvolo sul terzo
componimento {La voce) — quello di « Zvani », — perchè l'altra volta già ne
mostrai la sconvenienza e sconcezza ; e libo appena il quarto, in cui l'abbaiar
di un cane a notte alta è chiuso in istrofe di questa sponta- neità: là
nell'oscura valle dov'errano sole, da niuno viste, le lucciole, sonava da
fratte lontane velato il latrare d'un cane; e, in tanto artificio e
scontorcimento e ballon- zolamento, il cane abbaia davvero, fa bau-bau: Va! va!
gli dice la voce vigile, sonando irosa di tra le tenebre... E, infine,
incontrandomi nel quinto componimento {Valentino) — con le galline che schia-
mazzano: « Un cocco! Ecco ecco un cocco un cocco per te — mi arresto e non
procedo oltre. Cioè, smetto di percorrere ordinatamente il volume e lo sfoglio
qua e là; e su qualunque cosa poso l'occhio, ritrovo le stesse affettazioni.
Ecco il tanto celebrato Aquilone: nel quale lo scrittore vorrebbe ritrarre un momento
della propria vita di fanciullo, risvegliatosi noi suo ricordo alla vista di
una bella mattina, piena di sole, che lo riconduce ad altra simile di quei
tempi lontani. Ma la sua incapacità a fecondare un motivo poetico, si che
produca la propria for- ma, si dimostra qui chiara dal suo ricorrere (cosa che
è sfuggita al Pietrobono) a una forma bella e fatta, all'Idillio maremmano del
Carducci. Il canto del Carducci comincia: Col raggio del mattin novo eh' inonda
roseo la stanza, tu sorridi ancora improvvisa al mio cuore, o Maria bionda! E
P., sebbene col solito tono di appa- recchio e d'affettazione, comincia allo
stesso modo: C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico: io vivo
altrove, e sento che sono intorno nate le viole. Son nate nella selva del
convento dei cappuccini... Il Carducci termina: Meglio era sposar te, bionda
Maria! Meglio ir tracciando Meglio oprando obliar E P.: Meglio venirci ansante,
roseo, molle di sudor, come dopo una gioconda corsa di gara per salire al
colle! Meglio venirci con la testa bionda, che poi che fredda giacque sul
guanciale, ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre... adagio, per non farti
male. Ma le parole del Carducci sono schiette, il tono eguale; e quelle di P.
una sequela di abi- lita da virtuoso, frigidissime: versi troppo vibrati non si
sa perchè, specie il terzo di ciascuna terzina; versi che, non si sa perchè,
fanno spicco: tra le morte foglie che al ceppo delle quercie agita il vento;
immagini leziose, come l'aquilone che s'innalza: s'innalza; e ruba il filo
dalla mano, come un fiore che fugga su lo stelo esile, e vada a rifiorir
lontano; e falsità di ritmo e leziosaggini, che impediscono alle più gentili
immagini di acquistare la loro musica: Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese di campagna, ch'erbose hanno le soglie
(bello!): un'aria d'altro luogo e d'altro mese e d'altra vita: un'aria
celestina che regga molte bianche ali sospese {troppo [cincischiato!). E tutto
il componimento ha un aspetto di con- gegnato, di preparato («Sì, gli aquiloni!
È que- sta una mattina Che non c'è scuola), direi, di ginnastico, alienissimo
della vera poesia. E a proposito di Carducci e del Pascoli. Mi fu raccontato,
da chi v'era presente (uno dei nostri più fini artisti), che un giorno il Carducci,
trat- tenendosi in casa di amici e trovato sul tavolino un volume del Pascoli,
ne lesse qua e là ad alta voce alcune pagine, e poi, richiudendolo d'un colpo e
posandovi su la mano, ammoni gli astanti: — Questa, non è poesia. La stessa
sentenza mi sale dai precordi, dopo avere riassaggiato le composizioni del
Pascoli. Gridate contro di me quanto vi piace: questa, non è poesia. E se non è
poesia, eppure ha avuto tanta voga, ed ha ancora tanti ammiratori, donde la
ragione della sua fortuna? Credo da ciò, che essa giunse opportuna: la grande
poesia italiana, mercè i diversi ma del pari alti esempì del Manzoni e del
Leopardi, era stata salvata dallo scompiglio romantico, e, mercè quello del
Car- ducci, dalle mollezze dell'ultimo romanticismo. E l'esempio del Carducci
operò anche sul D'ANNUNZIO (si veda) (non solo nel giovanile Canto novo, ma
anche qua e là di poi) come freno, e come freno operò nel primo e nel miglior
P. (le prime Myricae): ma, più tardi nel D'Annunzio e più presto in P., quel
freno s'allentò, e proruppe in essi la letteratura decadente, che era in ag-
guato dietro le loro anime, e l'uno e l'altro diventarono precursori e
avviatori del futurismo. P., meno vigoroso del D'ANNUNZIO (si veda), il quale
ha avuto una sua forza di gioia sensuale, che è stata la sua sanità e si è
guastato soprattutto con l'intellettualismo dell'eroico e ora del religioso;
P., che e disposto al sentimentalismo, dove più gravemente soggiacere al de-
cadentismo e futurismo, alla spinta analitica, alla disarmonia, al disgregamento,
alle smorfie e alle sconcezze dell'impressionismo inconcludente. E poiché la
sua corruttela estetica prendeva per materia la pietà, la bontà, la tenerezza,
la tri- stezza, la morte (diversamente dal D'ANNUNZIO (si veda) il quale si
compiaceva di altre cose, che davano scandalo ai timorati), al Pascoli è stato
possibile soddisfare in modo decente quel ch'era di mal- sano nelle anime
timorate, e persino nei preti : — come, per un altro verso, il Fogazzaro è
stato il D'ANNUNZIO (si veda) dei cattolici, ed ha scritto per le famiglie
cattoliche il Piacere e il Trionfo dello morte sotto i titoli di Daniele
Cortis, di Ma- lombra e di Piccolo mondo moderno. Con quali aspettazioni
abbiano accolto il Pascoli i cattolici si può vedere dalla prefazione stessa
del Pietrobono, che è preso da quella condizione di lui tra la fede e
l'incredulità, interpe- trandola quasi presentimento di cielo, quasi
persecuzione che il Signore faceva di un'anima, che ancora gli riluttava. E da
essa si può vedere quanto potere il sentimentalismo, lo spirito di pietà e di
carità, il desiderio e le esortazioni alla pace, della quale P. si era fatto
professionale rappresentante, abbiano avuto sui cuori te- neri, a segno da far
dimenticare che tutto ciò in poesia non vai nulla se non diventa poesia, ed è
addirittura odioso quando procura di surrogare al mancante valore di poesia
materiali valori di sentimento. Così ora i decadenti, gli stilisti (che sono
poi decadenti, perchè sol essi pensano allo « stile » : i grandi, i classici lo
hanno e non vi pensano), vorrebbero introdurre la poesia e la prosa di P. nelle
scuole, nelle scuole classiche, come ideale di finezza artistica; e i cuori
teneri, nelle scuole elementari, come educatrici a gentili affetti, e i preti
nelle loro, perchè non vi si parla di amore (di quell'amore che è persino nel-
Y Adelchi e nei Promessi sposi]). Ma per le scuole elementari è proprio
indispensabile il Pascoli? Non c'è di più vecchio e di meglio? Non c'è il poeta
che facevano leggere a noi ragazzi, e imparare a mente, il buon canonico
Parzanese, gloria di Ariano di Puglia? Se è necessaria per certi usi una poesia
non poetica, una poesia pratica, quella del Parzanese fa sempre perfettamente
al caso ; e quasi mi vuol parere che essa dia, per questa parte, la realtà di
ciò che P. invano si sforzò di raggiungere. Volete onomatopee? Suona, o
campana, suona, o campana, suona vicina, suona lontana. Tu sei la musica del
poveretto, che nel sentirti piange d'affetto; ei sol comprende la tua parola,
quando sonora per l'aria vola. Dig din, dog don, T'allegra, o povero, questo è
il tuo suon! Volete riproduzioni di movimenti? Dote non ho né panni, e pur vo'
farmi sposa. Passati son tre anni che la mia man non posa. Ma il tempo via sen
va, e il caro dì verrà che tanto il ciel sospira; Filatoio, gira, gira. Volete
ninna-nanne? Dormi. La bella luna prende del ciel la via; passa, e sulla tua
cuna un bianco raggio invia. Pe' poveri Iddio vuole che splenda luna e sole.
Dormi, fanciullo mio, dormi, ti veglia Iddio. Volete figurini di curati? Zitto!
Cessi lo strepito e '1 baccano: che! non vedete il nostro buon pievano? 8'
inoltra passo passo il vecchierello: traetevi il cappello. E di poverelli? Se
vedete un vecchierello d'occhi cieco e d'anni stanco, senza scarpe né mantello,
che alla figlia appoggia il fianco, nel recinto del castello date loco al
vecchierello... E di sventurati? Chi non ha lagrimato per la cieca del
Parzanese? Non mi dite che torna il mattino a svegliare le cose dormenti ; non
mi dite che d'oro e rubino sono i lembi del cielo ridenti. Il mio ciglio il
Signor non aprio. Deh! sia fatto il volere di Dio. Ed era molto gentile, quella
cieca: Quando sento il profumo d'un giglio, voi mi dite ch'è bianco qual neve.
Com'è il bianco? In pensier lo somiglio a quel senso che l'alma riceve quando
ascolta sull'ala del vento d'un liuto il lontano lamento. Che cosa mai sono
venuto recitando? Vecchi suoni dell' infanzia, anche questi ; ma, al tempo
stesso, cosette modeste, adatte al loro pratico intento, ben intonate, che mi
ridanno quel senso di equilibrio, che gli spasmodici ritmi di P. mi avevano
tolto: del P. che per dir tutto in una parola in arte era un atassico, ossia
non coordina i suoi movimenti. Quiconque ne sent pas ce defaut est sans aucun goùt; et
quiconque veut le justifier se rnent à lui mérne. Ceux qui m'ont fait un crime
d'étre trop sevère, m'ont force à Vétre vèritablement et à n'adoucir aucune
véritè (Voltaire, commento su Corneille). Il « Paulo Ucello. P. lesse nel Vasari che Paolo di
Dono dipingeva storie di animali, de' quali sempre si dilettò, e per fargli
bene vi mise grandissimo (i) Dalla Critica.] studio, e, che è più, tenne sempre
per casa di- pinti uccelli, gatti, cani, e d'ogni sorta ani- mali strani che
potette avere in . disegno, non potendo tenerne de’vivi per esser povero; e
perchè si dilettò più degli uccelli che d'altro, fu cognominato Paulo Ucello
(Vite, ed. Milanesi). Lesse e fraintese, perchè il biografo non volle punto
dire che Paolo amasse gli uccelli e gli altri animali e, non potendo farne acquisto,
im- pedito da povertà, se li dipingesse per suo gaudio sulle pareti di casa, ma
che amava dipingere uccelli ed altri animali (compresi leoni e serpenti e ogni
sorta di brutte bestie) e che, non essendo in grado di possederne i vivi
modelli, aveva adunato in casa sua quanti disegni potesse procurarsene. La
notizia, data da Vasari, si riferisce alla comune vita degli artisti, ed è
psicologicamente comprensibile e naturale; ma lo stesso non si può affermare
della interpetrazione o fraintendimento di P., perchè (si rifletta un istante)
a quale verità psicologica risponderebbe questa surrogazione del dipingere al
possedere? Chi desidera un uccellino reale, desidera qualcosa di pratico, e,
non potendo ottenerlo, si dorrà o si rassegnerà; ma non trova mai un equivalente
o un sostituto omogeneo aquell'oggetto nell'attività artistica, che trascende
l'uccellino come realtà vivente e si compiace nel proprio creare. Chi ama una
donna, ama quella donna, la desidera, la brama; ma, se si mette a dipingerla,
l'abbassa a materia o modello che si chiami, e, in quell'atto, trascende il suo
amore e ogni altra cosa terrena, ed è Innamorato, non più di una donna, ma di
un'idea. Tanto vero che raccoglitori e amorevoli curatori di animali domestici
non sono mai i pittori di animali, ma le vecchie signorine e i vecchi
celibatari; e il pittore Dalbono, famoso in Napoli per la sua mania di
riempirsi la casa di gatti, non dipingeva gatti, ma festosi paesaggi di Napoli.
Ma forse P. non fraintese per isvista di lettura, e volle deliberatamente
fraintendere, ossia sul testo di Vasari ideò quella sua immaginazione di un
Paolo Ucello, desideroso di avere uccelli in casa, e sfogantesi nel ritrarli, e
tuttavia tornante sempre al suo desiderio. Perchè? Perchè quell'immaginazione
gli parve commovente, leggiadra, tenera. Pensate un po'! Un gran pittore, che
passa pel mercato, vede un fringuello in gabbia, rosso in petto e nero il
mantello, che gli somigliava un fraticino di san Marco, vorrebbe portarselo a
casa, ma non ha un grosso per comperarlo, e tira innanzi con quel mortificato
desiderio nel cuore, e va alla sua opera della giornata, ma la sbriga il più
presto che può, per tornare a casa e aggiungere ai tanti uccelli che ha già
dipinti sulle pareti, ai tanti suoi desideri insoddisfatti, là, sopra un
ramoscello di melo, quel «monachino rosso». Quanta gente non si lascia subito
prendere da queste immaginazioni leggiadre, tenere, commoventi! Quanta?
Moltissima: tutta la legione dei pascoliani, che, da alcune settimane in qua,
stanno dando prova dei gentili sentimenti che siffatte immaginazioni educano
negli animi, e li dimostrano nelle loro mansuete, francescane parole,
indirizzate a Sorella Critica! Ma quella moltissima gente è anche di facile
contentatura; e, come si compiace nel verso che suona e non crea, così
sdilinquisce per le immagini che paiono attraenti e sono vuote, vuote di
schietto e profondo sentire. Che vi sia o non vi sia una realtà psicologica
nell'atto attribuito a Paolo di Dono, essa non cura: s’attiene alla superfìcie
e scatta in entusiasmi, che altro non chiedono e non aspettano che di scattare.
Comunque, ideata quella prima arguzia o acutezza sentimentale, P. non si ferma.
E perchè avrebbe dovuto fermarsi? Collo stesso metodo, e collo stesso buon
successo, puo foggiarne quante altre voleva. E immagina che Paolo Uccello è
terziario, e che nel suo irrefrenabile desiderio d’un possesso terreno, fosse
anche di quello tenuissimo d’un uccellino, pecca; e che, dunque, Francesco
gl’appare, là, sulla parete, tra la sua pittura o dalla sua pittura, e lo
rimproverasse e l’ammonisse, e lo purga di profani desideri, e poi, andando
via, attingesse dallo scollo del suo cappuccio briciole di pane e le spargesse
pella campagna, e gl’uccelli volassero a quel lieto convito, e Paolo, quetato
alfine, si addormenta nel suo sogno. La poesia s'iunalza così, a suo credere, a
idealità francescana. Tale fu, per chiunque abbia qualche pratica di poeti e
poesia, la genesi di questo Paulo Ucello, lodatissimo tra i componimenti di P.
Ed è chiaro che non fu una genesi poetica, ma sentimentalistica, come di solito
in quel tempo della produzione pascoliana, quando l'autore s’era dato tutto in
balia a certe sue impoetiche tendenze, incoraggiato e traviato da false lodi,
specie da quelle di amici, che par si fossero proposto di addensargli intorno
un velo e fargli perdere il senso della realtà, e un po' lo vagheggiavano
attraverso quel velo, un po' celiavano sulle sue bizzarrie. Senonchè, la poesia
non può nascere da intenzioni, per gentili che siano, perchè tutte le intenzioni
sono, in questo caso, aride, unilaterali, astratte; ma nasce dalla piena
umanità commossa, come suono tra i suoni, accordato con gli altri suoni, non
mai tutta tenera o tutta gentile o tutta leggiadra. Anche la poesia
dell'idealità francescana; della quale uno dei più vivi esempi che mi vengano
ora a mente è un verso e mezzo di CAMPANELLA (si veda), in un suo duro e nodoso
sonetto, dove, ritratto l'orrore dell'umano egoismo, le lotte, le insidie, le
calunnie, e, più di tutto, gl'infingimenti interiori per cui l'uomo sé stesso
annichilando si converte alfine in istìnge, improvvisamente esclama, come se
gli si spieghi innanzi un lembo di paradiso: Tu, buon Francesco, i pesci anche
e gli uccelli frati appelli! E, se si vuole un esempio più a noi vicino,
ricorderò il sonetto del non professionale francescano Carducci, quel sonetto,
in cui il poeta, alla vista della fertile costa che pende dal Su- basio,
considera commosso su] piano laborioso, che al sol di luglio risuona di canti
d'amore, Santa Maria degli Angeli: Frate Francesco, quanto d'aere abbraccia
questa cupola bella del Vignola, dove incrociando a l'agonia le braccia nudo
giacesti su la terra sola! Poiché la genesi non fu poetica ma intenzionale, o,
come io dico, intellettualistica, il Pascoli non potè indovinare la forma
poetica, la quale è tutt'uno con l'ispirazione, e nell'ispirazione è già
delineata e mossa. E prese a stendere il suo estratto quintessenziale di
tenerezze e dulcitudini e francescanerift in una forma artificiosa ed
estrinseca, che è subito dimostrata tale dalla monotonia dell' intonazione,
dalla semplicità troppo semplice, che in essa si osserva. Si desiderano prove
di ciò? Come darle a chi non ha orecchio per sentire il tono falso? Come
fissare in alcune parole ciò che è diffuso in ogni snodatura e spezzatura della
sintassi, in ogni inflessione della voce? La critica (l'ho detto tante volte)
ha un limite o un presupposto che si chiami: il presupposto che si abbiano
occhi per ben vedere e orecchi per ben udire. Tutt'al più, essa può aiutare con
qualche indicazione: Dipingea con la sua bella maniera sulla parete, al
fiammeggiar del cielo. E il monachino rosso, ecco, lì era, posato sopra un
ramuscel di melo. Che la parete verzicava tutta d'alberi.. 0 anche: Oh! non
voglio un podere in Cafaggiolo, come Donato: ma un cantuccio d'orto, sì, con un
pero, un melo, un azzeruolo. Ch'egli è pur, credo, il singoiar conforto un
capodaglio per chi l'ha piantato!... Ma un rosignolo io lo vorrei di buono...
Un altro aspetto di questa forma, senza in- timo freno, senza intima sua legge,
e che ha accattato una legge dall'esterno, da un proposito della mente, da uno
sforzo, da uno stento di vellicare i cuori teneri e tenerli in dolce spasimo, è
il frazionamento nei particolari, le lungherie, le materialità inopportune. P.,
anche in questo caso, non ci risparmia né le nomenclature di uccelli, né le
sensazioni fìsiche, per es., dei becchi che beccano le miche sparse (E, come un
bruscinar di primavera, Rimase un trito bec- chettio sonoro»), né il solito usignuolo
onomatopeico, che, alla dipartita del santo, canta chiedendo dov'era ito...
ito... ito. E conseguenza di ciò è la perplessità nel lettore, che non sa se il
poeta scherzi o dica sul serio, se sia in un momento di festevolezza o non
piuttosto di accoramento, se voglia dilettare con un rifacimento arcaico che
susciti un sorriso, o se esprima un suo serio sentire. Che cosa è quel san
Francesco, che favella con vocaboli e formole tolte di peso ai Fioretti e
gestisce con attucci che mal traducono le pitture trecentesche? È una figurina
grottesca, una caricaturina, un follettino, da divertir bimbi, o il santo del
gran cuore, che deve riempirci di riverenza? No: nella figurazione del Pascoli
egli non mi riempie di riverenza e di amore, ma non posso dir neppure che mi
diverta. E quale impressione, dunque, mi suscita? Buona è codesta, color foglia
secca, tale qual ha la tua sirocchia santa, la lodoletta, che ben sai che becca
due grani in terra, e vola in cielo, e canta. E sminuiva, e già di lui non
c'era, sui monti, che cinque stelline d'oro... Quale impressione? Non altra che
quella, poco piacevole, della poesia stentata e sbagliata. Sbagliata, ho detto;
ma sbagliata di P., e non già da un qualsiasi arfasatto: dal Pascoli che non
solo era un letterato studiosissimo, ma era, o almeno era stato una volta,
poeta, il poeta idilliaco e triste delle primissime Myricae, e di tempo in
tempo aveva come un'apertura di cuore verso la campagna, gli uccelli, le
modeste opere agricole e casalinghe, e un senso di gioia e di malinconia
schiette. Di questo fondo spirituale di lui, guasto da sovrapposte cattive
tendenze e dal cangiamento dello spontaneo nel professio- nale, si scorgono le
tracce anche nel Paulo V cello, particolarmente nel modo simpatico in cui egli
ritrae (e. 2) la parete dipinta da Paulo, quella parete che verzicava tutta
d'alberi, d'erbe, di fiori, di frutta, e qua vi si vedevano zappe e là falci, e
qua l'aratura e là messi biondeggianti, e due bovi messi in prospettiva che
parevano grandi ed erano più piccoli di un leprotto che fuggiva nel primo
piano. Peccato che anche qui la lamentela del tono turbi l'effetto, e la troppa
semplicità tolga semplicità. E questo è quanto si può onestamente dire intorno
al Paulo U cello. A coloro che oggi lo esaltano come un capolavoro, come il
capolavoro dei capolavori pascoliani, una purissima, una divina poesia
francescana, e insolentiscono contro di me perchè l'ho passato sotto silenzio,
e mi tacciano di non sentire la poesia, di poca sensibilità (o di poca
morbosità), mi contento di rispondere: Eh, via! Da qualche accenno che è nelle
noterelle critiche raccolte nella terza parte di questo volume, i lettori
avranno agevolmente inferito che anch'esse fecero scandalo e suscitarono un
uragano di proteste e d’invettive, maggiore e peggiore di quello che si ha
quando fu pubblicato il saggio ristampato in primo luogo. Cosa naturalissima:
nel dodicennio corso fra le due date si era maturato e svolto a pi^no il
futurismo, del quale P. è, a mio avviso, da considerare precursore e promotore,
nella nostra letteratura; e la reazione contro il mio giudizio, dopo tanta
devastazione e perversione prodotta nel gusto, doveva essere, come fu,
violentissima. Una delle accuse che, in quel gridìo, risonava come un
ritornello contro di me, concerneva la mia insensibilità. Confesso candidamente
che dapprima non compresi di che cosa mai si volesse, con questa parola,
lamentare in me l'assenza. Ma, con pazienza filologica ravvicinando i testi (e
quali testi!), e cercandone l'interpetrazione, ho poi non solo compreso, ma,
quel ch'è meglio, mi sono trovato affatto d'accordo con gli accusatori. Mi si
tacciava, in fondo, di essere insensibile alle seduzioni del pascoliamo, del
semifuturismo e del futurismo. Insensibilissimo: sono, per questa parte,
addirittura un pezzo di marmo. Dopo di ciò, non avrei niente da aggiungere, non
parendomi che quella critica d'opposizione abbia apportato lume alcuno allo
schiarimento dei problemi artistici da me trattati. Ma, poiché, per fortuna una
rivista letteraria, La ronda di Roma, fu invogliata dalle mie noterelle
critiche ad aprire una discussione o referendum su P., che venne inserendo nei
suoi fascicoli, mi piace rinviare i curiosi e gli studiosi a quelle pagine, che
contengono molte cose istruttive e, nel complesso, confermano il mio giudizio.
Anzi, come saggio di queste cose istruttive, trascriverò qui alcuni brani
dell'articolo di uno di coloro che presero parte alla discussione, Gargiulo, il
quale ebbe, tra l'altro, il buon pensiero di spremere il succo dei principali
studi su P., pubblicati dopo il mio, e, diversamente dal mio, intonati ad
ammirazione, o addirittura a commossa tenerezza, pel poeta romagnolo. È
recente, solo di qualche anno fa, scrive dunque Gargiulo, lo scritto che
comincia a pubblicare nella Voce Onofri, sotto forma di commento estetico
perpetuo alle poesie di P. Fu arrestato a mezzo delle Myricae. Quando mi
occorse di leggerlo, tempo dopo, io dovetti candidamente domandare all'autore
come avrebbe fatto a continuarlo, e qual vantaggio si sarebbe ripromesso per la
fama del poeta, nel proseguire. Da quel che se ne vide, la negazione risultava
pressocchè totale; d'altra parte, nel modo, talvolta perfino un po' ingenuo,
con cui rari versi restavano additati all'ammirazione, non si riconosceva punto
l'Onofri, che pur aveva dato prova di possedere, oltre quella sensibilità che
conosciamo investita direttamente in saggi di poesia, scaltrite facoltà
critiche. Discussi alquanto con lui anche i rari versi e, se mal non rammento,
urtai infine contro un atteggiamento di resistenza passiva, se non
d'indifferenza. Ma certo conclusi che per lo meno era passato dall' Onofri il
quasi entusiastico momento di fiducia, che gli aveva dato lena per proporsi
quel lunghissimo lavoro destinato a discriminazione e volgarizzamento delle
bellezze pascoliane. Di Serra — del quale non mi esagero il valore critico, ma
riconosco alcune buone per quanto disgre- gate disposizioni, richiamiamo un po'
il saggio su P. È da notare che Serra, giustamente, fu detto un temperamento
pascoliano; e forse quel saggio, da solo, basterebbe a provare le affinità.
Ora, in tutta la parte negativa, che è ampia, le osservazioni giuste abbondano,
né certo l'amor dell'argomento riesce ad attenuarne l'acutezza. Si porta
all'evidenza, nella parte positiva, la « man- canza di forma » di P., che
sarebbe la « forma propria» di lui: i versi del poeta non si cantano, non si
ricordano, non si citano, se non forse : Romagna solatia, dolce paese, ( che
veramente è un bello e dolce verso '. c E se noi, richiesti, dovessimo offrire
in uno o pochi versi rappresentata quasi in iscorcio la virtù propria di lui,
ci rifiuteremmo; per quanti ce ne potessero passare innanzi, sappiamo bene che
di nessuno saremmo contenti a pieno. Anzi, dicendone e mostrandone ad altri, mi
par che sempre si senta il bisogno di soggiungere a ogni tratto: a questo non
badar troppo, non ti fermare su quel particolare; che il poeta non è lì '.E
dov'è mai? — dimandiamo a Serra, caduto in così profondo oblio del proprio
cosidetto umanesimo? È nelle cose: c La poesia di P. consiste in qualche cosa
che è fuori della letteratura, fuori dei versi presi a uno a uno; essa è di
cose, è nel cuore stesso delle cose. Ed è lo stesso Serra che in altro scritto,
in difesa della forma, o della letteratura, ebbe questo scatto: c Le cosel
tutto quello che c'è in me di meno ingrato si rivolta dispettosamente. Nulla è
così vago, goffo, incon- cluderite, retorico, come le cose. Le cose dunque; ed
anche la persona; cioè, P. bisogna vederlo: 'È un poeta. Ogni timore, ogni inquietudine
che la lettura poteva aver lasciato dietro di sé, subito cade; in lui non c'è
falsità, maschera, posa, artifizio. Tali cose non esistono; non possono aver
luogo in quest' uomo eh' io vedo. Altri potrà giudicare, pesare, classificare.
C'è altro ancora, e forse di peggio, che tralascio, nello scritto del Serra; ma
non mi è mai accaduto d'incontrarmi nella condanna di un artista concepita in
una forma più cruda e radicale di quella che trascrivo: Questa è la sua gran
forza e la sua gran debolezza. Secondo che l'uomo accetti la poesia di lui per
quello che è o per quello che vuole essere. Poiché se io accetto la poesia di
lui, col significato ch'essa ebbe per lui quando la fece, se mi trasporto, come
altri direbbe, nel suo punto di vista, allora il valore ne diviene
incommensurabile: non è valore di cosa d'arte, ma di cosa viva. Dove si arriva?
Eppure P. del Cecchi, ha queste parole nell'epilogo, che non sono meno
preoccupanti di quelle ora riferite di Serra: f Bisogna rifondere gli aspetti
torbidi e contrastanti, nei quali questa poesia viene, mano a mano,
rivelandosi, in un misterioso aspetto solo nel quale le sue contraddizioni, le
sue incertezze, i suoi errori, bì siano stratti all'ardore del nostro affetto,
della comprensione nostra. Osservavo, in una recensione che feci del libro
nella vecchia Cultura, che in tale giudizio è c come una confessione al
lettore, la quale suona: l'aspetto misterioso, in questo libro, è rimasto
misterioso; il mistero non è stato svelato. Di quello studio dicevo in genere (mi
permetto di autocitarmi, perchè resto precisamente a quel punto ora che l'ho
riletto: c È animato dalle più benevoli e indulgenti intenzioni; ma riesce ad
una condanna, quasi tutta esplicita, in minima parte implicita, dell'opera
pascoliana. Pare che Cecchi abbia impegnato in questo suo studio tutta la
propria sensibilità inventiva, che è molta, e i residui di un'antica simpatia
pel poeta, che doveva essere ingenua, non criticamente illuminata. Pure, il
risultato è quello che è, vale a dire negativo. Non mancai di rilevare la
sproporzione tra la parte negativa e quella che voleva essere positiva: c Egli
non si è neppure accorto che uno studio costituito in massima parte da una
violenta negazione, e diretto, nel tempo stesso, ad una affermazione energica,
doveva essere assai più svolto nella parte affermativa, anche sotto il rispetto
che sembra puramente materiale, del numero delle pagine. P. è, per Cecchi, un
poeta coperto da una corazza di falsità? Ha sotto la corazza una emotività
delicatissima e nuova? Ebbene bisognava che lo studio critico riuscisse
solidamente poggiato ed equilibrato sulla parte affermativa. Concentravo
naturalmente l'attenzione sulla parte del libro che voleva essere di sicura
affermazione, dedicata c alla definizione della particolarissima, intima
ispirazione pascoliana, di cui poi quasi tutta l'opera del poeta sarebbe una
deformazione. Tale ispirazione centrale si risolveva pel Cecchi in una
disposizione iniziaimente sensuale, oggettiva, di pura dedizione alle cose,
attraversata poi dal brivido del dolore e del mistero. E dovevo concludere: c
Lo sforzo grande, ma vano, del critico consiste nel rendere questo brivido.Ma
ecco che Cecchi, invece di svolgere e sciogliere fino all'evidenza l'asserito
sentimento di dolore e di mistero, il quale resta, nei termini indicati, ancora
sotto una forma schematica, dura ed ambigua; invece di trarlo alla vita piena,
immergendo in esso le opere del poeta; impegna tutta la sua sensibilità
inventiva, ed anche tutta la sua industria stilistica, nel ridurre quel dolore
e quel mistero alle più fugaci ed inafferrabili espressioni: ad un brivido, un
attimo, un baleno, e via dicendo. Il critico aveva paura di fermare il brivido;
le poche citazioni restarono anch'esse sorde all'invito di rivelarlo. Sulla
poesia che ha il privilegio del più lungo commento, la digitale purpurea, io
avrei ora curiosità di sentire da capo il giudizio di Cecchi. Così Gargiulo.
Del resto, la lode ottenuta, e in parte ancora mantenuta, dalla poesia
pascoliana, e la difficoltà di far prevalere un diverso e più pacato giudizio,
richiamano moltissime altre vicende consimili della storia letteraria. Ci vuol
pazienza innanzi alle asserzioni dei poco perspicaci e dei fanatici: A voce più
ch'ai ver drizzan li volti, e così ferinan sua opinione prima ch'arte o ragion
per lor s'ascolti. Così fer molti antichi di Guittone, di grido in grido pur
lui dando pregio, fin che l'ha vinto il ver con più persone (Purg.). Ancora
sulla poesia del Pascoli. Il Paulo Ucello LATERZA, Bari. SCRITTORI D'ITALIA cur.
NICOLINI. ELEGANTE RACCOLTA CHE COMPORRÀ DI OLTRE SEICENTO VOLUMI DEDICATA A S.
M. VITTORIO EMANUELE III. ARETINO P., Cartéggio Il I libro delle lettere AMENTI
(degli) S., Le Porretane BALBO C, Sommario della Storia d'Italia, BANDELLO M.,
Le novelle, BARETTI Prefazioni e polémiche La scelta delle lettere familiari
BERCHET Opere, Poesie Scritti aitici e letterari BLANCH Della scienza militare,
BOCCACCIO Il Contento alla Divina Commèdia e gli altri scritti intorno a Dante,
BOCCALINI Ragguagli di Parnaso e Pietra del paragone politico, CAMPANELLA
Poesie BARO, Opere COCAI M. (T. Folengo), Le maccheronee, Commedie CUOCO Saggio
storico sulla rivoluzione napoletana, seguito dal Rapporto al cittadino Carnot,
di Lomonaco, Platone in Italia DA PONTE Memorie, DELLA PORTA Le commedie, DE
SANCTIS F., Storia della lettor, ital., Economisti del Cinque e Seicento,
FANTONI Poesie Fiore di leggende. Cantari antichi ed. e ord. da E. Levi,
FOLENGO Opere italiane FOSCOLO IL, Prose FREZZI F., Il Quadriregio, GALIANI
Della moneta GIOBERTI Del rinnovamento civile d'Italia, GOZZI C, Memorie
inutili, La Marflsa bizzarra GUARINI Il Pastor fido e il compendio della poesia
tragicomica, GUIDICCIONI G. - COPPETTA BECCUTI F., Rime IACOPONE (fra) da TODI,
Le laude secondo la stampa fiorentina (n. LEOPARDI Canti, Lirici marinisti,
LORENZO IL MAGNIFICO, Opere, MARINO G. B., Epistolario, seguito da lettere di
altri scrittori, Poesie varie, METASTASIO Opere, Novellieri minori del
Cinquecento Parubosco e Erizzo PARINI G., Prose, Poeti minori (Savioli, Pompei,
Paradisi, Cer- reta ed altri) Mazza, Rezzonico, Bolidi, Fiorentino, Cassoli,
Mascheroni POLO Il Milione, PRATI Poesie varie, Relazioni degli ambasciatori
veneti al Senato, Riformatori italiani del Cinquecento, Rimatori
siculo-toscani, SANTA CATERINA DA SIENA, Libro della divina dottrina,
volgarmente detto Dialogo della divina provvidenza, STAMPA G. e FRANCO Rime,
Trattati d'amore del Cinquecento, Trattati sulla donna, VICO L'autobiografia,
il carteggio e le poesie varie, Le orazioni inaugurali, il De italorum
sapientia e le polemiche VITTORELLI Poesie, La Bicicletta Olocausto, romanzo »
Quartetto il nemico, Oro incenso mirra Fuochi di bivacco Matrimonio La
disfatta, romanzo Gramigne (Sullo scogio) Ombre di occaso, Il Teatro OPERE
VARIE. ABIGNENTE La moglie, romanzo AMATUCCI Dalle rive del Nilo ai lidi del
Mar nostro Oriente e Grecia Cartagine e Roma Hellàs BAGOT Gl'Italiani, CRIVELLI
Boccaccino BARDI Grammatica inglese, Scrittori inglesi BARONE La storia
militare della nostra guerra fino a Caporetto BATTELLI A., OCCHIALINI A.,
CHELLA La radioattività. CAMPIONE F., Per i germi della specie CARABELLESE P.,
L'e9sere e il problema religioso. CECI G., Saggi di una bibliografia per la
storia delle arti figurative nell'Italia meridionale CERVESATO Contro corrente
CHIMENTI Commercial English et Correspondence (in ristampa). COTUGNO R., La
sorte di G. B. Vico Ricordi, Propositi e Speranze DE CUMIS Il Mezzogiorno nel
problema militare dello Stato DE LEONARDIS Occhi sereni, (novelle per
giovinette) DE LORENZO G., Geologia e Geografia fisica dell'Italia me-
ridionale I discorsi di Gotamo Bnddho DEPOLI G., Fiume e la Liburnia DE SANCTIS
F., Lettere a Virginia DI GIACOMO S., Nella Vita, novelle FORTUNATO G., Il
Mezzogiorno e lo Stato italiano, FUSCO E. M., Aglaia o il II libro delle
poesie. GAETA Poesie d'amore GENTILE G., Il carattere storico della Filosofia
italiana. Sommario di pedagogia come scienza filosofica. Pedagogia generale.
Didattica, Teoria generale dello Spirito come atto puro. JUNIUS, Lettere politiche
LOPEZ D., Canti baresi LARCO R., La Russia e la sua rivoluzione. LORIS G.,
Elementi di diritto commerciale italiano LORUSSO B., La contabilità commerciale
MARANELLI C, Dizionario Geogr. dell'Italia redenta. MEDICI DEL VASCELLO. Per
l'Italia. NAPOLI G., Elementi di musica. NAUMANN FR., Mitteleuropa. Trad. di G.
Luzzatto, NENCHA P. A., Applicaz. pratiche di servitù prediali. LATERZA Bari
NICOLINI F., «li studi sopra Orazio dell'abate «aliani 5, OLIVERO Saggi di
letteratura inglese. Studi sul romanticismo inglese Sulla lirica di Alfred
Tennyson Traduzioni dalla poesia Anglo-Sassone. PANTALEONI Tra le incognite.
Note in margine della guerrPolitica: Criteri ed Eventi. La a. fine provvisoria
di un'epopea PAPAFAVA F., Dieci anni di vita politica it. PASQUALI Socialisti
tedeschi PLAUTO M. A., L'anfitrione Gli asini Commedie PRATO G., Riflessi
storici della Economia di guerra. QUARTO di PALO L., La civiltà RACIOPPI G.,
Storia dei moti di Basilicata e delle provi noie contermini 6, RAMORINO La
Borsa; sna origine; suo funzionare RAMSAY MUIR, La espansione europea RATHENAU
L'economia nuova. RICCI E., Versi e lettere RICCI Protezionisti e liberisti
italiani SABINI G., Saggi di Diritto Pubblico SCHURÉ I grandi iniziati.
Santuari d'oriente SCORZA, Complementi di geometria SOMMA U., Stima dei terreni
a colture arboree TITTONI T., Conflitti politici e Riforme costituzionali
TIVARONI J., Compendio di scienza delle finanze. I monopoli governativi del
commercio e le finanze dello Stato TOSO A., Che cosa è l'Acquedotto Pugliese WEBER
Parlamento e Governo nel nuovo ordinamento della Germania. Giovanni Pascoli.
Pascoli. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pascoli” – The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza. Pascoli.
Luigi Speranza -- Grice e Pasini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – La meta-meta-fora del
cavaliere perduto – la scuola di Vicenza -- filosofia veneta – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Vicenza).
Filosofo italiano. Vicenza, Veneto. Studia a Padova applicandosi agli studi
giuridici, che ben presto trascura per interessarsi della nuova scienza è in
contatto con Galilei e soprattutto della
filosofia, seguendo assiduamente le lezioni di Cremonini, impegnato nel
commento mortalista della “Fisica” e del “De coelo” di Aristotele e seguace
dell'aristotelismo critico e razionalistico di Pomponazzi, che mette in
discussione l'immortalità dell'anima e alcuni dogmi cattolici. Uno dei incogniti,
uno dei circoli più attive, vivaci libere. A tale adesione alcuni biografi
settecenteschi attribuiscono le accuse di eresia nei suoi confronti. Come
invece dimostra una serie di documenti dell'Archivio di Stato di Venezia, e un
fatto di sangue a determinare il provvedimento giudiziario che lo condanna all'esilio.
Per un futile contenzioso privato (un diritto di passaggio riconosciuto a dei
vicini), insieme con il fratello Vittelio e alcuni sicari, nella villa Pavaran uccide Malo e ne ferì
gravemente il fratello. Condannato a cinque anni di esilio a Zara, poi ridotti
di circa la metà, e assolto e liberato. Reintegrato nella società vicentina, e vicario
a Barbarano e a Orgiano, dove era già stato agli inizi della carriera. La sua
vita dove scorrere come quella di tanti nobili di provincia, tra affari
privati, responsabilità amministrative, passione letteraria e interessi
culturali, sempre presente l'ossequio al potere della Serenissima: dediche e
composizioni sono spesso dirette a podestà, capitani e dogi. Si registra un
stretto legame gl’incogniti e una grande produzione letteraria. Fa parte della
corrente poetica del marinismo, che ha in Marino il proprio modello. ””Rime
varie, et gli increduli, ouero De' rimedii d'amore: dialogo. Dedicate al molto
illustre Godi (Vicenza), esordio letterario del Pasini, miscellanea di sedici
componimenti in metro vario tutti di tematica amorosa e un dialogo, “Campo
Martio overo Le bellezze di Lidia, dedicato al clariss. sig. Giulio da Molino,
dell'illustriss. sig. Marco, componimento di versi settenari ed endecasillabi
sciolti, uscito a Vicenza presso Grossi e dedicato a un membro dell'illustre
famiglia Molino; “Rime” diuise in errori, honori, dolori, verita, et miscugli (Vicenza);
Il sogno dell'illustrissimo sig. Pietro Memo.. Dedicato a Molino, Vicenza, di
carattere politico-encomiastico, racconta allegoricamente come il sogno
trasporta il podestà attraverso i cieli sino alla via Lattea, dove trova gli
eroi che hanno illustrato la sua famiglia; “Rime Marinistiche”, raccolta
complessiva delle sue Rime, stampata a Vicenza; fanno rientrare l'autore nel
filone marinista dell'epoca. “La Metafora. Il Trattato e le Rime. “Trattato de'
passaggi dall'una metafora all'altra e degl'innesti dell'istesse nel quale si
discorre secondo l'opinione e l'uso de'migliori, se senza commetter diffetto,
si possano usare dai poeti e, oratori. Dedicato all'illustrissimo, et
eccellentiss. sig. Nicola Da Ponte” (Vicenza); “Historia del cavalier perduto” romanzo
erotico cavalleresco che indirizza il proprio interesse su vicende e situazioni
feudali di provincia. La sua opera più nota, che si inserisce nella tradizione
del romanzo barocco veneto e dei narratori incogniti, secondo una linea che
intreccia avventure cavalleresche amorose a tematiche storico-politiche. -è da
questo romanzo che Manzoni trasse poi spunto per la stesura de “I promessi sposi.”
Vicenza nella sua toponomastica stradale, "Le Garzantine", Manzoni a
Vicenza Firenze, Olschki). Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia e cantòinquestaforma. Nela vagastagion, che l'Usignolo
Dolenteancora dell’antico oltraggio Contragiche armonie filagna, e plora, E che
di novo amor fecondo il suolo Del gran Pianeta altemperato raggio di verde
giouentù gode, ès' honora, Con mano prodiga Flora D'odorosi tesori Con superbia
pomposa. D'ogni intorno spargea gemmati fiori; Ma qual donna degli altri in maestosa monarchia
sublimar parea la Rosa. Tributaria di lei, versando l’urna, La figliuola del
Sole Alba nascente Le offri adiper le ruggiadose unnerabo; Et ella, della pura onda
notturna. L’homaggio accolto in fen, lieta, eridente Di sii 2
Diricca gravidanza empieafı il grembo; Indi, il purpureo lembo Spiegando
a poco a poco, Scopria l'aurato crine Del gran lume del cielo al primo foco; Le
volauano intorno a far rapine Preciofe d'odor l'inrevicine. Superba citerea, ch'in
Regia tinta Le imporporasse il suo bel piele foglie, Incota i detti ingiuriosa
eccede. Chianti Giuno homai, tua gloria è vinta, Altro latte il mio fangne il pregio
toglie, E'l tuo fio real mio fior s'humilia, ecede. Cositumida fiede Con inportuno
orgoglio L'ambitioso petto Dela Regina del superno foglio, Che sdognando il suo
Numeeller negletto, Lo sguardo oscura, e in torbida l'aspetto. Frome, egal carrodi
vendetta ingorda Di vampe, efocbi, e di saette, e lampi . Grida lontana ancor ;
Figlio vendetta, Con fretto lofaman richiama, e lega Il vago augel da le
flellate piume, E con la voce anco la sferza accorda, Zosgrida, ebate, e impatiente
il piega, Quevfa il mondo incanutir di brume. Delarmi ilfjero Num e Quiui a
funguignalite Sai Vandalici campi Alti Duci in fiammana, e fchiereardite;
Giungeellaa lui, cuiparche'l guardoaukāpe Ambo fiam vilipeli, amboschernići, numi
impotenti son MARTE, e Guinone; La tua pudica Dea, la tua diletta, Quella, che del
su’amor resegraditi Cillenio, e Febo, el cacciator garzone, Questa del vago Adone
Cole ancor le memorie Solo a tuo scorno, e in vno Al mio latte dir infratia le gloriezn.
Mirà d'orgoglio altierfasto importuno, Che di rosa anteporsi ardisce a Giuno.
S'ami la madre, e lei gradir desij, A la superba l'alterigia Scorna, E la sua rosa
le axuilisci o figlio Madre, non fia, ch'io le tue ingiurie oblij (risponde) al
cielo pur sagli, e ritorna, Ch'io ben far olle bumiliare il ciglio: Di più fino
vermiglio Distino ostro più grande, Per tinger rosa altera, Di cui la gloria foltes
fa ghirlande; Stella non splende, ou'è del solla spera, E appo la neuengnicandor
s'annera. Cosidetto, ella parte, egli accore Doue aßalito il vandalo feroce Col
Goto afalitor pugna, e contende: Di sanguinos ifiumi ilprato corre, D'urli, e
di strida una mistura atroce, Che difonde terrori al Cielo ascende; Dubbio il success
opende, Al fin scompiglia, efrange il gran duce Adoino Lanemica Vandalica falange;
Ma il sacro Dio, ch'adostro peregrino Aspira, affrettailsyo mortal destino.
Cade il prode signor, fugge disperso Semi viva fi getta addosso al morto;
El'abbraccia, e lofringe, el bacia, e’lterge Condiluuij d'angoscia, elcrin s'afferra,
E Straccia, efuelle infinda le radici; I sulerose, chel buon sangue asperge, E
che compagne fon de la sua terra, Sperge presagi in vn mesto, e felici.
Esclama. O fiori amicia Los tuol nemico, il fuo trionfo sdegna Per sì gran
danno il Goto lagrimose j j Goiodisco il german nel duolo immersa Nela fortune gloriosa
insegna Tra rose inuolue il busto sanguinoso, E dono doloroso A Lutterial'invia,
Cheil gran marito fcorto E sangue, e freddo ogni diletto oblia, I d'amor piena,
e dota di conforto, che Così pullulerà la Rosa ORSINA. E così germinò,
così dal cielo, Per lo mondo abbellir, netrasse isemi, Nel suona tale ancor grande
i ammirata: Sorge fecondo il glorioso stelo, E ne' Gallici campi, e ne'Boemi
Degni rampoli ITALIANE traslata, D'api in vece, adorata Schiera d'altepirtudi
Lovà suggendo, efaui Poi ne compone di Reali studi, Onde il mondo i suoi cafi in
fausti, e graui Per si dolce liquor torni soaui. Defiudilaude dil Sole, acuis'aprica
solo, e solo a'suoirai s'avanza e gode, E l'irrigailfuddordi nobil onda; Duro, einduftre
cultor glièla fatica, Siepe l'ardire, il buon valor custode, El ' applauso de '
Cor i aura gioconda Ondeè poi, che diffonda Cosi pregiato odore E di palma, e di
Lauro Ch'ın tal nel girdo e l età migliore Non neadunola Gloria in fuo tesauro
Dal Borea àl'Auftro, e dal mar' Indo, alM auto. Scritte sa in Cielo alettere
difato, Là de l'eternità ne’ cupi annali, Digermetal son le grandezze, e i pregi.
Febo m'inspira è colassu fermato, Ch'egli fioriscafolfreggi immortali, Alte imprese,
opreilluftri, èfattiegregi: Tiranni eftinti, Regi Debellati, daafflitti, Regni sommersi
in lutti, Espugnatecittà, Ducisconfitti, Prouinciescosse, esercitidestrutti,
Pergliopresileuar, fiano suoi fruti. Lieto verdeggi, eauuenturosogoda, Che'l
ciel gliarride, eporgela fortuna Grandi Che'l core hor m i pungete,
Insegna peregrina Del mio venire immaturo ancor Sarete; Cosi auuerrà, cosilo
ciel destina, Il diadema adorar veggio di Piero. Fortunata Dalmatia, borche
s'innesta Neltuoceppo Realfinobil pianta, attendi pure un secolo d'eroi. Vomiti
incendihomai Chimera infesta, Stragede'campisiabelua Erimanta, Che
fienconcettii percussorisuoi; Altri indomiti buoi sbuffinofiamme in Colco,
C'hauralliubbidienti Adaratronouelnouo bifolco; Sorgan Procufti, elanguirandolenti
Ancola Famahà lingue, E fil grande, e facondo, Ei gesti degli Eroi spiega, ediftingue.
Bastià l'ORSIN valor, c'habbia giocondo Teatro Italia, e spettatore il mondo.
Gran di alimentià le r a dice prime. Beltesoroèvirtù;ma s'altaloda, Mase honori
laforteancogli aduna, Vie più chiaro Splendorne’raggiesprime Eccolohomaisublime
Gemmarsi intorno, intorno Sold'insegne d'impero, Manti, porpore, scettriilfanno
adorno; Mafouratuttiin maestà primiero Sotto noui Tesei gliultimi accenti,
Canzon chiudanlelabbra. La meta-meta-fora.
itopedelabiturates. daglianimal: corterdel'acquecitopedeèsolce Nec
tenoftra iuberfiericenfura pudican . Sentätha oppreffo Carulla DeXNptys Pelleic
Cerula verrentes abiegnis equora palmisan Verrentesperremigantı, palmisperremi
son metafore di poca comienienza; perche le mani non icopano come inftrumento
profimo. DS Fortetfolcodál foco et verrigins Jalmocodel la core circulari.
Sedtamen, uttentes disimularerogat. Cenfura è traslation dal Magistrato
Cenforio a } rigordell'atninre; oubetèmetaforaan ch'ega, che nonficonfaconla censura;
perchefebene: leges autiubescentvetant, quepermitan, AMAP Hiunt. La censura
pero non era legge, nè magistrato, che hau eflc auctorità di far legge. Ma a solo
gaftigauachi contrauenità a'buonicollumi, adalcuneleggi et
adalcunivnitalchequi? Pinnestodidue metafore invafolo predicatos poilslacione
confaceuole alla vièpoi il pallaggio nelnornogar dell'altropredje viè censura. tom
1 Nel terzo de arte amandi, Ecco Ne quevliusitinntisim
per untitabii. Ne quifleprezesirefoue palmulis metaforam non producer ad extremum
nec ineaintere. Sed abvnaadaliamtranfilire; hicveroraliumiprie Prorumfecurses, och
Non è di giustitia chc CATULLO refiabbando pato Epiù sottodiffe. Qui
formula croftramentofumprofcidir quota Aoftrumè metafora trasportata da gli vecelli
allegalee, acuimancauailproprio perfignif carlofprone, equindian coallanaue
perde notarlaprora, e proscindere è pur METAPHORA, che Hon ha corsispondenza
con legalec, ma con quellecose, chetagliano: Ecco appresso v o trappasso da metafora
a metafora. Ecco VA alero inneftopuriuinell'aggionto, e nel softantiuo. Dide
currum wlitanumper ladate, che viag giava PHASELLUS illeguem videte hospittia'?
Siswiffenavium celerrimus. Oprisforeivolarejouelinteo. Ognuno sà che
Falelloèvna fpeciedi nauigio; nel descriver la celericà del quale nel naaigare
Paurore fi vale della metafora del nuotatore e subitò palla al volo ch'è dell'uccello
e quianco favn'innestoin quel volarepairwisin cuivuo) direnauigar
coiremi:poichenen f volacon lepalme, maconl' aliscosiinnettal'operation!
dellyccello con l'inftrumento dell'huomo, ch'è la mano sopra il qualpaflo il Muretto
di fe.Aiuntvitiofumeffefernelsuscepram tolco da'legamini ]? wimruna è
nato da Tibulloze da Propertio speiò fenciamo lianch'elli. Propertio nella festa
decimadlegiadel. cerzo ang niNini Sublime capulmafiflimunubar Afperala
Mefiffimosa sperme, chehannodicomune, Ring oluenparcela branquillità, ch'e delmare
cal P6 Sempere n im vacuos naxi fobriatorque rumares. Nox fobristonguet, inpeito.
Pace Pasini. Pasini. Keywords: implicatura, il cavalier perduto, la metafora,
“dall’una metafora all’altra, galilei,
cremonini, degl’incogniti, keplero, Manzoni, rapimento, anonimo, incognito,
meta-meta-fora. Refs.: “Grice e Pasini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Passavanti:
l’implicatura conversazionale dell’eroe – la scuola di Terni -- filosofia umbra
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Terni). Filosofo italiano. Terni, Umbria,
Italia. Partecipa alla Grande Guerra c sergente
nel IV reggimento Genova cavalleria, in cui e protagonista di incredibili atti
di eroismo. Partecipa alla occupazione di Fiume tra i legionari di Annunzio. Da
soldato, da caporale, da aiutante di battaglia, fulgido, costante esempio,
trascinatore d’uomini, cinque volte ferito, tre volte mutilato, mai lo strazio
della sua carne lo accasciò, sempre fu dovuto a forza allontanare dalla lotta;
sempre appena possibile, vi seppe tornare, ed in essa fu sempre primo fra i
primi, incurante di sé e delle sofferenze del suo corpo martoriato. In critica
situazione, con generoso slancio, fece scudo del suo petto al proprio
comandante, e due volte, benché gravemente ferito, si sottrasse, attaccando,
alla stretta nemica. Con singolare ardimento, trascinava il suo plotone di arditi
all’attacco di forte, munitissima posizione nemica; impossibilitato ad
avanzare, perché intatti i reticolati, fieramente rispondeva con bombe a mano,
alle intense raffiche di mitragliatrici. Obbligato a ripiegare, sebbene ferito,
sostava ripetutamente per impedire eventuali contrattacchi. Avuta notizia di
una nuova azione, abbandonava l’ospedale in cui l’avevano ricoverato, e
raggiungeva il suo reparto; trasportato dai suoi, riusciva a prendere parte
anche alla gloriosa offensiva finale. Soldato veramente, più che di carne e di
nervi, dall’anima e dal corpo forgiati di acciaio e di ottima tempra. Superdecorato, volontariamente nei ranghi
della nuova guerra, per la maggiore grandezza della Patria, riconfermava il suo
meraviglioso passato di eroico soldato. A capo della propaganda di una grande
unità, seppe dimostrare che più che le parole valgono i fatti e fu sempre dove
maggiore era il rischio e combatté con i fanti nelle linee più tormentate.
Nella manovra conclusiva, alla testa dell’avanguardia del Corpo d’Armata, entra
per primo in Korcia ed in Erseke, inalberandovi i tricolori affidatigli dal
Duce. Superba figura di combattente, animato da indomito eroismo, uscì illeso
da mille pericoli e fu l’idolo di tutti i soldati del III Corpo d’Armata, che
in lui videro il simbolo del valore personale, della continuità dello spirito
di sacrificio e della più pura fede nei destini della Patria, che legano
idealmente le gesta dei soldati del Carso, del Piave, del Grappa con quelle dei
combattenti dell’Italia. Mirabile esempio di coraggio sereno, di alto spirito
militare e di profondo sentimento del dovere, rimase sul posto di
combattimento, quantunque non lievemente ferito. Nuovamente e più gravemente
ferito, prima di esser trasportato al luogo di medicazione, volle esser
condotto dal comandante del gruppo, per riferirgli sulla situazione. Pirro, Arrone:
E Thyrus. L’arma dell’eternita, Roma, (Camera Deputati), L’organizzazioe
economica dell’industrai eletrica, Roma, Le benemerenze e la tirannide degli
idrolettrici, Roma, Risveglio e viluppo agricolo, Roma, Bonifica integrale,
Roma, Per una piu armonica distribuzione di pesi fra I diversi cespiti della
ricchezza e I diversi lavoatori, Roma, Precursoi. L’IDEA ITALIANA, in Piemonte,
Roma, La contabilita generale dello stato italiano, Roma, lineamenti chematica
di contabilita di stato, Siena, Storia di Terni, dale origi al medio-evo
(Roma), Interamna de Naarti, “INTERAMNA NAHARS”, La contabilita di stato o
economia di stato nella storia italiana, Giappichelli, Torino, L’ECONOMIA DI
STATO PRESO I ROMANI (Giappichelli, Trino), La contabilita generale dello stato
esposta per tavole sinottiche, aRosrino, Attualita economiche, Roma, La
contabilita dello stato”. “Nel numero e l’univeso ma il numero e un segno che
po cconviene interpretare. Elia Rossi Passavanti. Passavanti. Keywords: eroe,
Annunzio, Fiume,il concetto di economia di stato, l’economia di stato presso i
romani, la terni pre-romana, la terni no-romana, la terni umbra, la terni osca,
la lingua umbra, l’idea italiana, economia di stato. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Passavanti” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi
Speranza -- Grice e Passavanti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza -- jacopo – libro dei sogni.
Luigi Speranza -- Grice e Passeri:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Lizio – la
scuola di Padova -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo
italiano. Padova, Veneto. VGrice: “He was Zabarella’s uncle – mine worked in
the railways!” -- Grice: “It’s amazing how much a little book like Aristotle’s
‘Peri psycheos’ influenced those Renaissance and pre-Renaissance Italians!
Surely they were concerned about the immortality or other of the soul!” Essential Italian philosopher. Pubblica commentarii al “De Anima” e alla “Fisica” –
contro GALILEI (si veda). Dimostra la perfetta convergenza fra le idee di Arstotele
e Galilei sulla dottrina dell'unità dell'intelletto. “Disputatio de intellectus
humani immortalitate” (Monte Regali: Torrentino); “De anima” (Venezia, Iunctas Perchacinum); Paladini, “La
scienza animastica”. At cum Latini uideantur hoc negare, nosrem ita esse comprobare
possumus quoniam Aristotele cum dederit communem ANIMA. Animæ definitione subiungit
et propriam cuiusque gradus dicendam fore et prior rem natura esse vegetativam
sensitiva, quod in codem intelligitur, non autem in diversis quoniam in eodem
animato posita sensiti, uaponitur vegetativa et posita intellectiva ni mortalibus
alie ponátur, quia sicut ise habet vegetativa in sensitiva, ita et sensitiva in
INTELLECTIVA, quoniam in consequenter se habentibus polito primo non ponitur se
cundum,atposito secundo ponicur primum. Itaque essentiæ gradum animæ cum se seconsequantur,
posita posteriori dabitur prior et per consequens communem animæ definitionem analogam
esse oportet. Secundum autem anobisposicum, ut intelligatur anima in scilicet intellectivam
immortalem fore secundum quid autem mortalem, intellectum IV modis dici, certum
est I depossibili II de in habitu III speculative et IV agente. Unus quisque
horum modorum arguir intelletum corruptibilem, quoniam omne quod incipit, necessario
definit: cum autem intellectus materialis in Sphæranon detur sed tantum in puero
nuper nato, cum inces perit in Socrate, ut ita dixerim necessario delinet. Similiter intellectus agens in Socrate
incipit, quo niáili copulatur, ut forma et cum agens ili copulatur, intellectus
in habitu, qui genitus est desinit intellectus etiam in actu speculans, cum de
non speculari transeat ad speculationem, videtur genitus cum autem amplius non speculator
actu, definit este intellectus actu speculans ita ut intellectus quodammodo et
propter diversos respectus quos suscipit, dicatur corruptibilis et factus secundum
autem substantiam cum eadem sit substantia intellectus agentis et possibilis
dicitur eternus et simpliciter immortalis, quod rationibus ab Aristotele acceptis
ita esse ostendi potest. Omne enim formas omnes materiales recipiens estim materiale
intellectus autem possibilis recipit omnes formas igitur est immaterialis, est autem
necessarium tale recipiens esse immateriale. Quoniam quod intus est extraneum
prohibet. Pomponatius [POMPONAZZI] tamenstuder destruere hanc rationem, primum
enim inquit illam non concludere proptere a quod si intellectcus. Eus materialises
et separatus sequeretur et suam operationem separatam fore, quia operatio ipsam
essentiam consequitur: at Aristotele inquit si intelligere est sicut sentire, ecce
quod comparat operationem intellectus operationi sensus, igitur videtur hæc
ratio, potius intellectum mortalem probare, quam immortalem. Nulla est hæc ratio
Pompo Ratij, quoniam sequeretur intellectum esse virtutem materialem, quod dictum
Aristotele omnino negat. Præterea videtur committere fallaciam a secundum quid ad
simpliciter, propterea quod non valet, possibilis obiective dependet, igitur omnis
intellectus. At cum Alexan, velit animam intellectiva sive intellectum possibilem
non esse formam, sed; præparationem quandam, qux et sirecipiat omnes formas, esse
tamen mortalem, peto abillo quid per preparationem intelligat, vel intelligit puram
privationem, vel privationem cum aptitudine, non primum. Quoniam privatio sola nihil recipit, igitur privationem
cum aptitudine illum intelligere oportet, igitur erit forma si forma, ergo materialis,
quare preparation hæc non, recipiet omnes formas. Adiungit præterea
Pomponatius, intellectus unicam tan tum operationem habet, propterea quid D i j
ynius Secunda ratio, qux nostram sententiam confirmat, accipiturab LIZIO In
de Anima. 13.& isi in quibus proposita in 13. quesstioncan intellectus sit intelligibilis
quema ad modum alia materialia intelligibilia, soluit in15. Et intelligibilis est
sicut ipsa intelligi biliain his quæ sunt sine materia idem est, quod
intelligit et quod intelligitur, quilo unius virtutis unica est operatio
cum itaque; intellectus sit una virtus, que media est inter: pure materiales et
omnino abstractas, una driteius operatio:
esse autem mediam ex eoni titur ostendere, quoniam intelligit universale in singulari
et quatenus intelligit universale, comunicat cum abstractis, quatenusin
singulari comunicat cum materialibus, primum dictum sublatum fuit, non
inconuenire quod una virtus diversi mode se habens, diversas exerce ar operationes,
secundum dictum apud me nullum est, quoniam intelligere substantiarum quæ
omnino sunt separatæ, est intelligere per essentiam, intelligere autem intellectus
est universalis per speciem, si itaque; hoc intelligere non convenit substantiis
omnino separatis, quomodo na erit media participatione extremorum, qux re erit ad
hucex hoc fundamento intelles Aus pure materialis. Tertia ratio accipitura
quodamnorabia ti, Quoniam naturalis philosophus vide turdare duo eus non est cum
LATINIS interpretandus, sed intellectum esse intelligibilem, cum possibilis habuerit
intellectum agentem ut formam, tunc est intelligibilis per speciem, qu x actu est
scilicet per formam intellectus agentis et est intelligibilis vel uti intelligere
tixet enim si intellectus intelligeretur
quem ad modum dicut LATINI, esset intellectus do terioris conditionis lapide, quoniam
lapis per suam speciem intelligitur per se, intellectus vero per accidens, intelligendo
lapidem per suam speciem. Quare intellectus materialis et si videatur intelligibilis
sicuti alia intelligibilia materialia per speciem, non tamen eodem modo quoniam
intellectus intelligibilis per suam formam sit intelligents, intelligibile autem
materias lem in imè, de quibus fufius in explanatione eius loci diximus fundamenta
Metaphy. primum quod detur abstractum in natura, nam si Metaphy., ignoraret abstractum,
eum non determinaret, alterum fundamentum est quod naturalis supponit abstractum
et quod abstractum magnitudine sic intelligens,
quod tribuit animasticus sine quo Metaphy. Non haberet, quod abstractum sitina
telligens. Ad rem si intellectus esset mortalis, non daretur Metaphy. quoniam
per nullam naturam posset haberi abstractum esse intelligens, intellectus enim
qui mortalis est non potest habere eandem operationem, cum intelligere intelligentiarum,
quare si esset mortalis, non haberetur cognitio eorum, quæ per essentiam sunt separata.
Ultima ratio quæ immortalitatem animam confirmat, est quoniam felicitatem acqui
ri posse conveniunt peripatetici omnes, quam habere esset impossibile, si intellectus
esset mortalis. Pomponatius discurrit agens de felicitates, illam contingere hominibus,
quoniam omnes libiinuicem sunt auxilio alijeni magunt secundum intellectum pra: eticum; alijautem
secundum intellectum, Speculatiuum: rectem in hoc dicit, sed, falli, tur, cum
-velit hominem esse hominem per intellectum, ideo homo exercet operationes morales
per formam, qua est homo et propterea inquit Averroes p moralis capit si, nem hominis
ineo quod homo, qui quidem finis est cogitativa, ideo foelicitas non competit homini
ut homo, fedut in coquoddam divinum reperitur.10, Ethi. cap. 9. Aliauita et
finis potior isto, ideo nos li er
nos cum homines fimus, non debemus humana curare sed peruenire ad
immortale et sempiternum, per id quod in nobis divinum est. De quibus fufius in
expositione com.; de anima diximus. Ianua. Marco Antonio Genua. Marco Antonio
Passeri. Antonio Passeri. Passeri. Keywords: peripatetici, lizii, nous,
intelletto, etimologia d’intelletto, da lego – ‘to care’, ‘to decide’.
Intelleto, nous, animus vs. anima, mens, Boezio, l’intelletto, l’anima
intelletiva, animistica, animastica. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e Genua," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Passini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza
Luigi
Speranza -- Grice e Pasqualini: la ragione conversazionale e l’mplicatura
conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza -- difficult to find. M. Pasqualini,
C. Pasqualini.
Grice e Pasqualino. Fortunato
Pasqualino Fortunato Pasqualino (Butera, 8 novembre 1923 – Roma, 14 settembre
2008) è stato uno scrittore, drammaturgo e filosofo italiano. Biografia
Fortunato Pasqualino nacque l'8 novembre 1923 a Butera (Caltanissetta). Nel
1932 si trasferì con la famiglia a Caltagirone e sarà presto costretto ad
abbandonare la scuola per lavorare negli aranceti. Dopo aver trascorso oltre
cinque anni lavorando nei campi, riprese gli studi completando da privatista in
pochi anni le medie e il liceo classico, per poi essere chiamato alle armi
durante la seconda guerra mondiale, nel 1942. Terminata la sconfortante
esperienza del conflitto, nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Filosofia presso
l'Università degli studi di Catania, e nel 1948 presentò il saggio A proposito
della storia come linguaggio al XV Congresso Nazionale di Filosofia a Messina.
Durante gli anni universitari incontrò Carlo Carretto, presidente della
Gioventù Italiana di Azione Cattolica, che nel 1949 lo invitò a seguirlo a Roma.
Successivamente si recò anche a Bologna, dove rimase un anno circa frequentando
la comunità religiosa di laici presieduta da Giuseppe Dossetti. Si spostò poi a
Firenze, dove entrerà in contatto con Giorgio La Pira. Nel 1951 conseguì la
laurea in Filosofia a pieni voti e si trasferì in Sardegna, dove insegnò
Filosofia, Pedagogia, e Psicologia presso gli Istituti Magistrali Vescovili di
Ales e San Gavino; qui conobbe il giovane scrittore Antonio Puddu di cui
diventerà grande amico. Nel 1953 esordì come autore di saggistica filosofica
con la pubblicazione della tesi di laurea La necessità di esprimersi e la vita
come linguaggio che sarà seguita da Educazione e linguaggio (1957) ed altri
saggi di filosofia del linguaggio. Nel 1955 si trasferì definitivamente a Roma,
dove lavorerà in RAI per oltre trent'anni come ideatore e conduttore di
programmi radiofonici e televisivi (tra cui Quando un bambino si ammala,
Boomerang, La Terra Promessa, Si...Ma, Apriti Sabato, Sapere, Il tono della
convivenza) ed intraprenderà un'estesa attività di collaborazione giornalistica
con numerosi quotidiani e periodici (tra cui Avvenire, L'Osservatore Romano,
Famiglia Cristiana, La Sicilia, La Stampa, Corriere della Sera, Il Tempo, Oggi,
Epoca, Il Giorno) e riviste culturali (tra cui Studi Cattolici, La Fiera
Letteraria, Dialogo, Il dramma, Il Caffè, Messaggero di Sant'Antonio, Jesus,
Davide, Humanitas, Nostro Tempo). Dalla lunga collaborazione con Studi
Cattolici nacque un'amicizia con il suo direttore Cesare Cavalleri, caratterizzata
da suggestivi carteggi poi pubblicati sulla rivista. Venne chiamato ad
insegnare Filosofia dello Spettacolo presso l'Università Pro Deo (l'attuale
Luiss) e a dare lezioni di sociologia sturziana presso il Centro Italiano di
Studi Politici alla Camilluccia. Nel 1963 pubblicò il romanzo autobiografico
Mio Padre Adamo, che riscosse notevole successo di pubblico e critica e vinse
il Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati[1] Ispirato al periodo
trascorso lavorando nelle campagne è il romanzo La Bistenta, edito da Rizzoli
nel 1964 e poi ripubblicato successivamente con il titolo Il Ragazzo delle
Cinque Isole nel 1971. Il saggio filosofico Diario di un Metafisico (1964)
piacque tanto a Paolo VI e venne rilanciato da Rusconi che lo pubblicherà nel
1981 con il titolo I segni dell'anima. Sposatosi nel 1966 con la statunitense
Barbara Olson, da cui avrà quattro figli, Pasqualino effettuerà molti viaggi
negli Stati Uniti che saranno di ispirazione per i suoi libri America Baccante
(1968) e Caro buon Dio (1970). Nel 1969 Pasqualino, insieme al fratello Pino,
fondò la compagnia Teatro Minimo di Pupi Siciliani (successivamente chiamato e
meglio conosciuto come Teatro di Pupi Siciliani dei Fratelli Pasqualino). I
pupi siciliani erano stati una forte passione della sua infanzia, interrotta
bruscamente dalla madre al sopraggiungere precoce dell'età del lavoro. La
compagnia esordì nel 1969 con lo spettacolo Trionfo, passione e morte del
cavaliere della Mancia (Don Chisciotte), trasmesso dalla RAI l'anno successivo per
la regia di Paolo Gazzara. Avvalendosi dei testi teatrali scritti appositamente
da Pasqualino, la compagnia svolgerà la sua attività per trent'anni in una sede
stabile a Roma nel quartiere Trastevere e parteciperà a numerose tournée in
Italia e all'estero. Il volume Teatro con i Pupi Siciliani (1980) raccolse e
pubblicò, per la prima volta nella tradizione del teatro dei pupi, i testi
degli spettacoli. In ambito cinematografico, Pasqualino svolse attività di
consulenza per Roberto Rossellini, che diresse lo sceneggiato televisivo Atti
degli Apostoli del 1969. Insieme ad Ermanno Olmi, scrisse il soggetto e la
sceneggiatura del film Durante l'estate, presentato alla 32ª Mostra
Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 1971. Nel 1973, narrò in
diretta per Rai Uno la prima ostensione televisiva della Sindone di Torino,
introdotta da una rara apparizione televisiva di Paolo VI e seguita con grande
partecipazione in diversi paesi europei.[2][3] Il romanzo Il Giorno che fui
Gesù, del 1977, verrà ripubblicato in numerose edizioni e tradotto in inglese
nel 1999 (con il titolo The Little Jesus of Sicily). Nel 1978 Pasqualino vinse
il Premio Ennio Flaiano per l'opera teatrale Socrate baccante pubblicata ne La
danza del filosofo (1992) e scrisse la sceneggiatura per il film Turi e i
paladini diretto da Angelo D'Alessandro, scelto per rappresentare il cinema
italiano al Festival internazionale del cinema di Berlino del 1980. Nel 1994
prestò la propria consulenza per la realizzazione del film televisivo La Genesi
di Ermanno Olmi, andato in onda su Rai Uno. Nel 1999 fu uno degli scrittori
europei chiamati dal Consiglio d'Europa per comporre un testo ad espressione
dei valori della cultura europea che è stato inciso sul Ponte d'Europa a
Strasburgo. Nel suo ultimo libro, Chiunque tu sia. Con Gesù a passo d'asino
(2005) ripercorse con piglio investigativo la vita di Gesù “in umiltà a passo
d'asino” facendone affiorare, con dirompente realismo, la dimensione più
propriamente umana. Opere Narrativa e saggistica A proposito della storia come
linguaggio, 1948. Il Filosofo ignorante o de la ragion d'essere delle cose,
1949. Filipso: Commedia filosofica, Caltagirone, La nuova grafica C. Napoli,
1949. La necessità di esprimerci e la vita come linguaggio, Padova, CEDAM,
1953. Discorso immaginario del capo del governo di un'Italia immaginaria,
Caltagirone, Anonima Vita, 1955. Educazione e linguaggio, Roma, AVE, 1957.
Discorsetto di metafisica, 1959 Mio padre Adamo, Bologna, Cappelli, 1963. La
bistenta, Milano, Rizzoli, 1964. Diario di un metafisico, Roma, AVE, 1964.
America baccante, Torino, Borla, 1968. Caro buon Dio, Milano, Rusconi, 1970. La
casa del calendario, Milano, Massimo, 1976. Le vie della gioia, Alba, Paoline,
1977. Il giorno che fui Gesù, Milano, Famiglia Cristiana, 1977. L'orecchino del
filosofo, Padova, Messaggero, 1979. I segni dell'anima, Milano, Rusconi, 1981.
Sant'Antonio racconta, Brescia, Morcelliana, 1985. Preghiera di uno
stravagante, 1985. L'uomo di Argo, Cosenza, Pellegrini, 1986. Confidenze di
Barbara, Milano, Paoline, 1988. La danza del filosofo: rapsodia di varia
umanità, Treviso, Santi Quaranta, 1992. Lo zingaro di Sicilia: avventura di
vita e pensiero, Palermo, Novecento, 1993. Gli orecchini di Dio: l'assurdo tra
noi, Torino, SEI, 1996. Chiunque tu sia – Con Gesù a passo d'asino,
Caltagirone, Pegaso, 2005. Teatro Abelardo, Trapani, Celebes, 1969. Il dottor
Prometeo, Roma, il Caffè Letterario e Satirico, 1971. Garibaldi e i mille e
uno, Roma, Studi Cattolici, 1980. Mosè e il faraone, Roma, Studi Cattolici,
1973. Trionfo, passione e morte del Cavaliere della Mancia, Roma, S. Ventura,
1978. Pinocchio alla corte di Carlomagno , Roma, S. Ventura, 1978. Un cavallo
per sua maestà, Frascati, Tusculum, 1978. La locanda del Vangelo, Roma,
Paoline, 1978. Teatro con i pupi siciliani, Palermo, Cavallotto, 1980.
Raccoglie i seguenti testi: Trionfo, passione e morte del cavaliere della
Mancia Anfitrione Siculo Pinocchio alla corte di Carlomagno Mosè e il faraone
Le tentazioni di Gesù Garibaldi e i mille e uno Il paladino di Assisi L'arte
dei pupi: teatro popolare siciliano, Milano, Rusconi, 1983. Socrate baccante
(pubblicato con il titolo La danza del filosofo in La danza del filosofo:
rapsodia di varia umanità), Treviso, Santi Quaranta, 1992. Vangelo secondo
Satana (pubblicato in La danza del filosofo: rapsodia di varia umanità),
Treviso, Santi Quaranta, 1992. Processo ad Abelardo (pubblicato in La danza del
filosofo: rapsodia di varia umanità), Treviso, Santi Quaranta, 1992. La donna e
il lapsus (pubblicato in La danza del filosofo: rapsodia di varia umanità),
Treviso, Santi Quaranta, 1992. Altre opere di Fortunato Pasqualino dal
repertorio del Teatro di Pupi Siciliani dei Fratelli Pasqualino La spada di
Orlando Guerrin Meschino Pulcinella tra i saraceni Torquato Tasso cavalier di
penna e spada Il re di Gerusalemme Carlomagno in Italia Angelica tra i paladini
Federico II meraviglia del mondo Opere tradotte in altre lingue Mein Vater
Adam, Frankfurt a.M., S. Fischer, 1965. (traduzione tedesca di Mio padre Adamo)
Mein Vater Adam ; Der Widder auf den Wolken : zwei sizilianische Romane,
Frankfurt a.M., S. Fischer, 1965. (traduzione tedesca di Mio padre Adamo e La
bistenta) Min Fader Adam, Göteborg, Bokbuskqvist, 1974. (traduzione svedese di
Mio padre Adamo) Santo António: uma voz que ainda fala, São Paulo, Paulinas,
1980. The
little Jesus of Sicily, Fayetteville, Ark., University of Arkansas Press, 1999.
(traduzione inglese
curata da Louise Rozier de Il giorno che fui Gesù) Note ^ Premio Campiello:
Opere premiate nelle precedenti edizioni, su premiocampiello.org.. ^ Robert K.
Wilcox, The Truth About the Shroud of Turin: Solving the Mystery, Regnery
Gateway, 9 marzo 2010, pp. 61, 66, ISBN 978-1-59698-600-8. ^ Pier Giuseppe Accornero, La
Sindone: storia, attualità, mistero, Paoline, 2000, p. 48, ISBN
978-88-315-1990-8. Bibliografia Sezione vuota Questa sezione sull'argomento
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Pasqualino Collegamenti esterni Vincenzo Caporale, PASQUALINO, Fortunato, in
Dizionario biografico degli italiani, vol. 81, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 2014. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Fortunato Pasqualino, su
Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Fortunato Pasqualino,
su IMDb, IMDb.com. Modifica su Wikidata Pagina dell'autore su Santi Quaranta,
su santiquaranta.com. URL consultato il 3 gennaio 2012 (archiviato dall'url
originale il 19 aprile 2012). Un libro dimenticato: 'Mio padre Adamo' di
Fortunato Pasqualino di Alfredo Ronci, nel sito "Il paradiso degli orchi.
Rivista di letteratura contemporanea" V · D · M Vincitori del Premio
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Filosofia Portale Teatro Categorie: Scrittori italiani del XX secoloScrittori
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secoloNati nel 1923Morti nel 2008Nati l'8 novembreMorti il 14 settembreNati a
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secoloConduttori radiofonici italianiSaggisti italiani del XX secoloSaggisti
italiani del XXI secoloVincitori del Premio Flaiano di teatro[altre]
Luigi Speranza -- Grice e Pasqualotto:
la ragione conversazionale del trasmettitore/ricevitore – l’implicatura
conversazionale – la scuola di Vicenza -- filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Vicenza). Filosofo italiano. Vicenza, Veneto. Grice: “I like
Pasqualotto; for one, he predates Oxonians in the ‘teoria dell’informazione’!”
– Grice: “I never took ‘information’ as seriously as Pasqualotto does – I do
compare information with money, and refer to the stupidity of ‘false’
information – “”False’ information is no information.”” – But Pasqualotto
attempts to reconstruct a ‘teoria,’ a ‘teoria dell’informazione,’ i. e.
complete with a model that has room for the implicaturum, i.e. any x such that
by a mittente ‘sending’ a message, he may ex-plicate such-and-such and
im-plicate so-and-so.””. Frequenta
il Pigafetta di Vicenza, dove ha come maestro FAGGIN (si veda). Sotto la guida
di FORMAGGIO (si veda), si laurea in filosofia a Padova, con una tesi sull'estetica
tecnologica di BENSE. Diventa amico di Brandalise, Cacciari, Curi, e Duso, ed è
maestro nel suo stesso liceo vicentino, dove conosce Volpi. Collabora
attivamente ad alcune importanti riviste di filosofia come Angelus
Novus, Contropiano, Il Centauro. È professore a Venezia; a 'Padova; è
stato co-fondatore dell'Associazione “Maitreya” di Venezia. Contribuito alla
nascita della rivista “Marco Polo, rivista di filosofia orientale” -- e comparata “Simplègadi” è stato tra i
promotori del Master in Studi Interculturali a Padova, presso il quale ha
insegnato Filosofia delle Culture. Direttore scientifico della Scuola Superiore
di Filosofia orientale e comparativa di Rimini. Contributo teorico Nel saggio
Dall'estetica tecnologica all'estetica interculturale, P. descrive la sua
avventura intellettuale e insieme l'evoluzione del suo pensiero. In una prima
fase si è formato all'estetica analitica e alla filosofia analitica del
linguaggio, ma ha rilevato il loro limitato significato formale. In una seconda
fase, si è rivolto al pensiero critico di Adorno e della Scuola di Francoforte,
e in questo caso ha valutato che la conclusione alla quale essi giungevano, era
la morte per utopia dell’estetica. In una terza fase si è rivolto al pensiero
di Nietzsche, tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta;
Nietzsche nella Nascita della tragedia, considera Apollo e Dioniso come due
istinti complementari, tanto da consentire di poter riuscire a «vedere la
scienza con l’ottica dell’artista e l’arte con quella della vita»’, e a dare
importanza alla saggezza del corpo. Ma quello Nietzscheano gli sembrò solo un
tentativo eroico di coniugare filosofia e vita, che alla fine si rivela
solo come uno straordinario tentativo di scrittura sulla vita. Un'insoddisfazione
di fondo per gli esiti del pensiero occidentale, e la ricerca continua di nuove
possibilità per il pensiero, lo hanno portato ad approfondire lo studioiniziato
già in anni giovanilidi tradizioni di pensiero esterne a quella occidentale. Il
buddhismo, in particolare, ha costituito un terreno ampio di indagine e di
confronto con diversi temi o autori della cultura europea; ma anche il pensiero
taoista e l'esperienza della filosofia indiana hanno rappresentato nel corso
degli anni un importante ambito di riflessione. Infatti, in un'ulteriore quarta
fase del suo viaggio intellettuale, P. si è rivolto all’estetica orientale come
meditazione, ovvero come cammino comune verso un possibile superamento della
scissione tra esperienza e riflessione. In una quinta fase, P. si è avvicinato
all’estetica di Garroni come uso critico del pensiero, quale comprensione
dell’esperienza in genere all’interno dell’esperienza: in un certo senso,
quindi, l’estetica andava coincidendo con la filosofia. Valutando la
riflessione di Garroni prossima a quella orientale, P. arriva a considerare
l'importanza della 'meditazione' e del 'vuoto mentale’, in base ai quali, come
l’assenza di pensiero non può essere pensata senza idee, così non si possono
pensare idee senza pensiero, come era stato già pensato da Dogen. Nella sua
sesta ed ultima fase, guarda l’estetica
con gli occhi della filosofia come comparazione e della filosofia
interculturale, quindi come un ampliamento dell’orizzonte particolare
dell’estetica verso una riflessione generale sui problemi cruciali
dell’esistenza. P., infatti, è stato il primo pensatore italiano a elaborare la
valenza teoretica di una filosofia come comparazione, teorizzata con rigore in FILOSOFIA
come comparazione, distinguendola da un mero esercizio comparativo di pensieri
appartenenti ad ambiti geo-filosofici differenti. Il suo pensiero ha trovato
echi e possibilità di dialogo con filosofi italiani, come Cacciatore, Cognetti, Leghissa, e stranieri come
Fornet-Betancourt, Kimmerle, Jullien, Mall, Ohashi, Panikkar, Stenger, Wimmer. Duemila ha contribuito
all'introduzione in Italia della filosofia di Marco Polo sull’Oriente a
cominciare dall'importante opera di Nishida L’io e il tu, e poi con gli
altrettanto importanti Uno studio sul bene e Problemi fondamentali della
filosofia, accompagnati sempre da un saggio interpretativo che è rimasto
sostanzialmente invariato nel corso degli anni. Parallelamente ad altri autori,
si è misurato dai primi anni Duemila con il tentativo di delineare temi e
metodi per una filosofia interculturale che costituisce il campo di maggior
impegno e interesse della sua ricerca, congiuntamente a una riflessione
estetica sulle forme dell'arte dell'Asia orientale. Riassumendo gl’elementi
chiave del pensiero di P., potremmo individuare due componenti fondamentali: il
concetto d’rmenuetica interminabile e quello di Dialogo interculturale Il
concetto d’Ermenuetica interminabile prevede come elementi: 1. il pensiero come
'comparazione originaria'; 2. il sapere come 'ambito problematico sempre
aperto', rispetto al quale non si dà mai una verità stabile, ma sempre
problematica, inscritta cioè in un processo inesauribile di ricerca; 3. il
concetto di 'impermanenza' (mutuata dal concetto buddhista di 'anatta') come
struttura relazionale di tutto ciò che è, in base alla quale tutto ciò che è, è
un ‘nodo’ di relazioni in continua trasformazione ed evoluzione processuale. Il
concetto di Dialogo interculturale prevede come elementi: 1. la 'meditazione'
come ‘vuoto mentale’ e ‘consapevolezza’mindfulnessdel senso critico del
pensiero radicato nel presente; 2. l'apertura conseguente alla compresenza
degli elementi precedentidell’orizzonte di una riflessione generale sui
problemi cruciali dell’esistenza, orizzonte tipico della filosofia
interculturale. P. precisa chiaramente la specifica forma di rapporto
comparativo che viene attivato nell'orizzonte della filosofia interculturale,
rapporto detto 'a tre variabili interdipendenti. L’orizzonte di una filosofia
interculturale dovrebbe invece tendere a porsi come linea immaginaria di uno
spazio illimitato pronto ad ospitare quelle specifiche pratiche interculturali
che sono gli esercizi in atto di filosofia in quanto comparazione. Per evitare
le conseguenze contraddittorie a cui conducono sia le prospettive
multiculturali, sia le utopie universaliste, è necessario precisare la natura e
la funzione della specifica forma di rapporto che si viene ad attivare
nell’orizzonte della filosofia interculturale. La modalità di tale rapporto può
essere definita 'a tre variabili interdipendenti': due sono costituite da
pensieri o ambiti di pensieri tra loro diversi, e la terza è costituita da un
soggetto (individuale o culturale) che li pone a confronto. L’essenziale di
questa modalità di rapporto è che nessuna delle tre variabili sussiste
autonomamente, prima, dopo o a parte rispetto alle altre due: in particolare, è
importante evidenziare che il soggetto risulta sempre e necessariamente
implicato nella pratica della comparazione, al punto che tale pratica lo forma
e lo trasforma: il suo sguardo è ‘impuro’ fin dall’inizio, perché fin
dall’inizio viene condizionato e prodotto da una serievirtualmente
infinitadi osservazioni comparative. Fra i temi affrontati più di frequente
dalla sua riflessione ricordiamo: 1. il tema dell’identità, in base al quale
essa non è alcunché di rigido e identitario, ma poiché l’essente è nodo di
relazioni, l’identità si dà come intreccio di infinite relazioni, ovvero come
compresa in una sua problematica autonomia; il soggetto che, in quanto
costitutivamente interessato da molteplici relazioni, nel suo ricercare il
senso del realtà del mondo, non è un osservatore disincarnato e disinteressato,
o imparziale, ma è compreso nel rilevamento di quel senso nella trasformazione
di sé e della realtà; il corpo, in base al quale esso è la mente e, insieme, la
condizione prima della conoscibilità del mondo; in questo senso il tragitto di
P. ha sicure relazioni al tema odierno della ‘cognizione incorporata’ e della
Filosofia del corpo; il concetto di ‘processo’, in base al quale la realtà è un
insieme di processi: ciò che è, in quanto 'nodo' potenzialmente infinito di
relazioni, diviene processualmente, concezione che deriva direttamente dalle
filosofie orientali, in particolare dal buddhismo; l’illuminismo in base al
quale i limiti della ragione possono venir posti soltanto dalla ragione stessa,
come era stato già perfettamente considerato dalla Dialettica dell'illuminismo;
l tema delle pratiche filosofiche e della pratica artigianale; il tema dei diritti umani che non è solo un
tema accessorio rispetto al suo pensiero; su questo versante pare giocarsi una
partita più grande, che, ai temi della ‘libertà condizionata', della natura
dell’individuo e del fenomeno della globalizzazione unisce una profonda preoccupazione per i
destini dell’umanità. A tal proposito pare essere abbastanza pessimista, un
pessimismo attivo non passivo. Egli dice, infatti, nella premessa alla nuova
edizione del Tao della filosofia, queste precise parole. È da osservare
tuttavia che le tematiche della filosofia comparata, della filosofia come
comparazione e della filosofia interculturale non hanno avuto e continuano a
non avere risonanze significative all’interno del dibattito filosofico
nazionale e internazionale. Le ragioni di questa scarsa ricaduta sono
molteplici e di varia natura. Forse vi sono alla base difficoltà intrinseche ai
modi in cui tali tematiche sono state formulate e proposte; ma è anche da dire,
a tale proposito, che finora non vi è stata alcuna proposta critica che abbia
messo in luce tali ipotetiche difficoltà. È da ritenere, allora, che le ragioni
di questa debolissima risonanza siano, almeno in parte ma in primo luogo, da
far risalire alle rigidità delle discipline accademiche che mal sopportano non
solo le contaminazioni interdisciplinari ed interculturali, ma anche i semplici
ponti che tentano di mettere in comunicazione diverse discipline, culture e
civiltà. In secondo luogoma, dovremmo dire, ad un secondo, più basso, livellosi
dovrebbero tener presenti le ragioni o, meglio, i ‘sentimenti’ che hanno a che
fare più da vicino con germi xenofobi mai estinti, con residui di
fondamentalismi religiosi e con rigurgiti di tipo razzista che infestano non
solo l’Italia e non solo l’Europa. Ci sembra, anzi, che le tendenze che
germinano da tali poltiglie psicologiche e ideologiche si stiano facendo sempre
più invadenti ed arroganti. Questa riedizione del Tao della filosofia può forse
costituire un frammento ancora utile a tenere aperta qualche piccola fessura di
luce in un orizzonte culturale che, nonostante le aperture imposte dalla
globalizzazione, si fa sempre più stretto e più cupo. Al fondo delle intenzioni
di P., c’è un atteggiamento ecologico e agnostico,fino addirittura a concepire
la possibilità dell’essere ‘apolide’ -, e consapevoleuna consapevolezza nel
senso di mindfulnessnei confronti della natura della mente e della psicologia
umane, al punto che, alla disillusione per la possibilità di integrazione nella
vita psicologica occidentale delle pratiche meditative orientali, si unisce la
preoccupazione e l’impegno sociale e politico, forse considerando la
marginalità dell’intellettuale nelle grandi vicende della contemporaneità, ma
insieme sempre anche con un’apertura di orizzonte per una riflessione generale
sui problemi cruciali dell’esistenza. Saggi: “Avanguardia, tecnologia ed estetica
(Roma, Officina); “Teoria come utopia” (Verona, Bertani); “Storia e critica
dell'ideologia, Padova, CLEUP, Oltre l'ideologia: «Il Federalista», Roma, Ist.
dell'Enciclopedia Italiana); “Pensiero negativo e civiltà borghese, Napoli,
Guida, Saggi di critica, Padova, CLEUP, Saggi su Nietzsche, Milano, Angeli, Il
Tao della filosofia. Corrispondenze tra pensieri d'Oriente e d'Occidente, Parma,
Pratiche, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente,
Venezia, Marsilio, Illuminismo e
illuminazione: la ragione occidentale e gli insegnamenti del Buddha, Roma,
Donzelli, Yohaku: forme di ascesi nell'esperienza estetica orientale, Padova,
Esedra, East et West. Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, Il
Buddhismo: i sentieri di una religione millenaria, Milano, Bruno Mondadori, Figure
di pensiero. Opere e simboli nelle culture d'Oriente, Venezia, Marsilio); Oltre
la filosofia, percorsi di saggezza tra oriente e occidente, Vicenza, Colla;
Dieci lezioni sul buddhismo, Venezia, Marsilio, Per una filosofia inter-culturale,
Milano, Mimesis, Taccuino giapponese, Udine, Forum, Tra Occidente ed Oriente: interviste
sull'intercultura ed il pensiero orientale (Pretto), Milano, Mimesis; Filosofia
e globalizzazione, Milano, Mimesis, Alfabeto filosofico, Venezia, Marsilio); “Dall’estetica
tecnologica all’estetica interculturale, in Studi di estetica, Filosofia come
comparazione in Simplègadi. Percorsi del pensiero tra Occidente e Oriente, Padova,
Esedra). Cfr. Davis, Bret W.,.) Kitaro, L’io e il tu, Andolfato, Padova,
Unipress, Nishida: dialettica e Buddhismo, Postfazione, Kitaro, Uno studio sul bene, Fongaro, Torino,
Boringhieri, Kitaro, Problemi fondamentali della filosofia: conferenze per la
Società filosofica di Shinano, Fongaro (Venezia, Marsilio); Buddhismo e
dialettica. Introduzione al pensiero di Nishida, Per una filosofia
interculturale, Milano, Mimesis, Tra Oriente e Occidente. Interviste
sull’intercultura ed il pensiero orientale, Pretto, Milano, Mimesis, Nietzsche o dell'ermeneutica interminabile, in,
Crucialità del tempo, Napoli, Liguori, Saggi su Nietzsche, Milano, Angeli, Intercultura
e globalizzazione, in, Incontri di sguardi. Saperi e pratiche
dell’intercultura, Miltenburg, Padova, Unipress, Per una filosofia interculturale,
Milano, Mimesis, Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle
culture d'Oriente, Venezia, Marsilio, Dalla prospettiva della filosofia
comparata all’orizzonte della filosofia interculturale, Simplègadi, East et West,
Venezia, Marsilio. Interessante può essere, sotto questo aspetto, il confronto
con il pensiero di E. Morin, nel suo La testa ben fatta” (Milano, Cortina, La riforma di pensiero, Alfabeto filosofico,
Venezia, Marsilio, voce Corpo. Illuminismo e illuminazione, Roma, Donzelli); Saggezze
d'Oriente e d'Occidente come forme di vita, n Id., Oltre la filosofia, Vicenza,
Colla, Interessante può essere, sotto questo aspetto, il confronto con il
pensiero di Sennet, nel suo L’uomo artigiano, Milano, Feltrinelli, Diritti umani e valori in Asia, Studia
Patavina, Alfabeto filosofico, Venezia, Marsilio,, voce Libertà. Filosofia e
globalizzazione, Milano, Mimesis, Il tao della filosofia, Milano, Luni,
Premessa. I termini 'ecologico' e
'agnostico' non sono propri dei supo testi ma depositati nel suo insegnamento
'orale', nonché derivabile da una semplice riflessione sulle finalità e
conseguenze della sua impostazione teorica Santangelo, recensione a Estetica
del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente Revue Bibliographique de
Sinologie, Ghilardi, Magno, Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente. in onore,
Milano-Udine, Mimesis, Fongaro,
Ghilardi, Filosofia come Pratica. A partire da Il Tao della Filosofia, in Simplegadi,
Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente, Ghilardi, Magno, Mimesis, Crisma,
Dao, ossia cammino. Note in margine al percorso di riflessione di in Simplegadi,
Sentieri di mezzo tra Occidente e Oriente, Ghilardi, Magno, Mimesis, Bergonzi,
Comparatismi e dialogo interculturale fra filosofia occidentale e pensiero
indiano, in Comparatismi e filosofia, Donzelli, Napoli, Liguori, Marramao,
Pensare Babele. L'universale, il multiplo, la differenza, in Iride, Pagano, Un
contributo ermeneutico per la filosofia interculturale, in Lo Sguardo: rivista
di filosofia, Ghilardi, Magno, La filosofia e l'altrove: Festschrift,
Milano-Udine, Mimesis, Yusa, Michiko, Porta, recensione ad Alfabeto Filosofico,
Daodejing, Mandukya Upanishad, Mimesis
Festival: Che cos’è la filosofia? d Schopenhauer tra Oriente e Occidente, di G.
Pensiero buddhista e filosofie occidentali, Panikkar e la questione dei diritti
umani, La compassione intelligente nella tradizione buddhista, Nirvana e
Samsara, Covid-19 e Libertà. Anteprima di Illuminismo e Illuminazione, Anteprima
di Per una filosofia interculturale, Anteprima di Taccuino. Anteprima di
Alfabeto Filosofico, Anteprima di Dieci
Lezioni sul Buddhismo, Materiali su Interculturalità e Oriente, Materiali su Interculturalità
e Oriente. Giangiorgio Pasqualotto. Pasqualotto. Keywords: Marco Polo. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Pasqualotto” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Pastore: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia della dia-lettica
romana di Varrone a Peano – la scuola di Torino -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Orbassano). Filosofo italiano. Orbassano, Torino, Piemonte. Grice:
“A proto-Griceian.” Grice: “Pastore divides logicians by nationality, and he
has a few for Italians; he does not distinguish between Welsh Russell and
English Boole, though!” Grice: “Pastore has an excellent section on the
‘alleged’ imperfections of ordinary language, to which I refer to in my
reference to the common place in philosophical logic.” Grice: “Pastore lists
six imperfections of ordinary language, for which he notes how confusing the
allegations are.” “He ends by noting the moral of the formalist: “not
everything that is explicated is implicated, and not everything that is
implicated is explicated!” – Grice: “The Italian philosophers he mentions make
an interesting list.” Grice: “He has an earlier paragraph on “Roman logic,”
which is charming.” Laureato
a Torino con GRAF ed ERCOLE (si veda), è insegnante di liceo e ottenne una
cattedra a Torino. Fonda e dirigge il laboratorio di logica sperimentale a Torino.
Collaboratore della Rivista di filosofia.
I suoi manoscritti sono conservati nell'accademia toscana di scienze e
lettere La Colombaria di Firenze. La salma del filosofo riposa nel cimitero di
Bruino. Saggi: “La logica formale dedotta dalla meccanicia”; “Scienza”
“Sillogismo e proporzione,” “Dell'essere e del conoscere,” “Il pensiero puro,”
“Causa ed esperienza”; “Solipsismo,” “Potenzia
logica” “Logica sperimentale,”” L'acrisia di Kant” “La filosofia di Lenin”; “La
volontà dell'assurdo. Storia e crisi dell'esistenzialismo” (Logicalia, Dioniso,
“Introduzione alla metafisica della poesia,” Bazzani, Carte. Fondo
dell'Accademia La Colombaria” (Firenze, Olschki); Castellana, “Razionalismi
senza dogmi. Per una epistemologia della fisica-matematica” (Mannelli, Rubbettino);
Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia, Selvaggi, Un
filosofo triste: P. in Scienza e metodologia. Saggi di epistemologia, Roma,
Gregoriana). “È notissima la storia della logica nell’antica Roma, in cui assai
per tempo viene a prevalere la teoria catechistica, sviluppata negl’innumerevoli
manuali di logica ad uso delle scuole, mutuanti l’insegnamento dalli saggi di VARRONE,
di CICERONE, di Aulo GELIO, e di Quintiliano. Questo indirizzo comprende
altresi i saggi di Vittorino, di VEGEZIO (si veda), e si spinge fine a quelle
imporntantissimei di BOEZIO (si veda) e di Cassiodoro che riduceno la logica
all’uso d’una TABULA LOGICA o combinazione di concetti secondo le regole della
silogistica. BOEZIO, “Introductio ad categehoricos syllogismos”; “de syllogismo
categorico-hypothetico,” “de divvisione”, “de definitione”, Cassiodoro
(Venezia). In tutta quanta la scolastica la sillogistica di BOEZIO è ripresa ed
applicata con sottilissimo svolgimento. Comincia, a vero dire, per essere
incompletamente conosciuta. Si complete con LOMBARDO. Quindi fa decisamente il
suo ingresso nell’occidente per opera di AQUINO, ABANO, e COLONNA – Summa
theologica, cfr. BRUNO, “de specierum scrutinio”; de lampade combinatoria
lulliana, de progresso et lampade venatoria legocorum. S’istende la
lussureggiante vegetazione dei “terministi”, fra i quali appena è il caso dei
ricordare il nostro Paolo NICCOLINI (si veda) Veneto, TARTARETO, e NIGRI. Per
onore della filosofia, voglio dire che, in mezzo a tanta zavorra, i pensamenti
originali sono molto più numerosi ed important di quanto non si creda comunemente.
NIZOLIO, Pauli Veneti, “Logia parva”, tractatus summlarum (Venezia). Le loro
relazione possibili con le varie posizioni di certi dischetti girevoli atorno
un centro comune, sovrapposit l’uno all’altro, sui quali sono segnai i concetti
fundamentale. Questo tentativo di BRUNO (si veda) contiene in gemre tutta la
teoria della quantifiicatione del predicato e la teoria della logica
sperimentale. In seguito ai mie personali ricerche compiute nella biblioteva
comunate di Noto (Siracusa) la priorità della dottrina della quantificazione
del predicato si deve attributire al sottilissimo casista CARAMUEL (si veda),
che l’espose nella sua “Grammatica audax”. Zvsdilio, zinytofuvyio in stidyyrlid
lohivsm, ztoms. FACCIOLATI, Logia protehroai, rudimenta di Logica, TIZIO, Arte
di pensare. PEANO, Calcolo geometrico secondo l’ausdehnungslehre di Grassmann
preceduto dale operazione della logica deduttiva (Torino), arithmetica,
principia, nova method exposita, I principi di geometrica logicamente esposti
(Torino, Bocca); elementi di calcolo geometrico, principi di logica matematica
R d M, formule di logica matematica, sul concetto di numero, sui fondamenti della
geomentria, saggio di calcolo geometrico, studi di logica matematica, NAGYj,
Fondamenti del calcolo logico, Napolo, sulla rappresentazione grafica della
quantità logica, Lencei, lo stato attuale ed i progressi della logica, rivista
italiana di filosofia, I principi di logica esposti secondo le dottrine moderna
(Torino, Leoscher), I teoremi funzionali nel calcolo logico (Rivista di
matematica); La logica matematica e il calcolo logico (Rivista Italiana di Filosofia,
Roma), I primi dati della logica (Roma), Sulla definizione e il compito della
logica (Roma, Balbi), Alcuini teoremi intorno alle funzione logiche (Rivista di
Matematica), BURALI-FORTI, Logica matematica (Milano); Sui simboli di logica
matemaitca (Il Pitagora), Vacca, Vailati, Padoa, Pieri, Castellano,
Ciamberlini, Giudice, Nota di Logica matematica (Rivista di Matematica),
Vailati, un teorema di logica matematca (Rivista di Matematica), sul carattere della
logica: il sviluppo della logica formale (Rivista di filosofia), Vacca, “Sui
precursori della logica matematica” (Rivista di Matematica), Bettazzi, Chini,
Boggio, Ramorni, e Nasso. Tutti i logici italiani apparengono alla scuola di PEANO
(si vedùa), al qualse si deve la logica matematica o pura. In essa
introduzione, Peano, esposti lucidamente gli studio, dimostra l’identità del
calùcolo sulle classi, col calcolo sulle proposizioni. La sua opera contiene la
teoria dei numeri interi completamente riditta in formole facendo ricorso ad un
limitatissimo numero d’idee logiche Peano espresso coi simboli: e, > = + V ~ A. – sette simboli. Di qui trae origine
la sua ideo-grafia in cui ogni idea è rappresentata con un segno, e il su
strumento analitico anda perfezionandosi rapidamente. Arrichitta di numerose
indicazioni storiche per la collaborazioni di valenti seguazi, procede alacremente,
raccogliendo e trattando completamente in simboli tutte le proposizioni della
matematica. L’importanza filosofica di questo movimento iniziato da Peano non e
ancora stata apprezzatta convenientemente da ogni filosofo, ma i saggi di Peano
cominciano solo ORA a richiamare sola di se l’attenzione dei filosofi. Il
ritardo filosofico e tanto più strano quanto più chiara è la filiazione
filosofica di questa ideo-grafia. Peano stesso non cessa mai di far notare che
la sua ideo-grafia è casata su teoremi di logica. Ma se con definizione
opportune, si pote riddure le idee di logica anche si incontrano in molte parti
della matematica ad un numero sempre più piccolo d’idee primitive, attualmente
ancorsa si desidera una riduzione analogia di tutte le idee di logica ache si
incontrano nella LOGICA PURA. Questa riduzione presenta in vero seriissime
difficoltà ed e più facile il riconocere quante e quai siano le idea primitive
in aritmetica e in geo-metria che in logica. Continuando le richerche mi
convene supporre consosciuto tento di portare un contribute alla soluzione del
problema suddetto. Annibale Pastore.
Pastore. Keywords: implicature, logica meccanica, acrisia. Meccanica rama della
fisica. Refs: Luigi Speranza, “Grice e
Pastore,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice.
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