GRICE ITALO A-Z P PAG

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Paganini: l’implicatura conversazionale di Roma – il Virgilio di Firenze – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucca). Filosofo toscano. Filosofo italiano. Grice: “Paganin must be the only Italian philosopher who reads La Divina Commedia philosophically!” -- Grice: “Strawson never read Paganini’s ‘cosmological’ tract on ‘spazio’ but he should, obsessed as he was with spatio-temporal continuity. Grice: “I’ll never forget Shropshire’s proof of the immortality of the human soul – He told me he basically drew it from an obscure tract by Paganini, as inspired by the death of Patroclus – Paganini’s tract actually features one of my pet words. He speaks of the ‘domma’ of the ‘immotalita dell’anima umana’ – Brilliant!” -- essential Italian philosopher.Lucca stava passando dalla reggenza austriaca seguita al collasso napoleonico al diventare capitale del borbonico Ducato di Lucca. Compì l'intero corso dei suoi studi a Lucca, dedicandosi, fin dai tempi delle scuole secondarie, alla filosofia. Insegnò filosofia negli istituti secondari lucchesi. Prtecipò alla prima guerra d'indipendenza. Dopo la fine della guerra, col l'annessione del Ducato di Lucca da parte del Granducato di Toscana fu nominato docente nell'ateneo lucchese. In questo ufficio fu difensore della dottrina rosminiana e nonostante venisse sorvegliato dalla polizia il governo decise poi di offrirgli una cattedra a Pisa a seguito dei buoni uffici di Rosso. Gli ultimi anni della sua vita furono rattristati da due avvenimenti; la espulsione dai seminari ecclesiastici di discepoli a lui carissimi, perché rei di professare le dottrine del Rosmini e la condanna di certe proposizioni tolte ad arbitrio e senza critica dalle molte opere del filosofo di Rovereto. Muore a Pisa. Annuario della R. Pisa per l’anno accademico. sba. unipi/it/ risorse / archivio fotografico/ persone- in- archivio/ paganini- carlo-pagano Opere. COLLEZIONE DI OPUSCOLI DANTESCHI INEDITI O RARI DA PASSERINI CITTA DI CASTELLO S. LAPI CmOSE i IUHI flSOFICI DELIiA DIVINA COMMEDIA RACCOLTE E RISTAMPATE DI FRANCIOSI CITTÀ DI CASTELLO S. LAPI RICORDATO DA UN SUO DISCEPOLO. In la mente m'è fitta, od or m'accora, la cara e buona imagine paterna di voi, quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l'uom s'eterna. In. P., ell'aspetto e nell'animo, e come uomo venuto da secoli lontani. Io vedo specchiata nella mia mente, che spesso lo ripensa con riverente affezione di alunno, la sua testa di bellezza antica. Fronte larga e pensosa, naso aquilino, barba e capelli nerissimi, labbra sottili e poco pronte al sorriso, quando socchiudeva gl’occhi e china il capo meditando, era in lui somiglianza più che fraterna col San Paolo della Cecilia raffaellesca; ma, nell'atto di alzare lo sguardo e la mano verso gl’alunni suoi, sillogizzando, e rammenta piuttosto il LIZIO della Bettola d’Atene. Rado e lento al parlare per abito di raccoglimento e per difficoltà di respiro, sopravvenu agli nel colmodella virilità, persuade. La parola viva, stillando quasi dalla forte compagine della sua parola pensata o dell’interna stampa, cade addentro negl’animi anche men disposti a riceverla, come la goccia, stillante giù dalla roccia, a poco a poco scolpisce orma profonda nel sasso sottostante. Natura di pensatore disdegnoso e chiuso in sé, pochi lo intesero e pochissimi lo pregiarono secondoverità. Cittadino prode, vagheggiò, lontano dal volgo, un'idea nobilissima di paese sincero, di popolo giusto e sano. Educatore potente, ma non ricco di propria virtù creativa, commenta dalla cattedra, come forse niun altro sa a'nostri tempi, l'alta dottrina di SERBATI; benché non possede l’attitudini del divulgatore: reca luce nuova, avviva la forza visiva, ma nella mente di pochi. Asceta del pensiero, un po'per indole e un po'per fiera volontà d'espiazione, esercitato in severe continenze e astinenze di fantasia e di spirito, non ha le geniali divinazioni dell'estro; né quel lampeggiare improvviso di parola ispirata, in che s'aprono o s'intravedono lontananze ideali, com'appunto in chiarore di lampo lontananze di mare e di cielo. La sua prosa, nell'antica e salda semplicità dell'espressione, rammenterebbe la linea degl’edifici ROMANI, se il pensiero non vi apparisse talora frastagliato in minute analisi, in distinzioni sottili, che tengono della scolastica medievale. Tempra di filosofo, mente austera e teosofica. P. nel Poema sacro vide il tempio, ove l'arte umana, ispirata dalla fede, fa sentire l'Ineffabile. Questo egli principalmente dimostra, pur rendendo onore all'ingegno sovrano del Poeta, nel discorso La teologia d’ALIGHIERI; discorso, che qui non si dà, perchè fa parte di volume troppo noto. Ma de' suoi forti studi danteschi fanno, credo, miglior fede le chiose, che qui si danno raccolte e ordinate; dove, cercando, con occhio chiaro e con affetto puro, dentro al fantasma poetico l'occulto e il divino, P. riuscì ad avvertire pella prima volta o a far meglio palesi germi preziosi di verità filosofiche. Cosi nelle permutazioni della Fortuna (Inf.) addita i ricorsi vichiani; e nel sillogismo delle vecchie e delle nuove cuoja (Pa- [ALIGHIERI, Firenze, Cellini] Ordinate per ragione di tempo. Soggiungo che questa ristampa e condotta con amoi'e di sincerità anco nelle minime cose. Ho caro che Casini, già mio discepolo a Modena, abbia rammentato tre volte (Inf.; Purg.), sia pure inconsapevolmente, il maestro del maestro suo; e una di queste tre volte (Purg.) offerto a'letttri della sua diligente esposizione del Poema la stillata sostanza di chiosa paganiniana. Scartazzini, commentando la terza Cantica, cita P. due volte, mala seconda volta, dopo averlo citato, se ne discosta senza dir perchè; e noi Commento all'Inferno attribuisce a me, certo per errore di trascrizione, ciò, che P. argomenta sull’apodosi della comparazione dantesca tra gli splendori del mondo e quelli de'cieli. 8 rad, il sillogismo della stona, che sì bene armonizza col sillogismo del cosmo e col sillogismo della trinità divina; cioè le tre grandi età della Preparazione a Cristo, àBÌV Avvento di Cristo e della Santificazione in Cristo. Cosi nettamente distinse, restringendolo alla creatura uomo, l'amore naturale da quello animo; dichiara da maestro il verso: Averroè, che il gran commento feo„ ; segna il giusto valore della frase uomo non sa„ là, dove si tocca dell'origine dell'idee, e dimostra da par suo che cosa valga nella lingua degli scolastici subietto degl’elementi. Le note dichiarative non fanno una grinza: quanto all’altre, io già ne apersi, o diedi a divedere, l'animo mio nel Libro delle Ragioni. Ma, pur dissentendo in parte, riconosco Perez, in una sua lettera a P., scrive: Intendo assai bene la verità e la bellezza di que'tre sillogismi della Storia, della Cosmologia, della Teologia; armonia del creato e dell'increato, che non vidi mai annunziata in forma somigliante Lettera di Perez a P. Nozze Perez-Fochessati, Verona, Franchini. Tommaseo si dice lieto d'esser corretto da P., ch'egli giudica uno de'più idonei a scrutare l’intenzioni, le dottrine, l’origini del verso dantesco; nobilmente confessa d'avere errato, restringendo ai corpi l’amor naturale, ma insieme consiglia P. di non restringere quest'amore, ch'è l’arco fatale nell'inno dell'ordine (Parad.), entro i confini della creatura intelligente. Nuovi studi su ALIGHIERI, Torino. Giuliani in una postilla marginale che Poletto riferisce – DIZIONARIO D’ALIGHIERI --, volle far suo, credo, il pensiero di P. Nuova raccolta di scritti danteschi, Parma, Ferrari e P., volentieri che tutte queste chiose dantesche, come i lavori più gravi Saggio cosmologico sullo spazio e delle più riposte armonie tra la filosofìa naturale e la soprannaturale, sono bellissimo documento d'intelligenza acuta e serena, d'abito di ragionare diritto e spedito, di chiarezza viva di scienza convertita, per lunga meditazione, in nutrimento del pensiero, in forza operosa dello spirito. Se non che la maggiore e miglior parte dell'uomo, secondo me, non si palesò negli scritti e nemmeno nell'atto dell'insegnare dalla cattedra; si nel conversare casalingo e nel costume. Tra le ricordanze della mia vita di scolaro sempre mi sarà carissima quella delle veglie passate a Pisa in casa P.: dove, spogliata la toga del professore, l'uomo appariva in tutta la sua grande bontà d'intelletto e di cuore, e il maestro ci si muta in consigliere, in amico, in fratello. Quante dispute gentili; quanto fervore e quanta allegrezza, nella serenità del confidente colloquio, di pensieri e d’affetti, sempre accesi nel piacere del vero! Io penso che la sua natura d’educatore per eccellenza ben si palesasse allora. Chi lo conobbe solo tra le pareti della scuola dove averlo in riverenza, ma forse non lo ama; chi lo conobbe in casa, dove Pisa, Nistri Annali dell’università toscane. Pisa, Nistri, amarlo come padre. Semplicissimo in ogni manifestazione del suo spirito, P. pur serba costante dignità e non cercata eleganza di veste, di portamento, di gesto e di parola. Quando lavora nel suo caro orticello, spampinando la pèrgola, potando qualche pianta o zappettando con fretta allegra, porta zoccoli alla contadinesca, rimbocca fino al gomito le maniche della camicia e, se la stagione lo consente, sta contento a sommo il petto, come quel del Nerli, a la, pelle scoverta: chi l’avesse veduto di lontano, poteva scambiarlo con un forte, lindo e sollecito massaio delle campagne toscane; ma da vicino, anche nell'umile esercizio dell'ortolano, ciascuno avrebbe notato quell'aura, che si diffonde nel volto e nella persona da regale nobiltà di pensiero. Uscendo dall'orticello, lascia gli zoccoli, indossa una veste giornaliera, ma (direbbe un antico) onesta, ed entrato nel suo studinolo, ripiglia con alacrità nuova il lavoro intellettuale per qualche ora interrotto. Amico di solitudine, mesto e pensoso pello piìi, terribile negl'impeti dell'ira, ebbe grande gentilezza di cuore, accorgimenti di bontà materna. Innamoratissimo de'giovani e de'fanciulli, in mezzo a loro si trasmuta come per incanto: sorride amabilmente e amabilmente parla, temprando per affetto la sua gagliardissima voce a modulazioni soavi; e l'occhio, spesso pieno d'ombra sotto le folte sopracciglia aggrottate, s’aifissa, tutto schiarato, in quei visi ridenti e lampeggia d'amore. Educatore di sé in gran parte, fidente nella virtù del volere, sa insegnare a quelli che l’avvicinano, il proposito e l'arte di migliorare il proprio spirito. Io, mi gode l'animo d'aver qui l'occasione di confessarlo, riconosco intero da lui il principio di un'educazione intellettuale, che a poco a poco mi rinnova, distruggendo o mortificando i mali abiti della casa e della scuola. Né le meditazioni austere spensero o scemarono in P. il senso del bello, ma lo fecero più delicato, più fine e profondo. Delle arti figurative, conoscitore e giudice arguto d'ogni lor passo, molto si diletta; ed e egli stesso disegnatore corretto. La poesia senti come pochissimi; Notabili queste sue parole: Quello che è difficile, sia pur difficile quanto si vuole, non è impossibile; e quello che non è impossibile, o prima o poi, o d’un uomo o d’un altro si fa. Pur negli saggi qui raccolti è qualche vestigid, benché raro e fuggevole, del suo sentire gentile, come là dove accenna l'evidenza pittrice del verbo velare per ventilare e dove l'armonia della terzina: Ma ella s'è beata e ciò non ode chiama anticipazione di quel nuovo modo d% poesia, che Alighieri riserba al Purgatorio e al Paradiso. Né soltanto la poesia pensata ed eletta, ma l'improvvisa e campagnuola. Villeggiando sui colli di Pistoia, raccolse con amore motti e canti popolari, e della Ninna nanna Quando a letto vo la sera dice cose nuove e belle. Lettera ai Morelli, Lucca, Canovetti e due tra tutti i poeti predilesse, perchè meglio rispondenti all'indole e all'educazione del suo spirito: Dante, di cui ho già detto, e Virgilio. Peccato che tante sue belle considerazioni su questi due poeti, onde nel conversare quotidiano non è punto avaro, sieno fuggite colla sua voce, o mutate in seme di troppo diversa germinazione nella mente di chi le ascoltò! V hanno uomini, che la scarsa loro ricchezza d'intelletto e di cuore spargono subito per mille rivoletti fuori di sé: altri, possessori di grande ricchezza interiore, somigliano a quelle nascoste e profonde sorgenti della terra, che non si veggono, ne s’odono, ma s’argomentano dalla più lieta verzura e dal fitto fiorire del terreno sovrastante. Tra questi ultimi è da porre Pagano P., che molto sa, molto e bene ama; ma parla poco e pochissimo scrive: eppure molti scritti e molti fatti buoni, generati o cresciuti dalla dottrina, dal consiglio, dall'esempio di lui, attestano della sua ricca e verace bontà. Roma. Franciosi. Di un luogo del FargatoHo d’ALIGHIERI, che non sembra essere stato ancora dichiarato pienamente. Ragionando dell'amore, VIRGILIO, nel canto del Purgatorio, secondo la naturale filosofia, dice: Ogni forma sujtanzlal, che setta È da materia, ed è con lei unita, Specifica virtude ha in sé colletta, La qual, senza operar non è sentita, Né si dimostra ma che per effetto Come per verdi fronde in pianta vita. Però là onde vegna l’intelletto Delle prime notizie uomo non sape, E de'primi appetibili l'affetto, Che sono in voi si come studio in ape di far lo mele; e questa prima voglia Merto di lode o di biasmo non cape. Or perchè a questa ogni altra si raccoglia. Innata v'è la virtù che consiglia E dell'assenso de'tener la soglia. Da.IV Araldo cattolico: Lucca. P., lo avverto una volta per sempre, nello sue oitazioni della Commedia fu solito di serbar fede al testo della Volgata; ma, venuto in luco il testo di Buti, qualche volta amoreggiò con questo; come là, dove ai plurali verdi /ronde e primi appetibili sostituì i singolari bellissimi verde fronda e primo appetibile. Quest'è il principio, là onde si piglia Cagion di meritare in voi secondo Che buoni e rei amori accoglie e viglia. E queste cose son dette per soddisfare alla questione proposta da Dante colle seguenti parole: Ti prego, dolce padre caro, Che mi dimostri amore, a cui riduci Ogni buono operare e il suo contraro. Infatti nel canto antecedente Virgilio, trattando il medesimo argomento, aveva pronunziato: Né creator, né creatura mai fu senz'amore O naturale, o d'animo Lo naturai fu sempre senza errore; Ma l'altro puote errar per malo obietto, O per troppo, o per poco di vigore. Mentre ch'egli è ne'primi ben diretto, E ne'secondi sé stesso misura, Esser non può cagion di mal diletto; Ma, quando al mal si torce, o con più cura O con men che non dee, corre nel bene, Centra il fattore adovra sua fattura. Quinci comprender puoi ch'esser conviene Amor sementain voi d'ogni virtute E d'ogni operazion, che merta pene. Ora di quella terzina del primo passo: Or perchè a questa, ecc. trovansi nei commentatori Questo verbo vigliare, che da Biagioli viene erroneamente confuso con vagliare, e che forse ha tratto origine dal latino, significandoesso pulire il mucchio del grano con una granata o con un mazzo di frasche dalle paglie, stecchi e simili cose senza pregio (lat. viliaj, ce ne fa tornare alla mente un altro, che sebbene ci paia bellissimo, e sia vivente in bocca dei oampagnuoli, con tutto ciò, a quanto sappiamo, non ha ricevuto l'onore d'essere accolto nei vocabolari. È questo il verbo velare, che significa nettare il grano dalla pula, gettandolo contro vento; e se pure non è una sincope di ventilare, conviene credere che i contadini lo abbian tratto pittorescamente dall'imagine d'una vela, che presenta la pula fuggendo via portata dal vento.] della Divina Commedia tre principali spiegazioni. Una, seguita anche da Venturi e da Biagioli, è del Daniello, il quale scrive: l'ordine è: la virtù che consiglia cioè la ragione, v'è innata cioè nata insieme con voi, perchè affìn che ogni altra voglia, che nasca in coi, s’unisca, accompagni e raccolga a questa virtù, la qual dee tener la soglia, ecc. Un'altra è di Lombardi, il quale cosi interpreta: Or perchè affinchè a questa prima, naturale ed innocente voglia si raccolga, s’accompagni ogni altra morale e lodevole virtù, innata v'è data vi è fin dal vostro nascimento, la virtù che consiglia la ragione che vi deve consigliare e regolare i vostri appetiti. La terza, infine, è di Tommaseo, che, a nel Commento, esprime il concetto d’Alighieri in questo modo. Acciocché questo primo naturai desiderio e intelligeìiza sia quasi centro ad ogni altro vostro volere e sapere acquisito, avete innata la ragione, da cui viene il libero arbitrio; sicché tutti sieno non men del primo conformi a natura. Qual è il valore di queste spiegazioni? Esaminiamole brevemente. A veder l'improbabilità della spiegazione di Daniello basta considerarla rimpetto alla ragione grammaticale. Nel verso: Or perchè a questa ogni altra si raccoglia dei due pronomi questa e ogn' altra, che essendo ambedue femminili e uniti in un sol membro, ognuno riferirebbe ad un medesimo nome, egli al contrario riferisce il primo al susseguente virtù, e il secondo al precedente voglia; attribuendo cosi ad Alighieri un costrutto non solamente ardito, ma pur anco sì strano che non se ne trova esempio ne pur forse negli scrittori latini, tuttoché la lingua loro concedesse tanta libertà d'allontanarsi dall'ordine naturale delle parole. Lo stesso rimprovero può farsi pure a Lombardi; il quale non si diparte da Daniello se non in questo, che il primo di quei pronomi riferisce a voglia e il secondo a virtìi, cioè mette innanzi quel che l'altro avea messo dopo, e pospone quel che l'altro avea anteposto – H. P. GRICE BE ORDERLY. Ciò non ostante ne risulta quindi un senso tanto differente da rendere la spiegazione di Lombardi meno improbabile di quella di Daniello; perchè lascia a soggetto della relazione, accennata da Dante in questo verso, la prima voglia, o l’affetto dei primi appetibili, come rettamente si dice, naturale e innocente sebbene per termine d’essa relazione non si prendano poi le altre voglie od affetti, ma piuttosto le morali e lodevoli virtù. È vero che le morali e lodevoli virtù hanno per natura di dirigere e ordinare gli affetti tutti dell'animo, e che perciò nella espressione usata da Lombardi sono implicitamente contenuti anche questi, ma ciò non basta a giustificarlo; essendo che qui trattavasi appunto di mostrare come gli affetti diventino virtù e anco vizi, e nella chiosa di Lombardi questa dimostrazione rimane un desiderio, avendo egli preso, come abbiam detto, per termine della relazione le virtù bell'e formate. Con mente più filosofica ha studiato, come gli altri, così questo passo della Divina Commedia Tommaseo; ha riferito tutt'e due i pronomi al medesimo nome voglia, che li antecede, e ha scorto fors'anco la vera relazione, che noi crediamo essersi inteso d’Alighieri di porre tra l'aff'etto dei primi appetibili e ogni altro affetto, che di poi si svolga nell'animo nostro, senza che però l'intendimento del poeta resti a pienoillustrato. Imperocché, ritenuto per indubitabile che questa valga questa prima voglia, che è in noi naturalmente, e ogni altra valga ogni altra voglia, che in noi possa accendersi nel corso della vita, v'è da risolvere la questione, a cui fa luogo il verbo raccogliersi; che è quanto dire quale relazione precisamente abbiavoluto il poeta esprimere con esso verbo fra quelle cose. E qual è questa relazione secondo Tommaseo? È una relazione simile a quella che i punti d'una circonferenza, o i raggi d'un cerchio, hanno col centro, giacché dice: acciocché questo primo naturai desiderio e intelligenza sia quasi centro ad ogni altro vostro volere e sapere acquisito, ecc. E per fermo, raccogliersi significa anco concentrarsi, e più d'un esempio ce n’offre lo stesso ALIGHIERI. Ma siffatta spiegazione, ci sia permesso di dirlo francamente, non isnuda il concetto filosofico voluto esprimere da Dante, lo lascia involto nel velo della metafora, però non può essere avuta per sufiiciente. Il poeta nel canto avea fatto dire a VIRGILIO che amore è sementa in noi d'ogni virtù e d'ogni vizio: vuol fargli provare la verità di questo dettato, comune alla pagana e alla cristiana sapienza. A tale uopo egli, in persona del suo duce e maestro, risale col pesiero alla costituzione primitiva dell'essere umano: in esso, egli dice, oltre la materia, v'è una forma immateriale, fornita d’una virtù o potenza specifica, la quale non si dimostra che ne'suoi effetti, cioè nelle sue operazioni, come per verdi fronde in pianta vita. Questa potenza specifica può considerarsi da due lati, in quanto è passiva e in quanto è attiva: in quanto è passiva è l’intelletto delle prime notizie, in quanto è attiva è l’affetto dei primi appetibili. AQUINO, Contra gent. Quindi non è maraviglia che l'uomo non sa donde gli vengano siffatte cose, non essendone mai stato privo e appartenendo alla sua natura in quel modo medesimo, che all'ape, per esempio, appartiene lo studio, ossia l'istinto, di far lo mèle. Ora quell'affetto dei primi appetibili è senz'alcun merito, perchè non dipende dal libero arbitrio; il quale soltanto è principio, là onde si piglia Cagion di meritare. Non per tanto esso, non avendo per oggetto altro che il bene conveniente all'umana natura, è un affetto sotto ogni aspetto irreprensibile. Non si può concepire non solo una creatura, ma né meno il Creatore senza amore alcuno; sebbene In Tece di IV, era da pozze: Inella creatura ragionevole ne possano essere di due sorte, uno naturale, o istintivo; e l’altro à^ animo, o deliberato: il primo dei quali è sempre senza errore – factive H. P. Grice --, perchè è l'opera della stessa sapienza divina, mentre il secondo puote errar per malo obietto – AD PLACITVM --, O per poco o per troppo di vigore, secondo che dalla libera volontà -- e laudabile di chiamar spade spade? -- o è vòlto a ciò che è intrinsecamente male, oppure – IMPENETRABILITY -- anco a ciò che è bene, ma senza quella misura che risponda al suo vero pregio. Come accade adunque che è Amor sementa in noi d’ogni virtude E d'ogni operazion che merta pena? Ciò accade: Imperché dal primo amore, che Dio medesimo ha posto nell'uomo, si svolgono altri amori, come dalla forza vegetativa delle piante nascono i ramoscelli e le foglie, che l’adornano, e dall'istinto dell'ape i vari movimenti coi quali essa sugge l'umor de'fiori, lo converte in miele e lo deposita nell'alveare; perchè questi secondi amori possono esser conformi a quel primo essenziale all'uomo e rettissimo, ovvero anche difformi, siccome avviene ogni volta che o finiscano in oggetto per sé malo, o non serbino il debito modo ed ordine nei beni; perchè la ragion pratica, o assecondando o promovendo colla sua libera efficacia cotesti amori, fa che la rettitudine loro o la loro malvagità sia imputabile all'uomo –FREEDOM AND RESENTMENT --, e, divenuti abituali, diano carattere alla sua condotta, in altre parole, originino le virtù ed i vizi. E da tutto questo si fa manifesto, che, quel primo amore, si rispetto agli amori secondi, come rispetto alla ragion pratica (convenientissimamente chiamata da Dante la virtù che consiglia, E dell'assenso de’tener la, soglia, dall'ufficio a cui è stata destinata, è come una cotal regola od esemplare; cioè, rispetto agli amori secondi, perchè non possono esser ragionevoli e onesti se non seguendolo e imitandolo, e rispetto alla ragion pratica perchè deve procurare, che essi nel fatto lo seguano e lo imitino. E diciamo UE a cotal regola od esemplare; conciossiachè la natural tendenza a quel bene, che conviene all'esser nostro, per sé non è che un fatto, e un fatto, in quanto tale, non ha la ragion di regola o d’esemplare, ma solamente può parteciparne in quanto è segno d'un'idea -- AQUINO, ^'ttmwa, I IP, ^ della legge naturale e altrove. Se si vuol dunque, commentando questo luogo di Dante, andare al fondo, non bisogna contentarsi di rendere il raccogliersi per concentrarsi, ma bisogna di più ridurre lo stesso concentrarsi al suo senso filosofico, il quale non ci sembra poter esser diverso da quello che abbiamo indicato, cavandolo dal valor logico dei concetti, che Dante ha espressi nei canti del Purgatorio. Che se il nostro raccogliere è dal latino colligere, e lex è detta, come pensa CICERONE, da eligere, ognun vede la profonda convenienza che quel si raccoglia ha coll'ufficio, che. Per tutta chiarezza la citazione dovrebb'esser così: Prima secundae S. theol., quaest. giusta la mente di Dante, noi crediamo di dovere attribuire al primitivo e immanente atto della parte affettiva dell'anima umana. L’interpretazione da noi proposta non contradice adunque quella data da Tommaseo, ma, se non c'inganniamo, la compie, recandola fino a quel termine dov'egli avrebbe ben saputo recarla, e in maniera a pezza più conveniente, solo che avesse fatto colla riflessione qualche altro passo nella via medesima in cui si era posto. Ma se la nostra interpretazione e quella di Tommaseo si possono cosi accordare, è però vero che in ciò che la nostra piglia a suo fondamento dal canto non s’accorda punto colla chiosa quivi fatta dall'illustre critico. Perocché dove il poeta dice che creatura non vi fu mai senza amore, o naturale o d'animo, egli spiega l'uno per amor di corpi, l'altro per amor di spiriti; noi al contrario, come abbiamo accennato di sopra, L'OzANAM, che alcuni noa sanno stimare senza esagerarne i meriti, il principale dei quali per noi è d’avere coll'opera sua additato agi'italiani che vi è un lavoro da fare, intende p&s prima voglia il primo moto o dell'irascibile o del concupiscibile, che i moralisti insegaano esser privo di merito e di demerito. Dio sa dunque in che strano modo intende a collegare colle precedenti la terzina che qvà abbiamo esposto. ALIGHIERI et la philos. catholique aa XIII siede fParis. L'Ozanam. a proposito di due luoghi del Convito commenta. Il y a trois sortes d'appetits. Le premier, naturel, qui n'a point conscience de soi, et qui est la tendance irrésistible Je tous les ètres physiques a la satlsfactiou de leurs l>esoins; le second, sensitif, qui a 30n mobile externe dans les choses sensibles, et qui est concupisaiife ou irciscible tour à tour; le troisième, intellectuel, dout l'objecr. a'est appróciable qu'à la pensée. Ces appótités eux-mèmes peuvent se réduire a un seul principe commun, l'amour. Ma la prima vogliu di questo luogo del Purgatorio è a lui premier acte, instantané et irrafléchi della virtù speeipcu, dispositiou «pécitìque, natureUe, qui ne se révèle que par ses eftets. intendiamo pel naturale l'amore istintivo, e per quello d'animo l'amore deliberato. E ci pare che giustifichi questo nostro modo d'intendere il contesto del canto suddetto, e l' insegnamento comune degli scrittori, da cui Dante traeva, fra i quali a noi basti il menzionare FIDANZA, che nel Breviloquio distingue, appunto, due guise d’operare delle nostre affezioni, cioè per un moto naturale e per iscelta deliberata. Diremo pertanto, senza timore d’offendere il grand'uomo, che la sua chiosa di questo sublime luogo di Dante, il quale può dirsi in germe un intero sistema di filosofia morale, pecca nel punto di partenza, non afferrando la giusta distinzione tra l'amor naturale e gl’amori deliberati, e pecca nella conclusione, lasciando qualche cosa d'indeterminato sulla relazione del primo verso coi secondi. Di che però non tanto vogliam fargli biasimo, quanto rendergli giusta lode d'aver saputo più addentro d'ogni altro vedere nel pensiero d’ALIGHIERI. Sopra un luogo della Cantica del Paradiso Beatrice nel canto del Paradiso narrando filosoficamente la creazione delle cose, dice degl’angeli: Né giugneriesi, numerando, al venti Si tosto, come deg’angeli parte Turbò'1 subietto de'vostri elementi. Tutti gl’interpreti, per quanto io mi sappia, per subtetto de’vostri elementi hanno inteso la terra. Peraltro alcuni hanno inteso la terra comeelemento j altri la terra come corpo. È de'primi, per cagion d'esempio, Buti, che spiega la sentenza di questa terzina colle seguenti parole: Da chi numerasse d’uno in vinti non si giungerebbe sì tosto al vinti, come tosto parte dell’angeli poi che furono creati, incontanente cadder di deìo in terra, e mutò o vero turbò, secondo altro testo, lo subietto de’vostri elementi, cioè di voi omini, cioè la terra Dall'Istitutore: foglio ebdomadario d' istruzione e degl’atti ujjicifdi d’essa. Torino, tip. scolastica di S. Franco. che è subietto dell'acqua, dell’aere e del fuoco, poiché a tutti è sottoposta /e bene lo mutò e turbò, impera che prima e pura, e poi e infetta. Così il codice Magli abechiano). De' secondi poi è il Tommaseo, perchè dopo aver dato terra per equivalente di subietto de'vostri elementi aggiunge questa ragione: La terra è soggetto dei quattro elementi aria, fuoco, acqua e terra. Dove è chiaro che terra la prima volta significa il corpo o globo da noi abitato, e la seconda volta r infimo de'quattro elementi distinti dagl’antichi. Mi sia permesso di dire, che né i primi né i secondi mi paiono aver colpito nel segno. Il nome subietto o soggetto, come sostantivo, appartiene alla lingua filosofica, ed ha un SENSO dialettico ed un SENSO metafisico. Nel senso dialettico indica uno de'termini del giudizio o della proposizione, quello cioè del quale l'altro, che chiamasi predicato, isi afferma o si nega. E di qui, per estensione, nasce UN ALTRO SENSO, esso pure dialettico, quando di questa voce si usa a dinotare ciò su cui verte, non una semplice proposizione, ma molti ragionamenti ordinati e connessi, siccome sono nella scienza. In metafisica poi subietto ora significa la causa efficiente di qualche cosa, come in quel luogo del purgatorio. Or, perchè mai non può dalla salute Amor del suo subietto volger yiso, dall'odio proprio son le cose tute; ora invece significa la causa materiale come in questi versi del paradiso: Or, come ai colpi degli caldi rai della neve riman nudo il suggetto E dal colore e dal freddo primai, ecc. E quest'ultimo è il significato che io credo debba attribuirsi alla parola subtetto nella terzina, di cui è questione; cosicché altro non s'intenda aver voluto ALIGHIERI esprimere in essa, se non che alcuni degl’angeli, partitisi dal divino volere, colla naturale loro potenza indussero disordine nella materia degl’elementi, de'quali è composta questa parte a noi destinata dell'universo. Ciò si parrà chiaro considerando che il nostro poeta parla qui da teologo e da filosofo, uffici ai suoi tempi inseparati, e che ne'tempi posteriori, per grande sventura delle due scienze sovrane, non fu stimato assai di distinguere. Ora che insegna la teologia a proposito degl’angeli ribelli a Dio? Ella insegna che ministri, anche dopo la loro caduta, della provvidenza divina, s’aggirano in questo nostro mondo, tribolandoci non solo colle malvagie istigazioni, ma eziandio colle tempeste, colle pestilenze ed altri mali di tal genere. Sono notissimi i passi dell'epistola di s. Paolo agl’Efesini; dove cotesti spiriti sono chiamati principi aventi potestà su quest'aria. Ma i padri, appoggiati ad altre autorità della scrittura ed ai fatti in essa raccontati, ritennero che la potestà loro si estendesse su tutta, in generale, la materia ed i corpi terrestri. Valga, per ogni altra, la testimonianza d’Agostino, De doctrina christiana. Hinc enìm fit, ut occulto quodam iudicio divino cupidi malarum rerum homines tradantur illudendi et decipiendi, prò meritis voluntatum suarum, illudentìhus eos atque decipientibus prevaricatoribus angelis, quibus ista mundi pars infima secundum pulcherrimum ordinem rerum, divinae providentiae lege, subiecta est. Ora gli scolastici, come ognun sa, non fecero che ripetere le dottrine teologiche dei Padri, dando loro una forma scientifica, secondo i principii e la lingua della filosofì del LIZIO; la quale per essi, almeno per nove delle dieci parti, è pura e pretta verità. Quindi il miscuglio, che trovasi nei trattati di teologia degli scolastici, degl'inconcussi dommi della fede colle fallaci opinioni del LIZIO. Del qual miscuglio n'abbiamo un esempio in questo stesso argomento, che qui tocchiamo. Generalmente gli scolastici dietro al LIZIO pensarono che altra fosse la materia dei cieli, altra la materia, onde è fatto il mondo sullunare; quella fosse immutabile e incorruttibile, questa soggetta a mutamento e corruzione; perocché, dicevano, quella è in potenza alla sola forma che ha, questa, al contrario, è in potenza a molte forme e diverse. Dal che AQUINO conchiude che fra la materia de'corpi celesti e la materia degl’elementi del nostro mondo non vi ha una comunanza che di concerto. Non est eadem materia corporis coelestis et elementorum, nisi secundum analogiam, secundum quod conveniunt ratione potentiæ (Summa). E per questo appunto ALIGHIERI, nel citato canto del Paradiso, appella preziosi i corpi celesti. Ora, che cosa è, conforme queste dottrine cosmologiche degli scolastici, il subietto degl’elementi? Il subietto degl’elementi è la materia prima del mondo sullunare, subiettata ad una certa forma, prima nei corpi semplici, aria, acqua, ecc., e di poi nei corpi misti, minerali, piante, ecc. Imperocché gli scolastici per materia e subietto intendeno la medesima cosa colla sola differenza, la quale trascurano ogni volta che loro non bisogna di procedere con tutto il rigore dialettico, che il subietto ha relazione con una forma attuale, mentre la materia ha relazione con una forma potenziale. Ista videtur esse differentia inter materiam et subiectum, dice Alessandro d'Ales, In Metaph. Del LIZIO, quia materia dicit rem suam in potentia ad formam, ut transmutabilis est ad ipsam per viam motus et fieri, et ideo quae sine fieri introducuntur, non proprie habent materiam ex qua: subiectum autem dicit rem suam ex hoc, quod substentat formam; et ideo omne quod substentat formam potest vocari subiectum, licet aliquo modo possit vocari materia. Pertanto ciò che ALIGHIERI, ne'versi riferiti, chiama il sìibietto de’vostri elementi, corrisponde a capello, a ciò che Aristotile, nel Della generazione e della corruzione, chiama, con parole affatto equivalenti, uTioxsifisvYjv \ìh]v. Nel qual luogo, se il filosofo rigetta l'opinione di quelli, che ponevano un unico subietto di tutti gl’elementi, è però manifestissimo che la rigetta solamente in quanto quel subietto pretendeno essere un cotal corpo separabile e stante da sé, awjAa xe òv xat Xopiaióv. Ed invero, più sotto, divisando l'ordine delle entità, che concorrono a costituire i corpi primi, ossia gl’elementi, pone in primo luogo la materia, in secondo luogo la contrarietà ed in terzo luogo gl’elementi: Ma poiché i corpi primi son fatti in questo modo di materia, d’essi pure conviene determinare qualche cosa, supponendo che una materia inseparabile, ma soggetta a qualità contraria, sia il loro primo principio; perocché non è il calore materia del freddo, ne il freddo del calore, ma ciò che sottostà ad entrambi. Laonde primieramente che il corpo sensibile esista in potenza, è il principio: di poi vengono le stesse qualità contrarie, come il calore e il freddo: da ultimo il fuoco e l'acqua e l’altre cose di tal sorta. E questa ò la costante dottrina degli scolastici, e a tenore di questa vuoisi intendere quello che ALIGHIERI accenna del termine dell'azione perturbatrice degli spiriti perversi. Imperocché d’una parte troppo è inverosimile che egli non abbia parlato a tenore di tal dottrina, solendo egli esprimere nei suoi mirabili versi le dottrine filosofiche della scuola e colle stesse formole da lei celebrate: dall'altra, ritenuto che la cosa sia così, dal passo controverso esce un senso, che a pieno s’accorda coli'insegnamento teologico circa la presente potenza degli angeli rei. All'opposto nelle altre due interpretazioni codesta loro potenza si limita a capriccio a farsi strumento dell'odio loro contro Dio e gl’uomini la sola terra, o vuoi come elemento, o vuoi come corpo; né si tien conto della lingua filosofica dell'autore, quanto è giusto che si faccia, poiché la parola subietto, mi si conceda di ripeterlo, appartiene alla lingua filosofica, e qui precisamente alla lingua metafisica, nella quale lingua subietto non significa mai, se la memoria non mi fallisce, un ordine di più cose pella loro collocazione nello spazio, siccome sembra che vogliano coloro che hanno subietto de’vostri elementi per una perifrasi di terra. Finalmente osservo che coll'assegnare per termine all'azione degli spiriti angelici ciò che di primo si concepisce ne'corpi come corpi, non si attribuisce ad Alighieri un pensiero frivolo da sbertarsi, ma degno delle più serie considerazioni del filosofo. Il dominio degli spiriti puri sulle cose materiali, e l'origine di certe forze, che su esse si manifestano, sono due grandi misteri; i quali forse si compenetrano in uno, e quest'uno è riserbato di vedere svelato, quanto all'intelligenza nostra è possibile, allorcliè i metafìsici s’intenderanno un po’più di fisica e i fisici di metafisica e tutt'e due di teologia. Pisa. Averroè della DiTina Commedia' È notissimo che Dante fra i saggi sospesi nel primo girone dell’inferno, o per non avere ricevuto il battesimo, o per non avere adorato Iddio debitamente, colloca ancora Averrois, che il gran commento feo. Inf.. Ora l'editore pisano delle lezioni di Buti sulla divina commedia a questo verso fa la nota seguente: Averrois, sebbene commenta il LIZIO, professa dottrine opposite al greco filosofo; onde i commenti di lui non sono in molto credito appo degl’italiani. Qui dunque il gran commento potrebb' esser anche detto con ironia. Noi non possiamo pregiare la novità di questa osservazione, perchè ci sembra mancare affatto di verità. E non intendiamo come il benemerito editore non si è accorto d’un difetto sì grave, quando lo stesso contesto assai chiaramente esclude il disprezzo e lo scherno dell'ironico parlare. Invero, dopo aver detto il ' DaUe Letture di famiglia, nostro poet Qnaest. Disput. 2>e Mente, quaest. ne, quanto semplice altrettanto sublime, di Dio che si legge neìV Esodo: Io sono l'Essere cioè l'Essere che essenzialmente ed assolutamente è. Quanto poi alla natura dell'intelletto umano egli, confrontandone l’operazioni con quelle del senso, che solo coglie gl’esterni accidenti delle cose, veniva a ravvisare che l'operazione sua propria è circa l'essenza delle cose; e poiché quelle essenze ci riducono all'essere in comune coll'aggiunta di varie determinazioni, il suo proprio oggetto consiste appunto nell'essere in comune. Ora se d’un lato l'essere, in quanto è essenzialmente ed assolutamente essente, è Dio, e dall'altro, in quanto è appreso universalmente, è l'oggetto proprio dell'intelletto umano, è piano come AQUINO puo dire che il lume dell'intelletto umano è una certa partecipazione o similitudine di Dio o dell'increata verità. Io non credo, debbo pur dirlo si per non essere frainteso e si per amor di schiettezza, io non credo che Aquino giunge mai a renderai cosi esplicitamente ragione di ciò che in tanti luoghi delle sue opere ripete sulla natura del lume dell'intelletto e sulla sua attinenza con Dio. Ma qualunque siano state le cause, che ne lo impedirono, certo è che questa spiegazione giace implicita nel complesso delle sue dottrine e si fa innanzi quasi spontanea a chiunque profondamente le mediti e senza la stolta paura Etodo, che alcuni dei suoi studiosi oggi paiono avere, di dire una parola di più oltre quelle dette da lui, come se la scienza potesse star tutta racchiusa nelle parole di un sol uomo. Del resto la storia dell'umano intelletto, giusta il modo onde Aquino se la rappresenta, è in sostanza la seguente. L'intelletto umano è un'attività, che ha due movimenti; coU'uno si costituisce come potenza di conoscere, coli 'altro si svolge e perfeziona. Col primo, onde si costituisce come potenza di conoscere, incontra l'essere in universale e l'apprende. Da tale apprensione in cui sono virtualmente contenute tutte l’apprensioni e tutti gl’altri atti che in queste si fondano incomincia il secondo movimento dell'intelletto e in esso si possono distinguere tre principali momenti, per ciascuno dei quali nella lingua della scuola d’AQUINO vi'è una frase particolare, che ne esprime il carattere distintivo. Imperocché innanzi tutto nell'apprensione dell'essere in universale sono virtualmente contenuti i sommi principi della ragione, che si risolvono nei concetti universali dell'^wo, dell'edenticOj dell'assoluto e cosi via. Ora questi concetti si fanno attuali nell'intelletto, quando gl’è somministrata una materia di conoscere, lo ch’è ufficio proprio del senso. Allora l'intelletto mediante quei concetti: l’illustra i fantasmi cioè la materia somministratagli dal senso, percezione intellettuale dei sensibili; astrae dai fantasmi le specie intelligibili, concezione per via di riflessione dell’idee astratte delle cose, ossia delle specie e dei generi; compone e divide le t^pecie astratte, giudizi e raziocini, coi quali la riflessione, comparando l’idee astratte, si viene formando una scienza più o meno perfetta delle cose, secondochè discopre più o meno delle loro relazioni. Ma in qualunque di questi momenti della sua evoluzione si trovi l'intelletto nostro, è pur sempre vero, che tutto quello che egli conosce, conoscendolo pella verità dei primi principi, e quelli essendo come i primi raggi di quel lume che fa di lui una potenza intellettiva; e questo venendo da Dio, anzi essendo una certa partecipazione del lume stesso di Dio a noi in parte comunicato, ne segue che pur nell'ordine naturale Dio solo è quegli che internamente e principalmente ci ammaestra come è anche la natura quella che principalmente risana. Cosi AQUINO nelle Questioni Disputate de Magistro, dove anche stanno quell'altre belle parole. Che alcuna cosa si sa con certezza avviene pel lume della ragione divinamente infuso, col quale Iddio in noi favella; parole, colle Quaest. I, nel corpo dell'articolo in fine. Ivi, nella risposta all'obiezione Si considerino bene quelle frasi d’AQUINO. Universales conceptiones, quaruni cognitio est nobìs naturaliter insita. Qiiest. cit. de Magistro nella risposta all’obiez. Lumen rationis per quod principi» cognoscimus (Tbid., nella risposta alla obiez.) Mediantibas tmiversalibus conceptionibus, quae statim lumine intellectus agcntis cognoscuntur. Quest. cit. de Mente, nel corpo dell'articolo in fine): e poi si dice, se secondo la mente d’Aquino quali si pone espressamente una cotale rivelazione naturale, come rimota preparazione a quella soprannaturale rivelazione che si fa nell'anima del cristiano. Io m'immagino, che mentre veniva cosi narrando in compendio i pensieri del nostro grande filosofo sulla questione dell'origine del sapere, la mente del lettore m’abbia spesso abbandonato e sia volata ora a questo ora a quel luogo della divina commedia, dove si leggono sotto forma poetica dei pensieri somiglianti. E se ciò è veramente accaduto, naturai cosa è che si sia intanto rafforzata in lui la persuasione, che il nostro gran poeta nei versi che danno argomento al mio dire, non può avere avuto l'intenzione d’esprimere la impossibilità da cui neppure il filosofo vada essente, di scorgere la sorgente donde viene l'intelletto delle prime notizie. Certo è che codesti pensieri somiglianti nella divina commedia vi sono e, ciò che ora io desidero che si avverta e che importa al mio proposito sommamente, i più somiglianti si trovano appunto nel passo del purgatorio, che altri ha interpretato cosi diversamente. In vero, se non si guarda che alla sostanza della soluzione d’AQUINO, egli insegna che la cognizione dei primi principi, donde proviene ogni altra cognizione dell'uomo, è il lume dell'intelletto o della ragione possa esser altro che un massimo universale, come appunto dimostra che è SERBATI nel suo saggio sull’origine dell’idee e in altro sue opere. una cognizione in lui innata, in quanto che in lui è innato il lume della ragione, pel quale tali principi conosce. E non ripete ALIGHIERI in sostanza il medesimo nei terzetti del canto del purgatorio, che sono riferiti da principio? Infatti quivi egli dice che la specifica virtù dell'anima umana, forma sostanziale che nel tempo stesso è scevra di materia ed unita con lei, è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; che ciascuna di queste virtù ha i suoi propri oggetti, cioè la virtù del conoscere certe prime notizie che la dirigono nelle sue particolari operazioni, e la virtù dell'amare certi primi appetibili che similmente la muovono e la guidano nelle sue particolari operazioni, e che 1'intelletto di tali notizie e l'affetto di tali appetibili precedono perciò di loro natura tutte le particolari operazioni d’esse virtù; che queste due virtù per una legge generale, a cui sottostanno tutte le forme della stessa specie dell'anima nostra, sempre si rimarrebbero occulte, s’uscendo nelle loro particolari operazioni non si fanno in queste sentire e per queste non si dimostrano, come per verde fronda in pianta vita; che conseguentemente, quando l'uomo opera o coll'una o coll'altra di queste virtù, gli si rende bensì sensibile e gli si dimostra quella, con cui opera, ma non anche quell'atteggiamento precedente d’essa, pel quale è causa al tutto proporzionata e pronta al suo operare, quindi non anche l'intelletto delle prime notizie nell'operare della seconda; finalmente che quest'intelletto e quest'affetto, solo discopribili nel segreto dell'anima all'acuto sguardo d'una tarda riflessione filosofica, sono tanto connaturali all'anima quanto le sono connaturali le specifiche virtù delle quali non sono che proprietà, e da paragonarsi perciò agl’istinti, che differenziano le varie classi d’animali, allo studio per es. che è nell'ape di far lo mèle. Lascio il resto, perchè non legato strettamente col tema del mio discorso, e dall'esposto raccogliendo quel che ne segue, dico che tanto è lungi ch’ALIGHIERI nel passo riferito del purgatorio dichiari insolubile la questione dell’origine dell’umane cognizioni e più precisamente dei primi principi che all'opposto egli proprio in quel passo stesso ne dà una soluzione, e questa sostanzialmente è quella che già ne da AQUINO. Che se vi ha qualcuno che non consenta meco nel modo d'intendere o la dottrina filosofica d’AQUINO o quella corrispondente d’ALIGHIERI o tutte e due, io ora non gli contrasto. Intenda egli pure a suo talento coteste dottrine. A me basta finalmente che riconosca il fatto che in questo canto del purgatorio a una ne professa, qualunque ella è. Imperocché, riconosciuto questo fatto, bisogna risolversi ad una di queste due cose. O bisogna tener ALIGHIERI per uomo di tale grossezza e stupidità di mente da non accorgersi della contraddizione in cui cade, sentenziando, come pretende l’interpretazione che all'uomo non è dato di sapere là onde vegna lo intelletto delle prime notizie e nell'atto stesso esponendo, sebbene brevemente, una dottrina intorno a questa questione. Oppure bisogna rifiutare l’interpretazione, e credere l’intenzione d’ALIGHIERI lontana le mille miglia da quella sentenza. In verità io non so, s’oggi neppur Bettinelli prende il primo partito. A questo punto mi pare eh'io potrei tenere per sodisfatto il mio debito e quindi far fine. Pure mi piace d’aggiungere due altre considerazioni che mi sembrano attissime a far sentire sempre più quanto è iuammissibile la discussa interpretazion. Si consideri dunque in primo luogo che ALIGHIERI, comecché uomo straordinario, tanto che puo dirsi di lui quello che egli dice di Omero, cioè che sovra gli altri com'aquila vola, ciò non ostante è un uomo, e tutti si riscontrano in lui i caratteri generali degl’uomini dei tempi suo. Uno d’essi è la fede, presa questa parola nel senso più ampio. Cosicché, oltre la fede soprannaturale propria del cristiano, abbracci pur quella meramente naturale dell'uomo, pella quale egli fortemente assente a tutto ciò che la ragione gli mostri come vero o come buono. I fatti pubblici e privati, le lotte delle fazioni politiche, le dispute delle scuole, i monumenti sacri e profani, i libri, che si leggeno a istruzione o a trastullo, tutto in una parola ciò che appartiene a quei tempi concorre a farci intendere che un uomo che NON crede con fermezza, è stato allora quasi un assurdo. Per questo fra i diversi modi di pensare, che anche nell'età di mezzo regnano nelle scuole, resta ignoto del tutto quello che torna in fine in distruzione d'ogni scienza e dello stesso pensiero, voglio dire LA SCESSI. Ora che altro è che pua e pretta scessi il dire là onde vegna lo'ntelletto delle prime notizie, uomo non sa, se questo si ha da togliere nel senso che l’interpetrazione propone? Imperocché le prime notizie son pure quelle sulle quali, come su fondamento, s'innalza tutto il sapere dell'uomo; onde il dubitare del suo valore si fa inevitabile a chiunque s'attenta di passar i confini della riflessione volgare, se la origine delle prime notizie è impossibile a discoprirsi. Imperocché come potrebbe egli abbandonatamente affidarsi a principi d'origine non pure ignota, ma avuta da lui per inconoscibile? Non potrebbero essere altrettante misere illusioni della sua mente? E per qual via liberarsi di questo terribile sospetto, se tutti i giudizi della mente si fanno a norma di quei principi? S'immagini pure chi vuole maestro di dubbio il nostro grande Poeta: io per me non potrò mai farmi un'immagine tale di nessun uomo dei suoi tempi e d'Alighieri anche molto meno, s’Alighieri è quello che lo dicono le storie e che lo manifestano tutte concordemente e le sue prose e i suoi versi immortali. Appoggiato invece a questi documenti certissimi, dai quali tanta fede traluce nella ragione e nella scienza umana, io me l’immagino pieno di sdegnoso disprezzo per cotesto genere di mendace filosofia, quale egli si mostra nella prima cantica della divina commedia, quando, entrato appena nella città di Dite incontra l'anime triste di coloro, che visser senza infamia e senza lodo. Mischiate a quel cattivo coro degl’angeli, che non furon ribelli, Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. Non è già, ed eccomi all'altra considerazione, non è già che ALIGHIERI crede illimitata la sua ragione umana o che n’esagera comecchesia il potere. No. Egli riconosce i suoi confini e al disopra di questa naturale sorgente di cognizione ne pone un'altra soprannaturale, la fede, destinata perdono grazioso di provvidenza ad estendere e compire, quanto quaggiù è possibile, la cognizione derivata dalla prima. Però egli ammette due scienze distintissime, corrispondenti a quelle due potenze o principi subiettivi del nostro sapere, la filosofia e la teologia; e come, menato dall'istinto d'un animo eminentemente poetico, che tutto contempla nella forma del bello, PRENDE VIRGILIO COME SIMBOLO DELLA FILOSOFIA, così Beatrice prende per simbolo della teologia. Quin- Inf., canto di quelle parole che servono d'introduzione acconcissima ai ragionamento, con cui VIRGILIO nel canto del purgatorio si fa a dissipare difficoltà sorte nella mente d’ALIGHIERI: quanto ragion qni vede Dir ti poss'io: da indi in là t'aspetta pure a Beatrice ch'è opra di fede. Ora in questa introduzione sta appunto una nuova buona ragione per riprovare l’interpetrazione che fa dire ad ALIGHIERI indefinibile per umano ingegno là onde regna lo intelletto delle prime notizie. In vero qual è precisamente lo scopo, a cui mira il ragionamento di VIRGILIO? Ad ALIGHIERI, non avendo inteso bene il principio da cui è partito il suo maestro nel ragionamento antecedente, con cui questi vuole spiegargli la natura dell'amore, è venuto a turbargli la mente e ad impedirgli di comprendere come l'amore puo essere la radice d’ogni merito o demerito dell'uomo che opera, questa obiezione. Ohe se amore è di fuori a noi offerto, e l'animo non va con altro piede, se dritto o torto va, non è suo merto. Ora VIRGILIO VERGILIO, perchè la mente d’ALIGHIERI vede chiaro come il merito e il demerito dell'operare dell'uomo stesse insieme con quello che egli dice circa il principio del suo operare, cioè circa l’amore, non dove aggiunger nulla di nuovo, ma solamente ritornare sulla natura dell'amore e più spiegatamente dirgliene l'origine. E questo infatti è quello che egli fa, quando, dopo averlo avvertito che da lui non s’aspetti che quanto in questa materia può sapere la naturale ragione dell'uomo, prende a dirgli: Ogni forma sustanzial, con quel che segue. Ora qui è da riflettere, che conoscere e amare sono cose cosi connesse, che un subietto privo di conoscenza è impossibile che ami, e privo d’amore è impossibile che sussista; perchè col solo conoscere non è intero, e un subietto non intero è lo stesso ch’un frammento di subietto. ALIGHIERI la sa bene questa connessione strettissima dell'amare e del conoscere, ch’è uno dei più comuni insegnamenti dei filosofi dei suoi tempi e dei più incontroversi. Onde, se l’opinione sua quanto al conoscere è stata, che non se ne può sapere l'origine, si sarebbe sentito obbligato a professare un’opinione simile anche quanto all’amare, e per conseguenza in questo luogo del purgatorio non avrebbe indotto VIRGILIO VERGILIO ad ammonirlo. Quanto ragion qui vede dir ti poss'io, ma questi gl’avrebbe dichiarato a dirittura e senza andare in troppe parole, che non puo dirgli nulla, perchè nulla la ragione ne vede, e che per tutta questa bisogna gli conveniva aspettare i più alti ammaestramenti di Beatrice. Pertanto quell'uomo non sa del luogo esaminato del purgatorio non è da intendersi secondo l’interpetrazione, ma si in quello stesso stessissimo significato che lia l' noni, non se n^avvede in un altro luogo della medesima cantica, dove il nostro poeta, esprimendo una delle più note leggi dell'attenzione intellettiva, dice: Quando per dilettanze ovver per doglie ch’alcuna virtù nostra comprenda, l'anima bene ad essa si raccoglie; par che a nulla potenzia più intenda, e questo è contra quell'error che crede. Che un’anima sopr'altra in noi s'accenda. E però, quando s'ode cosa o vede, che tenga forte a sé l'animo volta, vassene il tempo, e l'uom non se n'avvede. Ch'altra potenzia è quella, che l'ascolta, ed altra è quella, che ha l'anima intera. Questa è quasi legata, e quella è sciolta. In ambedue i luoghi ci significa la mancanza d’una cognizione propria della riflessione. Ma ne l'una né l'altra cognizione manca all'uomo per un invincibile ostacolo, che stia nella sua stessa natura, bensì per una accidentale condizione in cui si trova. Onde, finche egli rimane in questa condizione, necessariamente rimane anche privo di quella cognizione. Ma egli può pure uscirne e il potere uscirne non consiste in altro che nel potere riflettere su di se e su quello che in sé avviene. Fin qui i due casi a cui si riferiscono i due luoghi del purgatorio sono eguali del tutto. La loro dififerenza comincia solo a mostrarsi quando si prende a considerare la natura dell'oggetto del quale si tratta d'acquistar cognizione per via di’un ri-piegamento del pensiero su noi stessi. Perocché nel caso contemplato nel canto quest'oggetto è lo scorrer del tempo, e nel caso contemplato nel canto è invece la provenienza dell’intelletto delle prime notizie. Or chi non vede, che il ripiegare il pensiero su noi stessi per avvertire la successione delle nostre modificazioni e il movimento del tempo, è assai più facile che il ripiegare il pensiero su noi stessi per risalire fino all'origine prima di ogni nostro conoscimento? Chi non vede, che d'ordinario ogni uomo adulto, eccettuate le circostanze di breve durata, a cui Alighieri accenna nell'esporre il primo caso, è capace di fare e fa realmente quella semplice riflessione che è necessaria per accorgersi del tempo che passa. Ma che all'opposto pochissimi degli stessi uomini adulti, o per nativa ottusità di mente, o per difetto di conveniente educazione intellettuale, o per impedimento posto dai casi e negozi della vita, sono capaci di fare le molte riflessioni e complicate ed astruse, colle quali soltanto è possibile d’elevarsi fino a quel fatto primo in cui s'inizia la potenza stessa del conoscere? Ma quello che è difficile sia pur difficile quanto si vuole, non è impossibile. E quello che non è impossibile, o prima o poi, o d’un uomo o d’un altro si fa. E cosi si va effettuando quella idea di progresso che, se per i singoli uomini ha il valore di una legge morale, per tutta insieme l'umana famiglia ha quello d'una legge ontologica, voglio dire d'infallibile necessità. E a chi quest'idea in sui primi albori della civiltà moderna, più che al nostro peta illumina la mente e da potenza a operare? Luoghi del Poema di Dante CHIOSATI O CITATI DA P. Inf. Pura. Par. Autori o libri allegati nelle chiose. Agostino LIZIO Alessandro Afrodisiaco Alessandro d'Ales Apocalisse Atti degli Apostoli Averroè Bartolo da Sassoferrato Bettinelli Biagioli FIDANZA Bossuet fiuti (Da) Francesco Oano Melchior Cesari Antonio Condorcet Conti Daniello Bernardino Epicuro Esodo Evangeli Fichte Fracastoro Girolamo Giustino Martire Hegel Ippocrate Livio Lombardi Baldassarre Lucrezio Muratori Lodovico Cenerò Orazio Ovidio Ozanam Pacuvio Paolo Petrarca ACCADEMIA Renan Retorici ad Erennio Rosmini Antonio Sartini Scoto Michele Schelling Peder. Guglielm Seneca Socrate Tolomeo da LuccaTommaseo Nicolò Aquino Varchi Venturi Pompeo Vico Vigne (Delle) Piero Virgilio Vives Gian Lodovico P. bicordato da un suo discepolo Di un luogo del Purgatorio di Dante, che non sembra essere stato ancora dichiarato pienamente Sopra un luogo della Cantica del Paradiso JuAverroè della divina Commedia Alcune osservazioni sulla Fortuna di Dante Sopra un luogo del canto del Paradiso. Di un luogo filosofico della divina Commedia. Tavola dei luoghi del Poema di Dante chiosati o citati da P., Tavola degli Autori o libri allegati nelle Chiose. cf. Alessandro Paganini. Carlo Pagano Paganini. Paganini. Keywords: Alighieri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Paganini” – The Swimming-Pool Library.h

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pagano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’eroe – filosofi agiustiziati – la scuola di Brienza -- filosofia basilicatese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Brienza). Filosofo italiano. Brienza, Potenza, Basilicata. Essential Italian philosopher. Uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo ed un precursor edel positivismo, oltre ad essere considerato l'iniziatore della scuola storica napoletana del diritto. Personaggio di spicco della Repubblica Partenopea, le sue arringhe contornate di citazioni filosofiche gli valsero il soprannome di "Platone di Napoli". Nato da una famiglia di notai,  si trasfere a Napoli. Studia sotto l'egida di Angelis, da cui apprese anche gli insegnamenti del greco. Frequenta i corsi universitari, conseguendo la laurea con il “Politicum universae Romanorum nomothesiae examen” (Napoli, Raimondi), dedicato a Leopoldo di Toscana ed all'amico grecista Glinni di Acerenza. Studia sotto Genovesi, il cui insegnamento fu fondamentale per la sua formazione, e amico di Filangieri con cui condivide l'iscrizione alla massoneria. Appartenne a “La Philantropia,” loggia della quale e maestro venerabile. Inoltre, i proventi dell'attività di avvocato criminale gli consenteno di acquistare un terreno all'Arenella, dove costitue un cercchio, alla quale partecipa, tra gli altri, Cirillo. Insegna a Napoli, distinguendosi come avvocato presso il tribunale dell'Ammiragliato (di cui diviene poi giudice) nella difesa dei congiurati della Società Patriottica Napoletana Deo, Galiani e Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte. Incarcerato in seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato condannato per corruzione che lo accusa di cospirare contro la monarchia. Venne liberato per mancanza di prove. Scarcerato ripara clandestinamente a Roma, dove e accolto positivamente dai membri della Repubblica. Insegna al Collegio Romano, accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo indispensabile per vivere. Tra i suoi seguaci e allievi, il  rivoluzionario Galdi.  La libertà è la facoltà di ogni uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli piace, colla sola limitazione di non impedir ad’altro uomo di far lo stesso. Il Giudice Speciale lo schernisce dopo avergli letto la sentenza di morte. Ritratto di Giacomo Di Chirico. Lasciata Roma, si sposta per un breve periodo a Milano e, dopo la fuga di Ferdinando IV a Palermo, fa ritorno a Napoli, divenendo uno dei principali artefici della Repubblica, quando il generale  Championnet lo nomina tra quelli che doveno presiedere il governo provvisorio. La vita della repubblica e corta e molto difficile. Manca l'appoggio del popolo, alcune province sono ancora estranee all'occupazione francese e le disponibilità finanziarie sono sempre limitate a causa delle sovvenzioni alle campagne napoleoniche. In questo breve lasso di tempo, ha tuttavia modo di poter realizzare alcuni progetti. Importanti in questo periodo sono le sue proposte sulla legge feudale, in cui si mantiene su posizioni piuttosto moderate e il progetto di Costituzione. Essa per la prima volta stabilisce la giurisdizione esclusiva dello stato napoletano sul diritto civile e, tra le altre cose, prevede il de-centramento amministrativo. Prevede inoltre l'istituzione dell'eforato, precursore della corte costituzionale. Il suo progetto rimase tuttavia inapplicato a causa dell'imminente restaurazione monarchica. Si distingue sostenendo altre leggi di capitale importanza come quella sull'abolizione dei fedecommessi, sull'abolizione delle servitù feudali, del testatico, della tortura. Con la caduta della repubblica, dopo aver imbracciato le armi che difendeno strenuamente gl’ultimi fortilizi della città assediati dalle truppe monarchiche, e arrestato e rinchiuso nella "fossa del coccodrillo", la segreta più buia e malsana del Castel Nuovo. E in seguito trasferito nel carcere della Vicaria e nel Castel Sant'Elmo. Giudicato con un processo sbrigativo e approssimato, e condannato a morte per impiccagione. A nulla e valso l'appello di clemenza da parte dei regnanti europei, tra cui lo zar Paolo I, che scrive al re Ferdinando. Io ti ho mandato i miei battaglioni, ma tu non ammazzare il fiore della cultura europea. Non ammazzare P,, il più grande filosofo di oggi. E giustiziato in Piazza Mercato, assieme ad altri repubblicani come  Cirillo,  Pigliacelli e  Ciaia. Salendo sul patibolo, pronuncia la seguente frase. Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma l'Italia, o signori, si farà. Italia si fara. Italia, o signori, si fara. Proclami e sanzioni della Repubblica napoletana, aggiuntovi il progetto di Costituzione, Colletta. Esponente fra i più rilevanti dell'Illuminismo merita di essere preso in esame dalla nostra prospettiva per la visione consegnata ai Saggi politici, un'opera a carattere filosofico -- di ‘filosofia civile' per l'ispirazione complessiva e il disegno di fondo in cui i diversi elementi della sua multiforme natura sono orientati verso un unico obiettivo. E anche per la filosofia politica, che emerge in tutta la sua peculiarità da un lavoro pur dai caratteri tecnici obbligati come il Progetto di Costituzione della Repubblica napoletana, da lui personalmente redatto.  Saggi: “Burgentini”, “Oratio ad comitem Alexium Orlow virum immortalem victrici moschorum classi in expeditione in mediterraneum mare summo cum imperio praefectum”; “Gli Esuli tebani. Tragedia” (Napoli); “Contro Sabato Totaro, reo dell'omicidio di Gensani in grado di nullità aringo” (Napoli); “Il Gerbino tragedia” e “Agamennone: monodramma-lirico” (Napoli, Raimondi); “Considerazioni sul processo criminale (Napoli, Raimondi); “Ragionamento sulla libertà del commercio del pesce in Napoli. Diretto al Regio Tribunale dell'Ammiragliato e Consolato di Mare” (Napoli); “Corradino: tragedia” (Napoli, Raimondi); “De' saggi politici”(Napoli, aRaimondi); “L' Emilia: commedia” (Napoli, Raimondi); “Saggi politici de' principii, progressi e decadenza della società” (Napoli); “Discorso recitato nella Società di Agricoltura, Arti e Commercio di Roma nella pubblica seduta del di 4 complementario anno 6° della libertà, Roma, presso il cittadino V. Poggioli. “Considerazionisul processo criminale” (Milano, Tosi e Nobile); “Principj del codice penale e logica de' probabili per servire di teoria alle pruove nei giudizj criminali”; “principj del codice di polizia” (Napoli, Raffaele). Le opere teatrali  non furono mai rappresentate in pubblico. Le mette in scena privatamente nella sua villa dell'Arenella. Sono caratterizzate da temi prevalentemente sentimentali mascherando i temi civili che pur in esse sono presenti, con funzione quindi pedagogica nei confronti del popolo.  Intitolazioni e dediche  Statua di P. a Brienza. Al giurista lucano sono state dedicate alcune opere letterarie come Catechismo repubblicano in sei trattenimenti a forma di dialoghi di Astore e P., ovvero, della immortalità di ROVERE Nella Corte d'Assise di Potenza fu collocato un busto marmoreo in suo onore, opera di Antonio Busciolano. Gli venne dedicato il Convitto nazionale P. di Campobasso, con regio decreto firmato da Vittorio Emanuele II. Alcune logge massoniche furono intitolate a suo nome, come quella di Lecce e di Potenza.. Nel Venne inaugurato un busto in marmo ai giardini del Pincio (Roma), realizzato da Guastalla. Il suo personaggio apparve nel film Il resto di niente di Antonietta De Lillo, interpretato da Mimmo Esposito. Elio Palombi, Pagano e la scienza penalistica; Giannini, Tessitore, Comprensione storica e cultura, Guida; Gorini, Ricordanze di trenta illustri italiani, Minerva, Perrone, La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione. Con la corrispondenza massonica e altri documenti, Palermo, Sellerio, A. Pace, Annuario, Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo Kluwer Italia, Addio, Le Costituzioni italiane: Colombo, Lazzari: una storia napoletana, Guida, Cilibrizzi, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia, Conte, Alessandro Luzio, La massoneria e il Risorgimento italiano: saggio storico-critico, Volume 1, Forni, Vittorio Prinzi, Tommaso Russo, La massoneria in Basilicata, Angeli, Carlo Colletta, Proclami e sanzioni della repubblica napoletana, aggiuntovi il progetto di Costituzione di P., Napoli, Stamperia dell'Iride, Dario Ippolito, il pensiero giuspolitico di un illuminista, Torino, Giappichelli, Nico Perrone, La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione, Palermo, Sellerio, Venturi, Illuministi italiani, Riformatori napoletani, Milano-Napoli, Ricciardi, Repubblica Napoletana Repubblicani napoletani giustiziati  Deo. Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Considerazioni sul processo criminale, su trani-ius. Progetto di Costituzione della Repubblica Napoletana, su repubblica napoletana. Principii del codice penale, su trani-ius. Relazione al Convegno di Brienza su P., dsu trani-ius. Dell origine delle pene pecuniarie. De' progresivi avanzmenti della sovranità per mezzo de’ giudizi. Del maggior estabilimento de' giudizi. Pruove storiche. Preso de' Creci giudica della Socieeta. Del duello. Degl’altri modi aduprati ne’ divinigiu dizj. Della Fortura. Prüove storiche. Coltura inquest 'ultimo periodo della barbarie. Dello sviluppo della macchina; e del miglioramento del costume, dello Spirito, e delle 79 quanto elle conferial miglioramento del costume ca, e della origine del commercio,  di antichitd LINGUE de’ popoli. De’ giudizj degli’aprichi Germani, e de' Scioglimento di una opposizione alleco Se dette. De principi della giurisprudenza de'bar De divini giudizj. Nuova explicaziure di un famoso puntu della legislazione di questi tempi, dello stato delle proprietà, e dell'agri. Dell;origine dell'ospitalitita, e come, delle arti e delle scienze di cotest'epur 78 barbari della mezza età  della religione. de principi e progressi delle società colte. L'estinzione della indipendenza privata, la liberta civile, la moderazione del governo formano l'esenziale coltura delle nazioni. Dell'origine della plebe, e de' suoi drit 'ti. Delle varie cagioni, dalle quali nascono gono dalla varia modificazione della macchina.  De'climi più vantaggiosi all'ingegno ed al valore Ea lerge non frena la libertà, mala garantisce e la difende  vi e polite.  i diversi governi, e primieramente delle interne. Della educazione. Dell'esterne cagioni locali, che sul diverso governo hanno influenza, Del clima. diversi. Del rapporto della società colle potenze straniere; della libertà, e delle cagioni, che la tolgono; come la legge civile pofanuocere alla De'diversi elementi della Citta. Della legge universale, e dell'ordine cosi fisico, come morale. Come le forze, ed operazioni morali for. Come secondo i varj climi nascono governi libertà, inducendo la servitù. Della liberta politica. Delle due proprietà di ogni moderato, Del dritto scritto, delle leggie giu e regolar governo risprudenza de' colti popoli,  La moltiplicazione degli uomini è maggiore negli stati guerrieri, che ne'commer. del gusto e delle belle arti, del piacevole. Del rafinamento del gusto,de varj fonti del piacere. Delle leggi agrarie dell'antiche republiche. Della galanteria de popoli colti. Della galanteria de barbaritempi. Delle arti di lullo de’ populi politi, Dela monetate dele Finanze, dell'oggetto delle belle arti, e del gusto, dell'ingegno creatore, delloSpirito, e costume delle colte nazioni. Delle sorgenti del Genio. Quali governi fieno per loro natura guerrieri, equali commercianti Quali cose forminu la bellezza nelle arti imitative. L'unit. forma e la bontd, e la bellezza degl’elleri. Proprieta. bliche, e della violentari partizione de poderi. Di due generi di stati o'conquistatori, o commercianti, di unterzogenere distato nè. com, Divisione delle belle arti. De' contrasti, opposizione, antitesi, Del dilicato, del forte, del sublime, dela delle grazie, e dell'interesse sempre vivo, decadenza delle belle arti delle nazioni, e della prima di elle, cive dello sfibramento della macchina dell'uomo, e delle zioni dalla prima, e del novello stato selvaggio. Generale prospetto della storia del regno. Del progresso e perfezione delle belle arti. Dell'epoche progresive de'varii ramı delle belle arti. Del corso delle belle arti IN ROMA, e nella moderna Italia, conseguenze morali; della corruzione de' regolari governi, la quile rimena la barbarie. La grandezza ne' popoli colti ne'barbari, la dilicatezza, e sublimitd è maggiore. Delle Scienze, e delle arti delle nazioni corrotte. Divisone dal dispotismo; della decadenza delle anzioni; delle universali cagioni della decadenza. Diversità della seconda barbarie delle na; del corso delle nazioni di Europa. Dell 'inondazione de'barbari, e delri Jorgimeuto dell'europea costura. Le note segnate colle pa Dello ftata degl’uomini, che sovravissero alle vi. focievole. cende della natura . liare . Del secondo stato della vita selvaggia. Dei varii doveri, e dritti de'compagni, coloni, Del primo stato della vita selvaggia. Del terzo fato della vita selvaggia, delle cagioni che strinfero la sociesà fami Del vero principio motore degli uomini al vivere. Delle due specie de' bisognififci, emorali. Della distinzione delle famiglie, dell'origine della nobiltà, dell'incremento delle famiglie e dell'origine de famoli, e delle varie lor classi. fervi. Del quarto stato della vita selvaggia.  re Società . Della domestica religione di ciascuna famiglia, Dell'origine dell'anzidetta religion domestica; Si Ricapitulazione de'diversi stati della vita selvago.  Degli affidati, e de'vafalli della mezza età. ST Paragone tra compagnoni de’ Germani, fooj de Greci, e i cavalieri erranti degli ultimi barba L'impero domestico ficonrinnòneleprime barba, dell'antropofagia y o fia del pasto delle carni u m d ri tempi. 64 gia. Della religione de'selvaggi, de'costumi de'selvaggi, Del secondo periodo delle barbare nazioni.  e di coloro, che  ghi .  ins 116 se de'pa V. blici militari consigli, dello stabilimento del le città e del primo periodo delle barbariche società. conviti . Chene'tempi degli Dei fi tennero iprimi pub, della teocrazia, dello stato della religione del le prime società, dell'influenza della religione in tutti gli affari de'barbari. la componevano.  Del primo passo dele selvagge famiglie nelcorso civile, ossia dell'origine de vichi. Dell'origine de' tempj, é di'pubblici, ésacri Della sovranità della concione, i20 СА. Dell idee degli antichi intorno allamonar·  Della forma della romana repubblica nel secondo, del governo de primi greci, de'costumi, del genio di questa età, e della tral de'costumi di questa età della fo Dell'arti. Saggio. Dell’origine e stabilimento Dello stabilimento delle città e del primo period, Che ne'tempii degli Dei si tennero i primi pubblicimilitariconsigli, della teocrazia, dello stato della religione delle prime società Dell'influenza della religione in tutti gli affari dei barbari componevano. Dell'idee degli antichi intorno alla monarchia Della forma della romana repubblica nel secondo Del governo feudale di tutte le barbare 'nazioni, della sovranità della concione e di coloro che la Del governo de’ primi Greci. De 'giudizi nel secondo periodo della barbarie di periodo della barbarie ROMA. De'costumi,del genio di questa età edellatrasmi. Continuazione de costumi di questa età della so, Del progresso delle barbare società : del terzo ed ultimo loro periodo. De’ progressivi avanzamenti della sovranitàper mezzo bari tempi esercitato da're. De'principii della giurisprudenza de'barbari. Del diritto della proprietà . grazione delle colonie de barbari Il potere giudiziario non venne negli eroici e bar. de'giudizi . cietà Delle arti e cognizioni di questa età. Del maggiore stabilimento del giudiziario potere. Del duellil degli’altri modi adoprati ne'divini giudizi. Dello stato della proprietà e dell'agricoltura in Dello sviluppo della macchina e del miglioramento del costume, DELLO SPIRITO ROMANO E DELLA LINGUA ROMANA. dconferi al miglioramento del costume de popoli . Dell' arti e delle scienze di cotest'epoca, dell'ori quest'ultimo periodo della barbarie . gine del commercio . De'divini giudizi Della legislazione di questi tempi . Dell'origine dell'ospitalità, e come e quanto ella Della tortura Della religione o dest civile, la moderazione del governo formano l'essenziale coltura delle nazioni. Dell'origine della plebe e de'suoi diritti verni, e primieramente delle interne. Delle varie cagioni dalle quali nascono idiversi go hanno influenza. Come le forze ed operazioni morali sorgono dalla Della società colta e polita. L'estinzione dell'indipendenza privata, la libertà De'diversi elementi della citt. Della educazione. Dell'esterne cagioni locali che sul diverso governo Del clima varia modificazione della macchina De'climi più vantaggiosi all'ingegno ed al valore. Secondo i vari climi nascono governi diversi. Della libertà e delle cagioni che la tolgono Della legge universale e dell'ordine cosi fisico co Delle varie specie della legge, e della legge civile . La legge non toglie la libertà, ma la garantisce. Vera idea della libertà civile. Come la legge positiva possa nuocere alla libertà civile. Della legge relativamente alla proprietà. Del rapporto della società colle potenzę straniere me morale, Della libertà politica. Della giusta ripartizione delle possession. Delle leggi agrarie dell'antiche repubbliche,edella forme degli stati cianti commercianti Di un terzo genere di stato né commerciante ne varia ripartizione de'poderi . Leggi ed usi distruttivi della proprietà Delle varie funzioni della sovranità e delle varie. Di due generi di stati, o conquistatori o commer. Quali governi sieno per lor natura guerrieri e quali. La moltiplicazione degli uomini e maggiore negli stati guerrieri che ne commercianti conquistatore. Partizione della legge civile, qualità delle leggi Della moneta e delle finanze   Dell'arti di lusso de'popoli politi zioni  Dello spirito e costume della nazione italiana. Della passione dell'amore de'popoli colti. Della decadenza delle na. . Della corruzione delle società . Stato delle cognizioni in una nazione corrotta. Costumi e carattere delle nazioni corrotte. Della galanteria de'tempi cavallereschi . Cagioni fisiche e morali della decadenza della sociela Divisione del dispotismo. Del civile corso delle nazioni d'Europa Dell'inondazione de'barbari e del risorgimento del Discorso sull'origine e natura della poesia. Del metodo che si tiene nel presente discorso Dell'origine del verso e del canto.  Le barbare nazioni tutte son di continuo in una vio leuza di passioni, e perciò parlano cantando Origine ed analisi delle prime lingue dei selvaggi e Diversità della seconda barbarie delle nazioni dalla prima, e del novello stato selvaggio l'europea coltura barbari Dėll'interna forma ed essenza poetica, è propria mente della facoltà pittoresca de primi poeti, Della maniera di favellar per tropi, allegorie e caratteri generici; ANALISI DI ALQUANTE VOCI LATINE le quali fu rono traportate dalle prime sensibili nozioni a rap  Della personificazione delle qualità de'corpi nata dalle prime astrazioni della mente umana. Per quali ragioni tutte le cose vennero animate Continuazione universale Della qualità patetica dell'antica poesia e de'co  Ricapitolamento di ciò che si è detto  presentarne dell'altre . La poesia è un genere d’istoria, ossia un'istoria. rica dell'antica poesia. Dell'origine della scrittura. Dalle vive fantasie de'selvaggi lori dello stile. Più distinta analisi della lingua allegorica e gene. Dell'origine della pantomimica, del ballo e della Dell ll'origine delle feste. Commedia, tragedia, satira, ditirambo furono in Conferma dell'anzidetta verità musica principio una cosa sola . Saggio del Gusto e delle belle arti Dell'oggetto delle belle arti e del gusto. Della nascita della tragedia Della tragedia. Dell'origine delle varie specie di poesia Delle belle arti. Divisione delle belle arti. Del piacevole e dell'interesse sempre vivo Dell'ingegno creatore. Quali cose formino la bellezza nelle arti imitative. L'unità forma e la bontà e la bellezza degl’esseri. Del raffinamento del gusto ed e vari fonti de lpiacere. De'contrasti, opposizione, antitesi. Del dilicato, del forte, del sublime e delle grazie. Delle sorgenti del genio. La grandezza e sublimità ċ maggiore nei barbari; la dilicatezza ne'popoli colli   Decadenza delle belle arti. Del corso delle belle arti in Roma e nella moderna Continuazione. Del maggior estabilimenta del giudiziari opotere. mente  De progres sivi avanzamenti del la Sovranità per wieszo delGiudizj. De principj della giurisprudenza di barbari. Del Duello  Degli altrimodi ad opratine' d'ùinigiudizj. Della Tortura . Della legislazione di questi tempi. Dello stato della proprietà, e dell agricoltura in; Dello sviluppo della macchina, et del migliora; il potere giudiziario non venne negli eroici; e bara bari tempi esercitata da re . quest'ultimo periodo della barbarie. De divini giudiz].mento del costume, dello spirito, e dellelina gue. Dell'arti, e delle scienze dicorest'epoca, dell origine del Commercio . L'estinzione della indipendenza privatą, la liber: D e diversi elementi della città nità per Della Religione Ultimo Dell'esternecagioni locali,che suldivariopovera Dell'originedellaplebe,ede'suoidritti. 7wotere. 20 94 iebare Delle variecagioni dalle quali nascono i diversi governi, e primi eraniente dell"interne. Della educazione rà civile, la moderazione del gover formand l'essenziale coltura delle nazioni; Dell originedell'ospitalità, e come, e quanto ella confert al miglioramento del costume de popoli . leforzeed operazioni morali sorgono dala Come modificazione dellamacchina. la varia lore i ed al vas P. X. Secondo i varj climi nascono governi diversi. Delle varie specie della legge, e della legge ci vile . La leggenon togliela libertà, ma carentisce la vera idea della libertà civile . Della libertà politica.  Del clima . De climipiùvantaggiosi all'ingegno, CA Come la legge positiva possa nuocere alla libertà civile . Dellaleggeuniversale, edell'ordinecasi fisico, come morale, Della legge relativamente alla proprietà. no hanno influenza: Del rapporto della società colle potenze stranie. Della libertà, e delle cagioni, che la tolgono, Quali governi sieno per lor natura guerrieri,e quali commercianti, Della passione dell'amore de popolicolti. Delle varie funzioni della sovranità, e delle varie forme degli stati. Di due generi distari, o conquistatori, o coma mercianti. Di un terzo genere di stato nel commerciante nd conquistatore. La moltiplicazione degli uomini a maggiore negli stari guerrieri, che ne commercianti. Partizione della legge civile, qualità delle Lego gi. Dellagiust:ripartizionedelepossessioni. Dello leggiagrarie dell'antiche repubbliche, e del la varia ripartizione de'poderi. Leggi, ed usi distruttivi della proprietà . Della moneta delle Finanze. Dello spirito e costume delle colte nazioni.  Della galanteria de tempi Cavalereschie. Dell arti di lusso de'popoli politi, Costumi, e carattere delle nazioni corrotte . Diversità della seconda barbarie delle nazioni dala laprima, è del novello stato selvaggio, Del civile corso delle nazioni di Europa . Dell'inondazione de barbari, e del risorgimento delloeuropea coltura seri e delle crisi, per mezzo delle quali si Dell'estrinseche morali cagioni, che turbano il naturaleedordinariocorsodelleNazioni pag. Della varia efficacia delle anzidette cagioni orientale Delle varie fisiche catastrofi. Delle differenti epoche delle varie fisiche cata Ragioni del Vico contra l'antichità e la Sapienza. Dell'antichissima coltura degli Egizie de' Caldei» De 'Caldei. strofi della terra Della contesa delle nazioni sulle loro antichità. Dellà successione di varie fisiche vicende  Del disperdimento degli uomini per mezzo delle naturali catastrofi  Delle morali cagioni attribuite dagli uomini igno ranti a'fisici fenomeni Delle diverse cagioni delle favoleDelle diverse affezioni degli uomini nel tempo delle crisi Delle crisi di fuoco -- continuazione dell'analisi degli effetti prodotti nello spirito dallo sconvolgimento del ce Della verosimiglianza del proposto sistema.   VIantichissime nazioni orientali. Del modo come sviluppossi l'uomo dalla terra Dello stato primiero della terra e degli uomini, e delle varie mutazioni sulla terra avvenute »Seconda età del mondo Originė degli uomini secondo il sistema delle . Sviluppo dell'anzidetta platonica dottrina sui due Della favola di Pandora. Dello spirito delle prime gentili religioni periodidelmondo. Prima età del mondo » 140 9 142 ed origine della secondo l'antichissima teologia Sviluppo dello spirito umano, ·religione   Dell'invenzione dell'arti,e degli usi giovevoli L'ordine della successione delle varie catastrofi Dello stato de popoli occidentali dopo 1°Atlantica catastrofe Del diluvio di Ogige, e di Deucalione Delle morali cagioni che diedero all'anzidetta favola l'origine,ed'altre favole eziandio porto. Ricapitolazione Diunaparticolarecrisidell'Italia alla vita si ritrova solo nella mitologia Dell'Atlantica catastrofe . che alla medesima catastrofe hanno rapDello stato degli uomini, che sopravvissero'alle vicende Del terzo stato della vita selvaggia . Delecagioni,chestrinserolasocietàfamigliare, Del vero principio motore degli uomini al vivere socie Della distinzione delle famiglie, o dell'origine della  Pag. 5 della natura .  yole .Del primo stato della vita selvaggia. Del secondo stato della vita selvaggiaDelle due specie de' bisogni fisici, e morali . nobiltà.   Dell'incremento dele famiglie, e dell'origine defa Dei varjdoveri, ediritti de’ compagni, coloni, eservi. Degli affidati, e de vassalli della mezza età. Paragone tra'compagnoni de'Gerinani,socj de Greci, eicavalierierranti degliultimi barbari tempi. Del quarto stato della vita selvaggia . L'impero domestico si continuò nelle prime barbare  Dell'anıropofagia, o sia delpasto delle carni umane . Ricapitolazione de diversistatidellavitaselvaggia.moli, e delle varie ior classi.  Della religione de' selvaggi . Della domestica religione di ciascuna famiglia .' Dell'origine dell'anzidenta religion domestica.  e ' . società . De costumi de'selvaggi. Del primo passo delle selvagge famiglie nel corso civile, ossia dell'origine de'vichi,ede'paghi. Dello stabilimento delle città, e del primo periodo delle Del secondo periodo delle barbare nazioni Dell'origine de tempj, e de'pubblici, e sacri con. viti. Chene tempjdegli Deisitenneroiprimi pubblicimi Dello stato della religione delle prime società . Dell influenza della religione in tutti gli affari de' baru Della sovranità della concione, o di coloro, che la componevano.  Del governo de primi Greci, litari consigli. Della Teocrazia. bari barbariche società. 1ell'idee degli antichi intorno alla monarchia; DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo periodo della barbarie, Del governo feudale di tutte le barbare nazioni. Di costuini, del genio di questa età, e della trasmi Continuazione de’ costumi di questa età della società; Dell'arti, e cognizioni di questa età; del dritto della proprietd;  Della sorgente de dritti in generale, e di quello della proprieta; Del progresso della proprietd, e dell'ori De’ costumi, del genio di questa età, e del  Delle arri, e cognizioni di questa; Del progresso delle barbare società, ossia del terzo; DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo -- Parlando LIVIO (si veda) dell'elezione, che dove a farsi del re per LA MORTE DI ROMOLO (si veda), adopra sì, fatta espressione. Summa potestate populo perinissa. E soggiunge. Decreverunt enim (Senatores), ut cum populus jussisset, id sic ratum esset si patres auctores fierent. Quindi tu convocata la concione, e VENNE ELETTO NUMA (si veda). E l'istesso autore dell' elezione di Tullo Ostilio dice: regem populus jussit, patres auctores facti. I senatori fiebant auctures. Perchè tutte le cose prima eran proposte nel SENATO, indi alla concione recate. Auctor è l'inventore, il proponitore, il principio, ed origine della cosa .periodo della barbarie. Questi furono i QUIRITI, cioè gl’armati di asta : avvegnachè, come gl’altri popoli barbari uella concione, ne’ comizi on differente affatto dal regno eroico è il governo de’ primi ROMANI. ll re ad un SENATO prese deva, e con senatori prende le deliberazioni, le quali nella grand'assemblea del popolo ricevevano la sanzione di legge. Il POTERE de' primi re di Roma è  LIMITATO così -- come quello di tutti i riegnanti de' tempi eroici. La sovrana dello stato era la concione, che compone sida que' capi delle tribù e delle curie, i quali sono detti decuriones e tribuni, che, uniti, votano per le di loro curie, e tribù, come ne'parlamenti nostri I baroni rappresentano le di loro terre, e città. E serva, E tal antico costume VIRGILIO (si veda) dipinge negl’eroici compagni d'ENEA (si veda). DVCTORES TEVCRIM PRIMI ET DELECTA IVVENTVS CONSILIVM SVMMIS REGNI DE REBVS HABEBANT SCANT LONGIS ADNIXI HASTIS ET SCULA TENENTES -- e poi per varj gradi, e dopo molto correr di tempo alla libertà pervenne, e tardi assai acquista il diritto alla magistratura. Prima ottenne di es Da più luoghi di Omero si ravvisa il costume medesimo de’ greci. Ed è questo un generale costume di tutte le barbare genti adoprato nelle generali assemblee. Perché i barbari, temendo ognora le sorprese de’ nemici, stanno sempre in su l'armi, nè confidano la di loro sicurezza personale, anche tra’ cittadini, alla legge, ma al di loro braccio soltanto, TACITO de' Germani: ut turbae placuit, considunt armati. Tum ad negotia, nec minus suepe ad convivia procedunt armari – LIVIO 1. De’ Galli dice, In his nova, terribilisque species visa est, quod armati -- ila mos gentis --  in concilium venerunt, OVIDIO (si veda) ci attesta l'istesso de' Sarmati, degl’Umbrici STOBEO (si veda) radunavansi que' capi coll'ASTA alla mano, la quale portano per SIMBOLO del loro impero, non che per la propria difesa. La plebe è tanto serva in ROMA quanto presso i germani, i galli, i greci. La plebe non ha parte nella concione. Questo argomento è dal nostro gran VICO (si veda) ampiamente trattato. VICO sviluppa l'intero sistema del governo romano, e dispiegando il corso della storia di quel popolo dimostra che per gran tempo in Roma la plebe è dell'intutto ser affrancata, poi consegui il bonitario dominio, cioè l'utile, e dipendente dal diretto, che i nobili possedeno. Quindi fa acquisto del perfetto e compiuto dominio, detto QUIRITARIO, perchè è pria de' soli quiriti, ossia de’ PATRIZJ e NOBILI ROMANI; e finalmente ha voto nell'assemblea, e partecipe divenne della REPUBBLICA, CHE DA RIGIDA ARISTOCRAZIA IN POPOLARE ALLA FIN SI CANGIA. Come nel prin [Populus de’ Latini valse da principio, quanto “laos” de' Greci, che significa una tribù, una popolazione. Quindecim liberi homines populus est. Apuleius in Apol. E GIULIO CESARE dice nel de bello Gall. si quisant privatus, aut populus eorum decreto non stetit. Ove dinota “populus”, popolazione, tribù. Ma se “populus” da principio dinota una speciale popolazione, e tribù, nel progresso si prende tal voce per la radunanza di tutte le tribù, che componeno la città. Ma venneno rappresentate queste tribù da’ capi detti tribuni, nome che resta per dinotare militari magistrati, come tribuni milia Eum. Ma prima significa anche i civili, cio è i giudici, onde “tribunal” si dice il luogo ove amministravasi giustizia. I Latini filosofi, che vennero in tempo, che ogni orma dell' antico stato e si perdut, ed e si colle cose cambiato il vampulus trasse il nome da “populus” pioppo . Perocchè questa popolazione radunasi sotto di un pioppo quando di comune interesse trattasi, secondochè in alcune terre del regno ancor oggi si usa, quando parlamentasi. E tal costume di radunare sotto degl’alberi il popolo è ben antico, e secondo la semplicità delle prime genti. Ateneo scrive che sotto di un platano i primi re della Persia davan udienza a' litiganti, e decidevano le liti. E per avventura pocinio la plebe puo avere il diritto di suffragio ne’ comizj, non avendo proprietà nè reale, nè personale. Tale è il corso che fa la romana repubblica, come quel valentuomo dimostra, non dissimile da quelle dell'altre barbare nazioni. Egli è però vero che un'intempestiva tirannide turbo per poco il corso regolare di quella città. I re presero in Roma sin dall'albore de’ suoi giorni vantaggio “grandissimo su gl’altri prenci, e capi. Il popolo romano e più tosto un esercito, e la città un campo, e un militare alloggiamento, quella feroce, e marziale gente e sempre in guerra, e, come il lupo, verace emblema del suo genio nativo nutrivasi di sangue e distruzione. Or se come ben anche Aristotile osserva parlando degl’eroici regni, era nella guerra maggiore il poter del re presso tutte le barbare nazioni, meraviglianonè, se il capitan dell'armi, il duce della guerra, il usurpato una straordinaria potenza in Roma. Il potere esecutivo sempre ne’ empi di guerra, come il mare nelle tempeste diffondesi sulla terra, guada gpa sul poter legislativo. Ma i re di Roma sforniti di straniera milizia in vanu tentarono ritenere colla  re lor delle parole, ricevendo la tradizione, che il popolo ne' cominciamenti di quella repubblica nell'assemblea radunato dispone della pubbliche cose, s'ingannarono credendo che la plebe ben anche quivi votasse. Nella Scienza Nuova avesse forza quel potere, che avean acquistato coll’autorità. Vennero discacciati da quella repubblica, ed ella ben tosto ri-entra nel suo ordinario cammino. De’ giudizj nel secondo periodo della barbarie di Roma. Le due ispezioni della publica asemblea sono in Roma in questa epoca della barbarie la guerra esterna e la persecuzione de’ ribelli cittadini. Ma le cose private, la personal difesa, la particolar vendetta venne per anche ai privati affidata. L'impero domestico conserva il suo vigore. I feroci padri di famiglia non cedeno ancora la di loro sovrana e regia autorità, se non per quella parte che rimira la pubblica difesa, onde venne composto l'unico sociale legame. Ma rimane intatta, ed illesa la di loro sovranità riguardo alle loro famiglie, e alla privata difesa ed offesa. Viveno ancora nello stato di privata guerra. Il ferro decide delle loro contese, e col privato braccio prenden rendetta delle private offese. Il popolo dunque, che radunasi in Roma in quest'età nell'assemblea,  è quella popolazione, o truppa de’ servi, clienti, e compagni guidata dal suo capo, e il voto suo è quello del suo signore che dove sostenere, e difendere, ubbidire, e seguir nella guerra, da cui non forma persona diversa secondo le cose già dimostrate. Niun'altra nazione ci conserva monumenti più chiari dello stato della privata e civile guerra del popolo romano. Il processo romano è la storia del duello, per mezzo di cui terminano que' barbari abitatori dell'Aventino le loro contese, tutti gl’atti, e le formole di tal processo altro non che i legittimi atti di pace sostituiti a que' primi violenti modi. Quando la concione, ossia il governo, comincia a mischiarsi nelle private contese, a poco a poco il duello abole, e cangia il modo d i contrastare, rilasciando in tutto l'apparenza medesima, le formole, e gl’atti stessi: la guerra armata in LEGALE COMBATTIMENTO è tramutata. Secondo che altrovesi è deito, i riti, e le formole sono la storia dell'antichissima età delle nazioni. Ciocchè l'acutissimo VICO (si veda) al proposito di alcune formole dell'antico processo romano osserva.  Sono. Ma il processo civile ci conserva le formole dell'antica barbarie, e non già il criminale. Il civile nasce ne'tempi alla barbarie più vicini. Più tardi  ha l'origine il giudizio criminale. I barbari soggettano prima i loro averi all'arbitrio altrui che le proprie persone. L'ultima cui si rinunzia da costoro è la vendetta personale. Meno si sacrifica della naturale indipendenza, rimettendo nelle mani di un terzo i diritti della proprietà che quelli della persona. Quindi i pubblici giudizii essendo sorti nel tempo della coltura, non serban gran vestigii dello stato primiero. Francesco Mario Pagano. Mario Pagano. Pagano. Keywords: eroe, massone, Italia si fara, Roma, Aventino, Vico, Livio, Romolo, Numa, Giulio Cesare, patrizj, nobili Romani, forma aristocrazia della prima repubblica, tribu, curia, tribuni, diacuriani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pagano” – The Swimming-Pool Library.  

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Paggi: la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali degl’ebrei -- filosofia ebrea – “Ebrei d’Italia” – la scuola di Siena -- filosofia toscana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Siena). Filosofo italian. Siena, Toscana. Grice: “C. of E. folks are all over the place – but how many of them actually KNOW Hebrew!?”” -- essential Italian philosopher. Filosofo. Insegna a Lasinio, Tortoli e a Ricci. Svolge per diversi anni l'attività di mercante nella sua città natale. Abbandona il commercio ed aprì un istituto. Insegnante ed educatore nello stesso istituto, sviluppando un metodo logico, facile ed ameno insieme. La Comunione israelita lo volle a Firenze, dove Paggi si trasfere con la moglie e i cinque figli. Insegna nelle Pie Scuole fiorentine, mentre i figli Alessandro e Felice avviarono una casa editrice. Tra i testi pubblicati vi furono anche le opere del padre, apparse nella collana «Biblioteca Scolastica». Scrive inoltre una grammatica e un lessico ebraici per i suoi figli. Per opera della moglie sorse a Firenze un istituto. “Ebrei d'Italia” (Livorno, Tirrena); “Una libreria fiorentina del Risorgimento” (Firenze, Ciulli). Mordecai Paggi. Paggi. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Paggi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pagliaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali dei siculi – la scuola di Mistretta -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mistretta). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Mistretta, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher. Linceo. Fu uno dei fondatori della scuola di romana. Fra i padri della semiologia, ha introdotto gli studi sul pensiero linguistico. Dopo il diploma al Regio Ginnasio di Mistretta, si iscrisse al corso di laurea a Palermo, dove ebbe, tra gli altri, come docenti Nazari, Pitrè, Gentile e Guastella. Si trasfere poi a Firenze dove subì l'influenza di Vitelli, Antoni e Pistelli. Partecipa volontario come sottotenente del Corpo degli arditi, e fu insignito della medaglia d'argento al valor militare. Si iscrisse all'Associazione Nazionalista Italiana e  prese parte all'Impresa di Fiume al seguito di Annunzio. Si laureò discutendo con Parodi e  Pasquali la tesi Il digamma in Omero. Trascorse un periodo di studio in Germania, seguendo corsi di linguistica latina di Meister. Seguì i corsi di Kretschmer a Vienna. Ritornato in Italia, conseguì la libera docenza in indoeuropeistica, quindi fu chiamato da Ceci ad insegnare, per incarico, storia comparata delle lingue romanzi a Roma. Vinto un concorso a cattedre, divenne ordinario di glottologia, nuova disciplina che ereditava il corso di Storia comparata delle lingue romanzi. Insegnò anche "Storia e dottrina del fascismo"  e "Mistica fascista.” Aderì al Partito nazionale fascista e ne fu uno degli intellettuali di spicco, presiedendo anche alcune edizioni dei Littoriali della cultura, che ogni anno raccoglievano i migliori universitari italiani. Fu primo capo redattore dell'Enciclopedia Italiana, dove curò numerose voci, fin quando non entrò in contrasto con il conterraneo Gentile, che dirigeva l'opera. Non figura tra gli accademici d'Italia, ma fu eletto al Consiglio superiore dell'educazione, dove rimase fino allo scioglimento.  Fu voluto da Mussolini alla guida del “Dizionario di politica” dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, una ponderosa opera che raccolse le migliori intelligenze del fascismo, ma anche qualche intellettuale "eretico". Il suo nome compare tra i 360 docenti universitari che aderirono al Manifesto della razza, premessa alle successive leggi razziali fasciste, anche Mauro scrive che egli dissentì dalla politica razziale del fascismo. Con la caduta del Regime fascista, è sospeso ndall'insegnamento. Reintegrato nella cattedra, insegna Filosofia del linguaggio a Roma. Presidente della sezione "Archeologia, Filologia, Glottologia" della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. Presidente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e prima socio corrispondente poi, socio nazionale dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Fu anche direttore editoriale, per la Fabbri, della Enciclopedia di Scienze e Arti. Fu rieletto, con larghissimi consensi, al Consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Nel comitato scientifico dell'Istituto nazionale di studi politici ed economici. Promotore e direttore della rivista Ricerche linguistiche e presiedette la sezione filologica del Centro di studi filologici e linguistici siciliani. Candidato alla Camera per il Partito Monarchico Popolare nella circoscrizione Sicilia orientale  e al Senato nel collegio Roma ma non e eletto. La Rai trasse un sorprendente sceneggiato per la televisione da un suo testo che dava una nuova interpretazione della vicenda di Alessandro Magno. Membro della giuria del premio Marzotto. Lascia anticipatamente l'insegnamento universitario. Palermo e la città di Mistretta hanno istituito, in sua memoria, il “P.”.  Esplora soprattutto l'antico e medio persiano, la lingua della Grecia classica, quindi il LATINO classico e medievale, nonché l'italiano dei tempi di ALIGHIERI cui ha dedicato varie opere e della scuola siciliana. Come critico letterario e glottologo, diede nuove, originali interpretazioni di VICO, ANNUNZIO e PIRANDELLO.  In ambito linguistico, già nel suo Sommario di linguistica ario-europea, che comprendeva oltre le lezioni dei suoi corsi universitari anche innovative linee di ricerca e nuove idee, delinea una nuova prospettiva di approccio e di indagine delle varie questioni linguistiche la quale viene condotta parallelamente ad un confronto storico-critico con l'evoluzione del pensiero filosofico dalla grecità alla filosofia classica tedesca. Al contempo, P. abbozza in esso prime idee sulla NATURA DEL LINGUAGGIO INTESO fondamentalmente come TECNICA ESPRESSIVA, allontanandosi così dall'idealismo crociano per avvicinarsi piuttosto al positivismo, ed analizzando in modo approfondito, ma al contempo trasversalmente alle varie discipline, la natura e la struttura dell'atto linguistico fra due inter-locutori basandosi sia sull'indagine semantica -- mediante un metodo che egli chiama "critica semantica" -- che sull'interpretazione storico-critica, fino a considerare il linguaggio come una forma di inter-azione semiotica condizionata storicamente da una tecnica funzionale, la lingua. Nel simbolismo linguistico -- soprattutto fonetico -- poi, afferma P. ne” Il segno vivente” riecheggiano non solo l'individualità ed il vissuto dell'inte-rlocutore ma anche la storia dell'intera umanità a cui egli appartiene come soggetto storico.  In estrema sintesi, si può dire che la sua teoria linguistica è una posizione unificata tra lo strutturalismo saussuriano e l'idealismo hegeliano. Altri saggi: “Epica e romanzo, Sansoni, Firenze; Sommario di linguistica ARIA, Bardi, Roma; “Il fascismo: commento alla dottrina” Bardi, Roma; “La lingua dei Siculi, Ariani, Firenze, Il comune dei fasci, Monnier, Firenze, La scuola fascista” (Mondadori, Milano); “Dizionario di Politica,” Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma); “Insegne e miti della nazione italiana, la nazione romana: teoria dei valori politici – la romanita e la razza romana, Ciuni, Palermo; Il fascismo nel solco della storia” (Libro, Roma; Le Iscrizioni Pahlaviche della Sinagoga di Dura-Europo” (R. Accademia d'Italia, Roma; Storia e Dottrina del fascismo” (Pioda, Roma); “Teoria dei valori politici” (Ciuni, Palermo; Logica e grammatica” (Bardi, Roma); “Il canto V dell'"Inferno" d’Alighieri” (Signorelli, Milano); “Il segno vivente” (ERI, Torino); “La critica semantica” (Anna, Firenze); “Il contrasto di Cielo d'Alcamo e poesia popolare” (Mori, Palermo); “Linguistica della "parola"”(Anna, Firenze);  “I primordi della lirica popolare in Sicilia” (Sansoni, Firenze); “La Barunissa di Carini: stile e struttura” (Sansoni, Firenze); “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO (Ateneo, Roma); “La parola e l'immagine” (Scientifiche, Napoli); “Poesia giullaresca e poesia popolare” (Laterza, Bari); “La dottrina linguistica di VICO” (Lincei, Roma); “Il Canto XIX dell'Inferno” (Monnier, Firenze); “Linee di storia linguistica dell'Europa” (Ateneo, Roma); “L'unità ario-europea: corso di Glottologia,” Ateneo, Roma, Ulisse. Ricerche semantiche sulla Divina Commedia,  Anna, Firenze, “Forma e Tradizione,” Flaccovio, Palermo, “La forma linguistica,” Rizzoli, Milano, Vocabolario etimologico siciliano, Pubblicazioni del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo, Storia della linguistica, Novecento, Palermo. Commento all'Inferno di Dante. Canti I-XXVI, Herder, Roma); Romanzi Ceneri sull'olimpo, Sansoni, Firenze, Alessandro Magno, ERI, Torino, Ironia e verità, Rizzoli, Milano (raccolta di elzeviri). Sottotenente di complemento, 32º reggimento di fanteria Aiutante maggiore in 2a in un battaglione di riserva, vista ripiegare una nostra colonna d'attacco, riordinava i ripiegandi e li guidava al contrattacco, respingeva il nemico che già aveva occupato un tratto della nostra linea. In un successivo attacco, sotto un intenso bombardamento e il fuoco di mitragliatrici avversarie, dava mirabile esempio di coraggio e di fermezza indirizzando intelligentemente i rinforzi nei punti più minacciati e facilitando così la conquista di ben munite e contrastate posizioni. Monte Asolone. Cfr. M. Palo, S. Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana: da Pagliaro a Mauro, Carocci, Roma,.  La scuola linguistica romana. Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli, Milano, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Cfr. Gabriele Turi, Sorvegliare e premiare. L'Accademia d’Italia, Viella, Roma,  Cfr. Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli, Milano, Cit.  Cfr. Riunioni, Cfr. Riunioni Accademia Nazionale dei Lincei  Centro di studi filologici e linguistici siciliani » La storia, su csfls. Cfr. Mininterno Camera  Mininterno Senato //opar.unior//1/Filologia_dantesca_di_P. .pdf  Cfr. D. Cesare, "Premessa", Lumina. Rivista di Linguistica Storica e di Letteratura Comparata,  Cfr. pure E. Salvaneschi, "Su Attila Fáj, maestro di «molti paragoni»", Campi immaginabili. Rivista semestrale di cultura, Cfr. Tullio De Mauro, Prima lezione sul linguaggio, Editori Laterza, Roma-Bari, Tullio De Mauro, La fede del diavolo  Istituto Nastro Azzurro   Studia classica et orientalia. Oblate, Casa Editrice Herder, Roma, Münster, M. Palo, Stefano Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana. Da Pagliaro a  Mauro, Carocci Editore, Roma, Vallone, "La „Lectura Dantis” di Antonino Pagliaro", in Deutsches Dante-Jahrbuch, Edited by Christine Ott, Walter Belardi: studi latini e romanzi in memoria di Antonino Pagliaro, Pubblicazioni del Dipartimento di Studi glottoantropoligici dell'Roma La Sapienza, Roma, Aldo Vallone, Enciclopedia Dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma, M. Durante, T. De Mauro, B. Marzullo, Pubblicazioni dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, Palermo, Bonfante, Antonino Pagliaro, Pubblicazioni dell'Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, Belardi, Pagliaro nel pensiero critico del Novecento, Calamo, Roma,  D.  Di Cesare, Storia della filosofia del linguaggio, Carocci, Roma, Mauro, Formigari (Eds.), Italian Studies in Linguistic Historiography. Proceedings of the International Conference in Honour of Pagliaro. Rome, Nodus Publikationen, Münster, Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, prefazione di Lyttelton, Unicopli, Milano, Tarquini, Gentile dei fascisti: gentiliani e anti-gentiliani nel regime fascista, Mulino, Bologna, Battistini, Gli studi vichiani di  P., Guida, Napoli, Mauro,  Dizionario biografico degli italiani, Roma, Enciclopedia Italiana Dizionario di Politica Linguistica Semiologia Filologia Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere d La Scuola linguistica romana, su rmcisadu.let.uniroma.  GRICE E PAGLIARO: IMPLICATVRA ARIA  LINGUA E RAZZA  Schlòzer da per primo il nome di  «semitico » al vasto dominio linguistico che ha il suo centro originario fra la Mesopotamia e il Mediterraneo, le montagne dell’Armenia e le coste meridionali dell'Arabia, e che per successive migrazioni  e conquiste si è allargato su una notevole parte del continente africano. Tale denominazione si richiama alla tavola dei popoli tramandata nella “Genesi”  nella quale si distinguono i popoli  discendenti da Sem, primogenito di Noè, dai popoli discendenti dagl’altri due fratelli, Cam ed Iafet. La parentela linguistica fra l'arabo e  l'ebraico, le due lingue più vitali del gruppo, e già stata notata  dai grammatici ebrei ma la precisa nozione di unità semitica, concordante con quella che se ne ha nel  mondo ebraico all’epoca in cui e redatta la Genesi è ben più recente e, nella sua formulazione scientifica, è un riflesso della precisa nozione di unità ario-europea costituitasi nel nostro tempo. Oggi il gruppo semitico si  suole distinguere in semitico orientale che comprende il babilonese  e l’assiro, e in semitico occidentale. Quest'ultimo si distingue a sua  volta in semitico nord-occidentale -- che comprende il gruppo aramaico,  di cui la più importante manifestazione è il siriaco, e il gruppo cananco, a cui appartiene l'ebraico --, e in semitico sud-occidentale, di  cui fanno parte l'arabo settentrionale e meridionale e l’etiopico.  Ad indicare la vasta unità linguistica comprendente quasi tutta  l'Europa e buona parte del continente asiatico, scientificamente accertata per primo da Bopp in uno studio comparativo sulla coniugazione, appare per la prima volta nell'Asia polyglotta di Klaproth il termine ‘indo-germanico.’ Tale termine, divenuto usuale, intende riunire i  due punti estremi del dominio linguistico considerato e si è affermato in tedesco, nonostante che le più vaste conoscenze posteriori  pongano come estrema zona ad Occidente quella del celtico e ad  Oriente il tocario. Fra tutte le denominazioni altrove usate, e cioè  “indo-europeo”, “ario-europeo”, ed “ario”, questa ultima è forse la più propria,  poichè, se non nome unitario di popolo, è certo una denominazione  che parecchi popoli del gruppo usano darsi nei confronti degl’altri  popoli. Purtroppo, in linguistica l'uso di «ario» in senso così vasto  può ingenerare confusione, essendo esso abitualmente riservato al  gruppo indoiranico. Noi tuttavia l’accogliamo come il meno improprio e anche per avere una terminologia uniforme con altre discipline,  come la paletnologia e l'antropologia che l’usano già stabilmente  nell'accezione più vasta. L'unità linguistica aria comprende oggi i  seguenti gruppi storicamente accertati: in Asia l’indiano, l’iranico, il  tocarico, l’hittito, l’armeno, il traco-frigio; in Europa l'illirico, il  greco, lo slavo, l’italico, il baltico, il germanico e il celtico. In Asia  delle lingue arie sopravvivono soltanto l’indiano, l’iranico e l’armeno;  in Europa tutte le lingue oggi parlate sono di derivazione aria, fatta  eccezione dell’ungherese, del finnico, dell’estone e del basco.  Nessuna scienza storica opera con metodo così sicuro come la  linguistica, la quale dispone di un materiale di osservazione vastis-  simo, sia attuale sia documentato nel tempo. L'unità linguistica aria  e quella semitica sono verità acquisite, assolutamente incontrovertibili, anche se le lingue che ad esse partecipano siano ormai profondamente differenziate. Compito della linguistica storica è per l’appunto, una volta riconosciuta l’unità genetica originaria, di seguire  nel quadro di essa le modalità e, vorremmo dire, le leggi degli sviluppi e delle differenziazioni, che hanno determinato la fisionomia  delle singole lingue come noi oggi le conosciamo; compito a volte  arduo, specie quando dalla ricognizione dei fatti si voglia risalire alle  loro cause, cioè ai momenti umani che danno origine all'innovazione;  ma tuttavia ricco di risultati grandissimi, i quali dal campo della  glottologia si estendono a tutte le altre discipline, che studiano l’umanità nelle manifestazioni concrete della sua storia. La lingua italiana  è una delle forme più importanti, anzi la più importante, in cui l'umanità realizza se stessa come realtà spirituale, e perciò le lingue  costituiscono gli archivi, in cui si traducono con incomparabile ricchezza e fedeltà gli eventi, le esperienze, le creazioni dei popoli at-  traverso i secoli ed i millenni. Le nozioni di razza aria e di razza semitica, come nozioni scientifiche, sono certamente posteriori alle nozioni dell'unità linguistica  rispettiva. Per quanto si riferisce agli Ari, prima della scoperta della loro  unità linguistica non si ebbe nemmeno la nozione empirica di una  parentela etnica fra i popoli che la compongono. L'affinità etnica è  grossolanamente intuita presso i Greci, soltanto in base alla comunione linguistica per cui «barbari», probabilmente « balbuzienti »,  sono coloro che parlano un’altra lingua. I ROMANI, che pure ebbero  così vivo il senso della loro stirpe, non ebbero mai la percezione che  quei Galli, Germani e Parti, contro i quali strenuamente combatterono, discendevano dallo stesso loro ceppo. L'autorità della tradizione  biblica con la babelica confusione delle lingue tolse poi del tutto  la possibilità di pensare ad un legame linguistico fra popoli diversi  e ad un legame etnico che non fosse quello indicato nella Genesi. Tanta fu l'autorità delle Sacre Scritture, anche nel campo degli interessi linguistici, che, se tentativi si ebbero per ricercare la derivazione  di questa o quella lingua, furono sempre diretti a stabilire la priorità  e la paternità dell’ebraico, come avvenne nel corso del Seicento e del  Settecento; tentativi di nessun valore, al pari degli altri diretti alla  creazione di una GRAMMATICA RAZIONALE, che vale per le lingue  di tutti i tempi e di tutti i luoghi.  Anche presso i popoli semitici, se se ne toglie il peso che la tradizione religiosa contenuta nella Bibbia potè avere nel mondo giudaico,  mancò il senso di una propria reciproca parentela, mentre fu quanto  mai vigoroso proprio presso gl’ebrei il senso della propria individuazione come popolo, legato alla coscienza di popolo eletto.  La scoperta e la fissazione in termini scientifici di unità linguistiche originarie come quella aria e quella semitica, a cui seguirono  scoperte abbastanza numerose di altri gruppi linguistici, aprirono la  via al problema se a tali unità linguistiche rispondessero unità etniche  più o meno nettamente definite. In un primo tempo, com'è noto, ad  opera di Gobineau, di Chamberlain e di altri, si assunse senza  discussione l'identità fra unità linguistica ed unità etnica, fra lingua e  razza, e si procedette alla ricerca delle caratteristiche differenziali fisiche e psicologiche, che potessero ancor meglio individuare sul piano razziale i diversi gruppi linguistici. Tale procedimento, ispirato in  genere a criterio polemico, è stato condannato come dilettantesco  e prescientifico tanto dai linguisti, quanto dagli antropologi, asse-  rendo gli uni e gli altri che la lingua è patrimonio facilmente trasmissibile da individuo ad individuo, da gruppo a gruppo e non può  essere quindi assunta a caratteristica etnica preminente ed esclusiva. A rinsaldare questa convinzione, contribuirono tentativi, come quello  fatto da Müller, di far coincidere una classificazione delle  lingue con una classificazione antropologica, destinati all’insuccesso,  anzitutto per l'incertezza delle classificazioni antropologiche, poi per  l'intervento del fattore storico che fa talvolta assumere da individui  e da gruppi lingue di popoli etnicamente diversi. A questo riguardo,  si suole richiamare il classico esempio dei Bulgari, che dal punto di  vista etnico sono genti turaniche e dal punto di vista linguistico sono  slavi, cioè ARI. D'altra parte, questo negare l’esistenza di ogni rapporto fra razza  e lingua con l’attribuire valore discriminante nella classificazione delle  razze ai soli caratteri strettamente biologici, non soltanto è contrario  alle nostre reali esperienze, ma verrebbe a togliere ogni valore a  quelle distinzioni ormai acquisite come fra razza aria e razza semi-  tica, le quali, come si è visto sopra, hanno come precedente storico e  come fondamento il riconoscimento della rispettiva individualità linguistica.   Dato ciò, sembra qui opportuno chiarire in quale misura sia  possibile fare valere il criterio linguistico nella discriminazione  delle razze. Esiste certamente una differenza sostanziale e profonda fra la  linguistica e l'antropologia, sia nell'oggetto sia nel metodo, che ne  rende difficile e poco proficua la collaborazione. La linguistica è disciplina ESSENZIALMENTE STORICA, tanto che le sue classificazioni hanno  vero valore solo se abbiano fondamento genetico. Ciò si vede soprattutto nel campo della linguistica aria, che fra tutte le discipline linguistiche è certamente la più progredita. Qui dalla comparazione  fra le lingue storiche si riesce a postulare con sufficiente sicurezza la  struttura originaria della lingua comune da cui esse discendono; si  riesce a fissarne i caratteri propriamente genetici, liberandoli dalle  modificazioni successive determinate da molteplici cause, fra cui  principalissimi j contatti e le mistioni con popoli di altra lingua. Così  noi sappiamo con relativa sicurezza qual’erano la struttura fonetica e  morfologica e il patrimonio lessicale dell’ARIO dell’epoca comune, all’incirca come potremmo ricostruire dalle lingue romanze LA LINGUA LATINA, se non l’avessimo documentata. È una ricostruzione che ha  quasi una realtà matematica, fondata com'è su norme di sviluppo  fonetico che, se non sono leggi ineccepibili, come si credeva alcuni  decenni or sono, hanno tuttavia una vastità e regolarità di applicazione che non ha riscontri in altri campi delle creazioni umane.   L'antropologia, invece, per insufficienza e discontinuità del ma-  teriale d'osservazione, è costretta a gravitare sul presente cercando di  classificare le razze umane in base ai caratteri morfologici attuali, e  solo eccezionalmente qualche importante trovamento apre ad essa la  possibilità di rintracciare precedenti sporadici, generalmente assai distanti, di questo o quel tipo umano. Il materiale antico rinvenuto  è così scarso e frammentario che le conclusioni che se ne possono  trarre sono molto tenui e malsicure. Così avviene che, mentre dell’unità aria dal punto di vista linguistico noi abbiamo una sicura nozione, poichè la comparazione ci consente di risalire oltre i confini  della storia, della struttura somatica degl’ARI nulla di sicuro sappiamo, poichè nell’osservazione delle caratteristiche somatiche degl’ARI attuali l'antropologia non è ancora in grado di distinguere i  caratteri geneticamente originari da quelli acquisiti in seguito a mescolanza. Oggi non si è davvero:in grado di dire se gl’ARI fossero,  ad esempio, dolicocefali e biondi o mesocefali e castani, a capelli lisci o a capelli ondulati. La ragione di ciò è dovuta al fatto che non esiste  un’antropologia genetica, la quale consenta di chiarire, dato un tipo  capostipite, quali siano i caratteri, permanenti nel corso delle ge-  nerazioni e quali quelli che si mutano o si acquisiscono. Teoricamente, nel confronto fra i vari tipi di probabile discendenza aria  dovrebbero potere risultare i caratteri specifici da attribuire ad un  Ario astratto della preistoria; praticamente ciò non è possibile per la  insufficiente conoscenza che si ba, delle modalità con cui si traman-  dano i caratteri biologici, sia ifisici, sia psichici. Avviene così, ad esempio, ghe: l'Europa, mentre è fondamentalmente unitaria dal punto di vista linguistico, da quello antropologico  annovera numerose razze, la mediterranea, l’alpina, la dinarica, la  nordica, nè le differenze, che caratterizzano tali razze, combaciano  con le differenze che caratterizzano i vari gruppi linguistici determinatisi in seno all’originaria unità. Nonostante questa mancata concordanza di dati fra la linguistica  e l'antropologia, le due discipline maggiormente impegnate nella  definizione delle razze umane, è certo che razze esistono con carat-  teri ben precisi e differenziati e che, nella pratica, anche al più mo-  desto osservatore non sfugge l’esistenza di tipi umani diversi, i quali  assommano i caratteri di unità razziali diverse. Nell'ambito stesso  dell'unità aria, a nessuno sfuggirà l’esistenza di una unità aria medi  terranea e di un'unità aria nordica, c, a un più attento esame, nel-  l'ambito di queste unità, sarà possibile rintracciare altri tipi umani i  quali danno fisionomia ai diversi popoli che le compongono. Fuori  di ogni dubbio è poi, nell’ambito della razza bianca, la distinzione fra  razza aria e razza semitica, anche se, per la prima più che per la  seconda, non si riesca a individuare i caratteri biologici originari. Questo fatto è prova che non il solo dato antropologico ha valore nella determinazione della nozione di razza. Poichè, come sopra si è detto, la nozione di razza aria e razza  semitica ha avuto come suo precedente la nozione di unità lingui-  stica aria ed unità linguistica semitica, è indubbio che il fattore lingua  deve avere un valore determinante nella costituzione dell’unità razziale. Qual'è dunque il fondamento dell’obiezione in contrario, alla  quale si è sopra accennato, che la lingua, essendo facilmente dominata da fattori storici e culturali, non sia elemento stabile nella continuità delle generazioni, per il fatto che può essere sostituita con  quella di altri popoli, e perciò sia inadeguata a fornire criterio nella  discriminazione delle razze? Bisogna, anzitutto, tenere presente che dalla nozione di razza  come dalla nozione di lingua esula ogni idea di purezza in senso assoluto, specie quando si tratti di popoli di cultura che hanno dietro  a sè una storia lunga e complessa. Gli stessi Ebrei possono considerarsi razza pura, e relativamente pura, solo dal momento in cui hanno  cominciato a volerlo essere deliberatamente, a tradurre il loro istinto  dell'isolamento come popolo in norma di carattere religioso. Tutti  i popoli ari dell'Europa e dell'Asia sono, senza eccezione, risultati  dalla mistione fra la minoranza dei conquistatori ari e la vasta massa  delle popolazioni preesistenti nelle zone occupate. Non è certo presumibile che gli Ari al loro arrivo nelle loro sedi storiche abbiano  distrutto le popolazioni preesistenti, le quali, ad esempio in Grecia,  in ITALIA e sull’altipiano iranico, erano in possesso di civiltà notevolmente progredite. D'altra parte, di tali mescolanze ci danno sicura  testimonianza, oltre che i dati dell'archeologia preistorica, lo inte-  grarsi della lingua aria comune in nuove unità, che sono quelle a  noi storicamente note. 1 profondi rivolgimenti che alcune lingue  hanno subìto anche nella struttura fonetica, ad esempio le rotazioni  delle consonanti in germanico, non si possono altrimenti spiegare se  non riferendole all'influenza di un sostrato alloglotto. E' noto che una  parte non trascurabile del lessico del latino e dei volgari romanzi  non si spiega nell’ambito dell’ario e deve essere riportato al fondo  linguistico non ario su cui il latino venne a distendersi.   Orbene, che un popolo, come è il caso di quello bulgaro, abbia  assunto una lingua diversa non è altro se non un fatto di sincretismo  in cui prevale la civiltà di maggiore prestigio. Quello che importa te-  nere fermo è per l'appunto che il sincretismo, cioè la creazione di  un risultato nuovo non inferiore agli elementi che vi hanno concorso,  si ha solo quando la mescolanza sia guidata da un senso più o meno  vivo di affinità elettiva. Ciò si può osservare con sufficiente sicurezza sia nel senso positivo sia in quello negativo. Nella penisola greca la civiltà minoica si  è confusa con quella degl’ARI sopravvenuti ed ha dato origine alla  meravigliosa civiltà ellenica. In ITALIA il senso di conquista degl’ARI NOMADI E GUERRIERI si è trasfuso nell'ordine civile delle popolazioni  stanziali ed ha dato origine alla mirabile e grandiosa civiltà romana  che è poi la civiltà dell'Occidente. Evidentemente, fra le genti arie  sopravvenute e le popolazioni mediterranee si determinò una facile  intesa, dovuta al fatto che non vi dovettero essere fra esse sostanziali  differenze di ordine fisico e spirituale e tali da produrre una corruzione anzichè un miglioramento, dal punto di vista etnico e culturale. In Italia, in Grecia, e dovunque si afferma LA LINGUA ARIA, i caratteri dominanti furono indubbiamente dati dalla STIRPE ARIA e per  questo, nonostante le differenze che si osservano fra i diversi popoli  di questo gruppo, è facile cogliere in numerosi e cospicui tratti gli in-  dizi della comune origine. Vi sono invece casi in cui questa affinità elettiva che dà la preminenza ai caratteri del tipo superiore non ha luogo, per motivi che  non è sempre facile individuare. La storia di alcuni millenni dimostra, per esempio, come fra gl’ARI e i Semiti essa sia completamente mancata e che le due stirpi si sono sempre tenute in reciproca  difesa, quasi istintivamente conscie che da una fusione si dovesse  avere la perdita da una parte e dall'altra dei rispettivi caratteri dif-  ferenziali. Dovunque Semiti ed Ari si sono trovati in contatto si  sono sempre scontrati in lotta senza quartiere: gli Irani contro  l'impero di Assiria, Roma contro Cartagine, il mondo cristiano contro l'Islam. Sia che vincessero gli uni, sia che vincessero gli altri  la barriera fra i due mondi non fu mai superata. Da una parte e  dall’altra, tranne sporadiche infiltrazioni, due mondi diversi hanno  conservato tenacemente la loro autonomia, e gli stessi apporti culturali che l'uno ha dato all'altro sono stati da ciascuno svolti, interpretati ed elaborati secondo la propria natura. Il cristianesimo è diventato universale nell’interpretazione romana. Il senso ario della conquista e dell'espansione assume nella coscienza e nella prassi giudaica aspetti e modalità, per cui non è quasi più riconoscibile. Ed è certo bene che sia così, che cioè la barriera sussista, poichè  il suo abbattimento non è, come la storia categoricamente dimostra,  nella natura delle cose. Ciò si potrà rilevare in molti campi, ma a  noi preme rilevarlo proprio nel campo della lingua, che oggi è senza  dubbio uno dei più importanti fattori differenziali degli aggruppamenti razziali. Difatti, quando noi attribuiamo questo o quel popolo  al gruppo ario o al gruppo semitico lo facciamo soprattutto in base  al criterio linguistico che è alla base di tali gruppi, e dove tale criterio sia reso fallace, com'è il caso dell'elemento giudaico che ha  assunto a propria lingua la lingua nazionale dei popoli presso i quali  vive, vi si sostituisce un criterio pure di ordine storico, quello religioso. Per l'appunto, nel campo linguistico la differenza costituzionale  fra il semitico e l’ario, sia dal punto di vista fonetico per il prevalere  in quello di suoni laringali ignoti all’ario, sia dal punto di vista morfologico per la diversità sostanziale della rispettiva flessione, si rivela  così profonda da non consentire un sincretismo produttivo. L'elemento  arabo, penetrato nel persiano in larga misura in seguito alla conver-  sione della Persia zoroastriana all’islamismo, si è limitato al lessico e  non ha intaccato la struttura fonetica e morfologica squisitamente aria  di quella lingua; vi è rimasto così estrinseco, che, a seguito della ri-  presa nazionale avutasi con la nuova dinastia, l'elemento arabo viene  progressivamente sostituito con elemento propriamente iranico. Quan-  do poi una lingua semitica è stata assunta da un POPOLO DI STIRPE ARIA i risultati che se ne sono avuti sono, nel loro aspetto negativo, profonda-  mente significativi. Questo è, come è noto, il caso di Malta in cui  il primitivo idioma romanzo venne per effetto della lunga occupa-  zione musulmana sostituito con un dialetto arabo magrebino: l'arabo, forzato in una impostazione vocale completamente estranea, ne è  uscito così malconcio e così, come si suol dire, corrotto, da giustifi-  care quasi le interessate fantasie della pseudo-scienza linguistica britannica, che nel dialetto maltese voleva riconoscere, anzichè un dialetto arabo storpiato da bocca romanza e sempre ricco di elementi  italiani, nientemeno che la sopravvivenza di un antico idioma fenicio.    Se ora ci poniamo il problema concreto della formazione dell’unità etnica, ci appare chiaro che il processo non è diverso da quello  della formazione dell'unità linguistica. Per l'una e l’altra unità è er-  rore gravissimo partire dall'immagine dell’albero genealogico dal cui  ceppo, quasi per virtù interiore di linfa, si siano venuti staccando  tanti rami, integralmente fedeli alla natura e alla struttura di quello. Niente di più falso, poichè se ciò fosse si dovrebbe avere, tanto nel  caso delle lingue quanto in quello delle razze, propagazione uniforme  e non formazione di nuove unità più o meno nettamente differenziate. L'albero genealogico sarebbe giustificato solo se in esso potesse  risultare il complesso degli apporti e delle cause che hanno determinato la figura particolare di ciascuna unità. Prendiamo il caso della lingua italiana. Non esistono lingue, specialmente  a larga diffusione, che non siano costituite da una più o meno grande  varietà di dialetti. L'unità neo-latina, ad esempio, è divisa in tante  lingue, italiano, francese, spagnuolo, provenzale, rumeno, per dire le  maggiori, e queste sono alla loro volta distinte in varietà dialettali  più o meno nettamente individuabili. Qual'è il motivo di tanta dif-  ferenziazione, quando è noto che alla base di tante e così varie lingue  e dialetti vi è l’unità latina, cioè una lingua di cultura, affermatasi per  forza d’armi e prestigio di civiltà? Anzitutto, come causa di trasformazione appare la reazione del sostrato etnico-linguistico su cui il  latino si è venuto a sovrapporre, sicchè non di latino volgare bisogna parlare, bensì di tanti volgari, per quante sono le zone linguistica-  mente individuate in precedenza, di cui il latino s'impossessa. Intervengono poi i contatti che ciascun gruppo già delineato ha con popoli  di altra lingua, germani, slavi, ecc., e gli sviluppi particolari di ciascuna cultura che necessariamente si riflettono in ciascuna lingua, soprattutto attraverso il convergere delle varietà dialettali verso la lin-  gua comune, cioè verso una più piena e precisa unità. In altre parole,  il processo per cui le lingue sì determinano non deve essere guardato  nel suo aspetto di disintegrazione di un’unità, bensì piuttosto in quello  integrativo che la nuova unità veramente determina. Ciò ha ancor  maggiore valore, quando non si tratti, come è il caso del latino, di  una lingua di cultura, quindi chiaramente unitaria, che si sovrappone  con il peso della civiltà di cui è espressione su lingue di minore prestigio, bensì di unità linguistica naturale, in cui il processo integra-  tivo, lento e faticoso, costituisce la modalità stessa di essere della lingua. Le unità linguistiche, come si è detto, non esistono mai internamente indifferenziate e ciò deve essere inteso come il risultato di  quella necessità naturale per cui il comprendere, e perciò l’esprimersi,  avviene prima fra i membri di una famiglia, poi fra i membri di  una gente, di una tribù, di un popolo, di diversi popoli, ed è questa  necessità sempre più vasta di esprimersi e di intendersi che costituisce  quelle vaste unità alle quali noi diamo il nome di unità aria e di  unità semitica. Da queste considerazioni deriva che nessuna teoria è  tanto assurda quanto quella della monogenesi del linguaggio, non  meno assurda, o almeno altrettanto poco giustificata, quanto quella  che volesse scientificamente riportare tutti i caratteri delle attuali  razze umane nella loro infinita varietà ai caratteri di una coppia  capostipite. Come per questa altra realtà non si può postulare se non  quella dell'essere uomini, così per la lingua originaria altra qualità  non è possibile postulare se non quella di essere mezzo espressivo di  uomini.   Ora, identico processo integrativo è quello che dà origine alle diverse unità razziali. Anche qui si ha uno slargarsi per accrescimento  e mistioni: dalla singola gente si arriva alla tribù, al popolo, alla nazione italiana. E’ chiaro che l’accrescersi naturale delle generazioni amplifica  al tempo stesso la natura del processo e fa che i caratteri dominanti  del nucleo più vitale guadagnino sempre più vasto spazio. Vi è certo  qualche cosa di misterioso in questo propagarsi di caratteri superiori  per cui l'umanità ci appare in una continua ascesa, e ancor più grande  mistero è quello che avvolge l’occulta forza da cui ogni unità razziale  è guidata nella sua istintiva difesa da quei contatti e da quelle mi-  stioni che ne altererebbero la genuina struttura. Poichè l’uomo è  essere spirituale, tale modalità del suo divenire anche dal lato fisico  ha forse la sua ragione nell’esigenza di una maggiore spiritualità che  si rifletta anche nella struttura fisica, e in ciò è appunto il grande  mistero dell’uomo, nell’indissolubile legame che in lui si realizza fra  vita biologica e spirito.  Da quanto si è detto appare chiaro che il fattore lingua concorre  in maniera dominante, almeno sino a quando le conoscenze antropo-  logiche non forniranno dati biologici più sicuri, a determinare la  nozione di razza; anzi essa costituisce il mezzo principalissimo di  coesione per cui una comunità più o meno vasta di individui sente di  essere popolo e nazione. Le caratteristiche spirituali e la struttura  della lingua di un popolo – osserva Humboldt —  sono l’una con le altre in tale intreccio che posto l’un dato, l’altro si  dovrebbe poter derivare completamente da quello. La lingua italiana, infatti, riflette anzitutto l'ambiente fisico e una maniera nativa, naturale di sentire il reale e di esprimerlo. Essa è fatto fisiologico e psicologico al tempo stesso e, come tale, è legata intimamente con la  struttura psicofisica del popolo che la parla, è anzi la modalità più  essenziale con cui tale struttura si manifesta. Il complesso dei costumi,  delle tradizioni che si tramandano di generazione in generazione,  tutto ciò insomma che concorre a dare a ciascun popolo la sua propria fisionomia, trova espressione fedele e categorica nel linguaggio. Poichè la nozione di razza non è in sostanza altro se non la nozione  di un'appartenenza ad una determinata comunità genetica, la coscienza della razza trova nel linguaggio uno dei suoi più forti sostegni. Non è senza significato il fatto che l'esigenza alla purezza,  quanto all’e4ros e quanto alla lingua, si manifesta presso i popoli  nei momenti della loro maggiore vitalità. Un popolo che ad un de-  terminato momento della sua storia voglia riconoscere i suoi carat-  teri differenziali e voglia segnare una netta linea di demarcazione  fra sè ed altre unità etniche, portatrici di caratteri spirituali ed etnici  non congeniali ai suoi, altro non fa se non riportarsi coscientemente  alle sorgenti più genuine della sua vita. Un aspetto di tale esigenza  è il desiderio di tenere immune la propria lingua da influenze stra-  niere e di eliminare le infiltrazioni che si sono verificate in momenti  di indebolita o distratta coscienza. Antonino Pagliaro. Pagliaro. Keywords: i arii; la lingua degl’arii, la favella degl’arii, I fasci littori, dal lictor al littore, il littorio, l’uso dei fasci nell’Etruria non-aria, la dottrina linguistica di Vico, “scienze filosofiche – lincei”, ossesso dalla latinita della Sicilia, Cratilo, discussion di Storia Romana, Romolo, proprieta private, Cicerone, Empedocle, il fascino dei fasci – enciclopedia del fascismo, fascisti gentiliani ed anti-gentiliani, l’uso di ‘ario’ – latinita, arieta, romanita – il linguaggio, sessione sul linguaggio -- filosofia del linguaggio --.Tullio. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Pagliaro” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pagnini: la ragione conversazionale (Roma). Filosofi italiano. CV professionale Biografia intellettuale -- è docente di Storia della filosofia contemporanea presso il Dipartimento di lettere e Filosofia dell’Università di Firenze e Presidente di Uniser (Polo universitario di Pistoia). -- è direttore del Centro Fiorentino di Storia e Filosofia della Scienza; è Fellow del Center for Philosophy of Science di Pittsburgh;; è fondatore e attualmente editor della rivista Mefisto (già Medicina & storia); è editor della rivista filosofica internazionale Philosophical Inquiries; è nel comitato scientifico della rivista filosofica Iride e della rivista di Medical Humanities L’arco di Giano; è socio fondatore e vice presidente della Società Italiana per lo studio dei rapporti tra Scienza e Letteratura; è vice Presidente (e past-President) della BIOM (Società Iitaliana di storia, filosofia e studi sociali della biologia e della medicina); è direttore della collana di storia e filosofia della medicina Mefisto presso l’editore ETS; è collaboratore de Il sole 24 ore e editorialista de La repubblica. È stato per otto anni fino al 2007 membro della Commissione Regionale Toscana di Bioetica. È stato visting scholar presso diverse Università europee e americane (Pittsburgh, St. Andrews, Londra, Berlino, Rio de Janeiro). Pubblicazioni Monografie e curatele - Psicoanalisi e estetica, Firenze, Sansoni 1975. - Psicanalisi come filosofia del linguaggio, Milano, Longanesi 1976. - Antropologia e psicoanalisi, Palermo, Sellerio 1977. - Realismo/antirealismo, Firenze, La Nuova Italia 1995. - con L.Dalla Ragione (a cura di), Pensare in medicina, Perugia 1995. - con A.La Vergata (a cura di), Storia della filosofia, storia della scienza. Saggi in onore di Paolo Rossi, Firenze, La Nuova Italia 1995. - Teoria della conoscenza, Milano, TEA, 1997. - con M.C.Galavotti (eds.), Experience, Reality & Scientific Explanation, Dordrecht, Kluwer 1998. - con M. Toraldo di Francia (a cura di), L’identità personale tra filosofia, diritto e scienza, L’arco di Giano, Ride solo la donna di Tracia? I filosofi e l’umorismo, Edizioni Brigata del Leoncino, Pistoia 2005. - con E. Ghidetti (a cura di), Sebastiano Timpanaro e la cultura europea del secondo Novecento, Roma, Storia e letteratura 2005. - con G.Corbellini (a cura di), Evoluzionismo e humanities, L’arco di Giano, 43, 2005. - (a cura di), L’errore in medicina, L’arco di Giano, (a cura di), Filosofia della medicina, Roma, Carocci, 2010. - con B. Fantini (a cura di), Le emozioni in medicina e la medicina delle emozioni, L’arco di Giano, 63, 2010. Saggi e articoli - "Das Unheimliche, la ripetizione, la morte", in F.Rella (a cura di), La critica freudiana, Milano, Feltrinelli. - "Un dibattito su Timpanaro e Freud", Dimensioni, "L'epistemologia e il problema della valutazione della psicoanalisi", Intersezioni, 3, 1981. - "Nuovi realisti e nuovi strumentalisti: un dibattito sul progresso scientifico", Rivista di filosofia, 24, 1982. - "Modelli evoluzionistici e crescita della conoscenza", Intersezioni, 1, 1984. - Paradigmi di spiegazione e ‘spiegazioni’ psicoanalitiche", in P.Repetti (a cura di), L'anima e il compasso, Roma, Theoria, "The Persistence of the Exegetical Myth", Behavioral & Brain Sciences, 9, 2, 1986 (trad. it. a cura di M.Pera in A. Grünbaum, Psicoanalisi. Obiezioni e risposte, Roma, Armando 1988). - "La recezione della psicoanalisi nella filosofia italiana del dopoguerra", Intersezioni. "The Interpretation of Dreams", in P.Clark & C.Wright (eds.), Mind, Psychoanalysis, and Science, Oxford, Blackwell 1988. - "Il controllo delle teorie freudiane. Esiti recenti nell'epistemologia della psicoanalisi", Ragioni critiche, III, 7 10, 1988. - "La psicoanalisi e i fantasmi del naturalismo", Rivista di filosofia, 79, 2-3, 1988 (ripubblicato in P.Rossi & C.A.Viano (a cura di), Filosofia italiana e filosofie straniere nel dopoguerra, Bologna, Il Mulino 1991). - "Storia, scienza e romanzo: i modi della verità analitica", in AA.VV., Psicopatologia e teorie della conoscenza, Roma, Athena 1990. - "Scienza/pseudoscienza: note sul problema della demarcazione nell'epistemologia post-positivista", in S.Poggi & M.Mugnai (a cura di), Tradizioni filosofiche e mutamenti scientifici, Bologna, Il Mulino 1990. - "Grünbaum e la filosofia analitica della religione", Introduzione a A.Grünbaum, Psicoanalisi e teismo, Napoli, ESI 1991. - "Filosofia della scienza e filosofia della medicina: temi e prospettive", L'arco di Giano, 1, 1993. - "Davidson, Freud e i paradossi dell'irrazionalità", Atque, 8, 1993. - "Mente e medicina: riflessioni filosofiche su una diagnosi ‘psicosomatica’", L'arco di Giano, 6, 1994. - "’Vedere la scienza con l'ottica dell'artista’: note su Feyerabend e il significato filosofico dell'arte", Atque, "La filosofia analitica", in P.Rossi (a cura di), La filosofia, Torino, UTET 1995. - "Teoria della conoscenza", ibid. - "Realismi, antirealismi e oltre", in A.Pagnini (a cura di), Realismo/antirealismo, cit. - “Storia della filosofia e filosofie secolarizzate”, in A.La Vergata & A.Pagnini (a cura di), Storia della filosofia, storia della scienza. 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Timpanaro, La ‘Fobia romana’ e altri scritti su Freud e Meringer”, Pisa, ETS “Il filosofo e il comico”, in M.Bresciani Califano (a cura di), Paradossi e disarmonie nelle scienze e nelle arti, Firenze, Olschki. - “Ferud dopo Wittgenstein”, Comprendre, 16-17-18, 2008. - “Giulio Preti, la retorica, le ‘due culture’”, in Pianeta Galileo 2008, Firenze, Centro Stampa del Consiglio Regionale della Toscana 2009. - “Philology, Materialism, and Psychoanalysis: Sebastiano Timpanaro on Freud”, in P.Barrotta & L.Lepschy (eds.), Freud and Italian Culture, Oxford, Peter Lang, 2009. - “Filosofia e psicoanalisi in Italia: l’apoteosi dell’antinaturalismo”, in C.Portioli (a cura di), Natura e libertà, Annali dell’Istituto Banfi, 6, Perugia, Morlacchi, 2009. - “Una difesa (debole?) dello ‘scientismo’. In risposta a Mario De Caro”, in C.Portioli (a cura di), Natura e libertà, Annali dell’Istituto Banfi, 6, Perugia, Morlacchi, 2009. - “Filosofia della scienza e psichiatria”, in M. 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Preti, "Sodoma: democrazia e risentimento", in F. Desideri & P.F. Pieri (a cura di), Logiche del risentimento, «atque», Bergamo, Moretti & Castoldi. - "La scienza come forma mentis. Da un'idea (inattuale) di Giulio Preti", in P.Barrotta (a cura di), Scienza valori e democrazia, Roma, Armando, 2017, PP. 85-101. - "«Timpanaro non si cede»", in AA.VV., Sorridere fra i libri, Pisa, ETS, 2017, pp. 395-403. - "Premessa", in F.Ferrini & A.Fini, Amico albero, Pisa, ETS, 2017, pp. 7-8. - "Editoriale", Mefisto. - "Testimonianza", in AA.VV, Maurizio Bossi. Curiosità, conoscenza, impegno civile, Firenze, Olschki, 2017, pp. 246-248. "Il 'neo-calcio' all'italiana", in E. Becheri, C. Del Bò, A. Pagnini, Dove va il calcio italiano?. Filosofando prima e dopo l'Apocalisse, Reggio Emilia, Thedotcompany, 2017, pp. 23-61 e 97-100. 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Da Freud a Meringer”, La Nazione, 22.11.2006. - “Lasciateci gli scarabocchi”, Il sole 24-ore, 31.12.2006. - “Natura senza leggi”, Il sole 24-ore, 14.1.2007. - “Va’ pensiero critico”, Il sole 24-ore, 28.1.2007. - “La morale di Sigmund”, Il sole 24-ore, 17.2.2007. - “A caccia di senso”, Il sole 24-ore, 11.3.2007. - “Un po’ più di cervello”, Il sole 24-ore, “Cercar l’anima negli atomi”, Il sole 24-ore, 10.6.2007. - “Laudatio per Gillo Dorfles”, in A.Frintino (a cura di), Omaggio a Gillo Dorfles, Pistoia, Brigata del Leoncino, 2007. - “Psicoanalisi molecolare”, Il sole 24-ore, 15.7.2007. - “È un’abduzione, Watson!”, Il sole 24-ore, 29.7.2007. - “Revisioni in progress”, Il sole 24-ore, 2.9.2007. - “Non possiamo non dirci pragmatisti”, Il sole 24-ore, 21.10.2007. - “La prassi della ragione”, Il sole 24-ore, 2.12.2007. - “Calvino, illuminista solitario”, Il sole 24-ore, 16.12.2007. - “Naturalismo”, in Enciclopedia italiana. 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Macché, il mito del vampiro nasce in Grecia”, La repubblica, 25.3.2012. - “Carifi, il cammino interiore e la ricerca della luce”, La repubblica, 8.4.2012. - “Tra malattie e iperfilosofici ego”, Il sole24-ore, 8.4.2012. - “Il rispetto al centro della morale”, Il sole24-ore, 22.4.2012. - “L’ultima lezione di Paolo Rossi”, La repubblica, 23.5.2012. - “Oltre ai test, pensate a Aristotele”, La repubblica, “Analisti? 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Traduzioni - J.P.Murphy, Il pragmatismo. Da Peirce a Davidson, Bologna, il Mulino 1996. Nome compiuto: Alessandro Pagnini.

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