GRICE ITALO A-Z P PAG
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Paganini: l’implicatura conversazionale di Roma – il Virgilio di
Firenze – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Lucca).
Filosofo toscano. Filosofo italiano. Grice: “Paganin
must be the only Italian philosopher who reads La Divina Commedia
philosophically!” -- Grice: “Strawson never read Paganini’s ‘cosmological’
tract on ‘spazio’ but he should, obsessed as he was with spatio-temporal
continuity. Grice: “I’ll never forget Shropshire’s proof of the immortality of
the human soul – He told me he basically drew it from an obscure tract by
Paganini, as inspired by the death of Patroclus – Paganini’s tract actually
features one of my pet words. He speaks of the ‘domma’ of the
‘immotalita dell’anima umana’ – Brilliant!” -- essential Italian
philosopher.Lucca stava passando dalla reggenza austriaca seguita al collasso
napoleonico al diventare capitale del borbonico Ducato di Lucca. Compì l'intero
corso dei suoi studi a Lucca, dedicandosi, fin dai tempi delle scuole
secondarie, alla filosofia. Insegnò filosofia negli istituti secondari
lucchesi. Prtecipò alla prima guerra d'indipendenza. Dopo la fine della guerra,
col l'annessione del Ducato di Lucca da parte del Granducato di Toscana fu
nominato docente nell'ateneo lucchese. In questo ufficio fu difensore della
dottrina rosminiana e nonostante venisse sorvegliato dalla polizia il governo
decise poi di offrirgli una cattedra a Pisa a seguito dei buoni uffici di
Rosso. Gli ultimi anni della sua vita furono rattristati da due avvenimenti; la
espulsione dai seminari ecclesiastici di discepoli a lui carissimi, perché rei
di professare le dottrine del Rosmini e la condanna di certe proposizioni tolte
ad arbitrio e senza critica dalle molte opere del filosofo di Rovereto. Muore a
Pisa. Annuario della R. Pisa per l’anno accademico. sba. unipi/it/ risorse /
archivio fotografico/ persone- in- archivio/ paganini- carlo-pagano Opere.
COLLEZIONE DI OPUSCOLI DANTESCHI INEDITI O RARI DA PASSERINI CITTA DI CASTELLO
S. LAPI CmOSE i IUHI flSOFICI DELIiA DIVINA COMMEDIA RACCOLTE E RISTAMPATE DI
FRANCIOSI CITTÀ DI CASTELLO S. LAPI RICORDATO DA UN SUO DISCEPOLO. In la mente
m'è fitta, od or m'accora, la cara e buona imagine paterna di voi, quando nel
mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l'uom s'eterna. In. P., ell'aspetto e
nell'animo, e come uomo venuto da secoli lontani. Io vedo specchiata nella mia
mente, che spesso lo ripensa con riverente affezione di alunno, la sua testa di
bellezza antica. Fronte larga e pensosa, naso aquilino, barba e capelli
nerissimi, labbra sottili e poco pronte al sorriso, quando socchiudeva gl’occhi
e china il capo meditando, era in lui somiglianza più che fraterna col San
Paolo della Cecilia raffaellesca; ma, nell'atto di alzare lo sguardo e la mano
verso gl’alunni suoi, sillogizzando, e rammenta piuttosto il LIZIO della
Bettola d’Atene. Rado e lento al parlare per abito di raccoglimento e per
difficoltà di respiro, sopravvenu agli nel colmodella virilità, persuade. La
parola viva, stillando quasi dalla forte compagine della sua parola pensata o
dell’interna stampa, cade addentro negl’animi anche men disposti a riceverla,
come la goccia, stillante giù dalla roccia, a poco a poco scolpisce orma
profonda nel sasso sottostante. Natura di pensatore disdegnoso e chiuso in sé,
pochi lo intesero e pochissimi lo pregiarono secondoverità. Cittadino prode,
vagheggiò, lontano dal volgo, un'idea nobilissima di paese sincero, di popolo
giusto e sano. Educatore potente, ma non ricco di propria virtù creativa,
commenta dalla cattedra, come forse niun altro sa a'nostri tempi, l'alta
dottrina di SERBATI; benché non possede l’attitudini del divulgatore: reca luce
nuova, avviva la forza visiva, ma nella mente di pochi. Asceta del pensiero, un
po'per indole e un po'per fiera volontà d'espiazione, esercitato in severe
continenze e astinenze di fantasia e di spirito, non ha le geniali divinazioni
dell'estro; né quel lampeggiare improvviso di parola ispirata, in che s'aprono
o s'intravedono lontananze ideali, com'appunto in chiarore di lampo lontananze
di mare e di cielo. La sua prosa, nell'antica e salda semplicità
dell'espressione, rammenterebbe la linea degl’edifici ROMANI, se il pensiero
non vi apparisse talora frastagliato in minute analisi, in distinzioni sottili,
che tengono della scolastica medievale. Tempra di filosofo, mente austera e
teosofica. P. nel Poema sacro vide il tempio, ove l'arte umana, ispirata dalla
fede, fa sentire l'Ineffabile. Questo egli principalmente dimostra, pur rendendo
onore all'ingegno sovrano del Poeta, nel discorso La teologia d’ALIGHIERI;
discorso, che qui non si dà, perchè fa parte di volume troppo noto. Ma de' suoi
forti studi danteschi fanno, credo, miglior fede le chiose, che qui si danno
raccolte e ordinate; dove, cercando, con occhio chiaro e con affetto puro,
dentro al fantasma poetico l'occulto e il divino, P. riuscì ad avvertire pella
prima volta o a far meglio palesi germi preziosi di verità filosofiche. Cosi
nelle permutazioni della Fortuna (Inf.) addita i ricorsi vichiani; e nel
sillogismo delle vecchie e delle nuove cuoja (Pa- [ALIGHIERI, Firenze, Cellini]
Ordinate per ragione di tempo. Soggiungo che questa ristampa e condotta con
amoi'e di sincerità anco nelle minime cose. Ho caro che Casini, già mio
discepolo a Modena, abbia rammentato tre volte (Inf.; Purg.), sia pure
inconsapevolmente, il maestro del maestro suo; e una di queste tre volte
(Purg.) offerto a'letttri della sua diligente esposizione del Poema la stillata
sostanza di chiosa paganiniana. Scartazzini, commentando la terza Cantica, cita
P. due volte, mala seconda volta, dopo averlo citato, se ne discosta senza dir
perchè; e noi Commento all'Inferno attribuisce a me, certo per errore di
trascrizione, ciò, che P. argomenta sull’apodosi della comparazione dantesca
tra gli splendori del mondo e quelli de'cieli. 8 rad, il sillogismo della
stona, che sì bene armonizza col sillogismo del cosmo e col sillogismo della
trinità divina; cioè le tre grandi età della Preparazione a Cristo, àBÌV Avvento
di Cristo e della Santificazione in Cristo. Cosi nettamente distinse,
restringendolo alla creatura uomo, l'amore naturale da quello animo; dichiara
da maestro il verso: Averroè, che il gran commento feo„ ; segna il giusto
valore della frase uomo non sa„ là, dove si tocca dell'origine dell'idee, e
dimostra da par suo che cosa valga nella lingua degli scolastici subietto
degl’elementi. Le note dichiarative non fanno una grinza: quanto all’altre, io
già ne apersi, o diedi a divedere, l'animo mio nel Libro delle Ragioni. Ma, pur
dissentendo in parte, riconosco Perez, in una sua lettera a P., scrive: Intendo
assai bene la verità e la bellezza di que'tre sillogismi della Storia, della
Cosmologia, della Teologia; armonia del creato e dell'increato, che non vidi
mai annunziata in forma somigliante Lettera di Perez a P. Nozze
Perez-Fochessati, Verona, Franchini. Tommaseo si dice lieto d'esser corretto da
P., ch'egli giudica uno de'più idonei a scrutare l’intenzioni, le dottrine,
l’origini del verso dantesco; nobilmente confessa d'avere errato, restringendo
ai corpi l’amor naturale, ma insieme consiglia P. di non restringere
quest'amore, ch'è l’arco fatale nell'inno dell'ordine (Parad.), entro i confini
della creatura intelligente. Nuovi studi su ALIGHIERI, Torino. Giuliani in una
postilla marginale che Poletto riferisce – DIZIONARIO D’ALIGHIERI --, volle far
suo, credo, il pensiero di P. Nuova raccolta di scritti danteschi, Parma,
Ferrari e P., volentieri che tutte queste chiose dantesche, come i lavori più
gravi Saggio cosmologico sullo spazio e delle più riposte armonie tra la
filosofìa naturale e la soprannaturale, sono bellissimo documento
d'intelligenza acuta e serena, d'abito di ragionare diritto e spedito, di
chiarezza viva di scienza convertita, per lunga meditazione, in nutrimento del
pensiero, in forza operosa dello spirito. Se non che la maggiore e miglior
parte dell'uomo, secondo me, non si palesò negli scritti e nemmeno nell'atto
dell'insegnare dalla cattedra; si nel conversare casalingo e nel costume. Tra le
ricordanze della mia vita di scolaro sempre mi sarà carissima quella delle
veglie passate a Pisa in casa P.: dove, spogliata la toga del professore,
l'uomo appariva in tutta la sua grande bontà d'intelletto e di cuore, e il
maestro ci si muta in consigliere, in amico, in fratello. Quante dispute
gentili; quanto fervore e quanta allegrezza, nella serenità del confidente
colloquio, di pensieri e d’affetti, sempre accesi nel piacere del vero! Io
penso che la sua natura d’educatore per eccellenza ben si palesasse allora. Chi
lo conobbe solo tra le pareti della scuola dove averlo in riverenza, ma forse
non lo ama; chi lo conobbe in casa, dove Pisa, Nistri Annali dell’università
toscane. Pisa, Nistri, amarlo come padre. Semplicissimo in ogni manifestazione
del suo spirito, P. pur serba costante dignità e non cercata eleganza di veste,
di portamento, di gesto e di parola. Quando lavora nel suo caro orticello,
spampinando la pèrgola, potando qualche pianta o zappettando con fretta
allegra, porta zoccoli alla contadinesca, rimbocca fino al gomito le maniche
della camicia e, se la stagione lo consente, sta contento a sommo il petto,
come quel del Nerli, a la, pelle scoverta: chi l’avesse veduto di lontano,
poteva scambiarlo con un forte, lindo e sollecito massaio delle campagne
toscane; ma da vicino, anche nell'umile esercizio dell'ortolano, ciascuno
avrebbe notato quell'aura, che si diffonde nel volto e nella persona da regale
nobiltà di pensiero. Uscendo dall'orticello, lascia gli zoccoli, indossa una
veste giornaliera, ma (direbbe un antico) onesta, ed entrato nel suo studinolo,
ripiglia con alacrità nuova il lavoro intellettuale per qualche ora interrotto.
Amico di solitudine, mesto e pensoso pello piìi, terribile negl'impeti
dell'ira, ebbe grande gentilezza di cuore, accorgimenti di bontà materna.
Innamoratissimo de'giovani e de'fanciulli, in mezzo a loro si trasmuta come per
incanto: sorride amabilmente e amabilmente parla, temprando per affetto la sua
gagliardissima voce a modulazioni soavi; e l'occhio, spesso pieno d'ombra sotto
le folte sopracciglia aggrottate, s’aifissa, tutto schiarato, in quei visi
ridenti e lampeggia d'amore. Educatore di sé in gran parte, fidente nella virtù
del volere, sa insegnare a quelli che l’avvicinano, il proposito e l'arte di
migliorare il proprio spirito. Io, mi gode l'animo d'aver qui l'occasione di
confessarlo, riconosco intero da lui il principio di un'educazione
intellettuale, che a poco a poco mi rinnova, distruggendo o mortificando i mali
abiti della casa e della scuola. Né le meditazioni austere spensero o scemarono
in P. il senso del bello, ma lo fecero più delicato, più fine e profondo. Delle
arti figurative, conoscitore e giudice arguto d'ogni lor passo, molto si
diletta; ed e egli stesso disegnatore corretto. La poesia senti come
pochissimi; Notabili queste sue parole: Quello che è difficile, sia pur
difficile quanto si vuole, non è impossibile; e quello che non è impossibile, o
prima o poi, o d’un uomo o d’un altro si fa. Pur negli saggi qui raccolti è
qualche vestigid, benché raro e fuggevole, del suo sentire gentile, come là
dove accenna l'evidenza pittrice del verbo velare per ventilare e dove
l'armonia della terzina: Ma ella s'è beata e ciò non ode chiama anticipazione
di quel nuovo modo d% poesia, che Alighieri riserba al Purgatorio e al
Paradiso. Né soltanto la poesia pensata ed eletta, ma l'improvvisa e
campagnuola. Villeggiando sui colli di Pistoia, raccolse con amore motti e
canti popolari, e della Ninna nanna Quando a letto vo la sera dice cose nuove e
belle. Lettera ai Morelli, Lucca, Canovetti e due tra tutti i poeti predilesse,
perchè meglio rispondenti all'indole e all'educazione del suo spirito: Dante,
di cui ho già detto, e Virgilio. Peccato che tante sue belle considerazioni su
questi due poeti, onde nel conversare quotidiano non è punto avaro, sieno
fuggite colla sua voce, o mutate in seme di troppo diversa germinazione nella
mente di chi le ascoltò! V hanno uomini, che la scarsa loro ricchezza
d'intelletto e di cuore spargono subito per mille rivoletti fuori di sé: altri,
possessori di grande ricchezza interiore, somigliano a quelle nascoste e
profonde sorgenti della terra, che non si veggono, ne s’odono, ma s’argomentano
dalla più lieta verzura e dal fitto fiorire del terreno sovrastante. Tra questi
ultimi è da porre Pagano P., che molto sa, molto e bene ama; ma parla poco e
pochissimo scrive: eppure molti scritti e molti fatti buoni, generati o
cresciuti dalla dottrina, dal consiglio, dall'esempio di lui, attestano della
sua ricca e verace bontà. Roma. Franciosi. Di un luogo del FargatoHo
d’ALIGHIERI, che non sembra essere stato ancora dichiarato pienamente.
Ragionando dell'amore, VIRGILIO, nel canto del Purgatorio, secondo la naturale
filosofia, dice: Ogni forma sujtanzlal, che setta È da materia, ed è con lei
unita, Specifica virtude ha in sé colletta, La qual, senza operar non è
sentita, Né si dimostra ma che per effetto Come per verdi fronde in pianta
vita. Però là onde vegna l’intelletto Delle prime notizie uomo non sape, E
de'primi appetibili l'affetto, Che sono in voi si come studio in ape di far lo
mele; e questa prima voglia Merto di lode o di biasmo non cape. Or perchè a
questa ogni altra si raccoglia. Innata v'è la virtù che consiglia E
dell'assenso de'tener la soglia. Da.IV Araldo cattolico: Lucca. P., lo avverto
una volta per sempre, nello sue oitazioni della Commedia fu solito di serbar
fede al testo della Volgata; ma, venuto in luco il testo di Buti, qualche volta
amoreggiò con questo; come là, dove ai plurali verdi /ronde e primi appetibili
sostituì i singolari bellissimi verde fronda e primo appetibile. Quest'è il
principio, là onde si piglia Cagion di meritare in voi secondo Che buoni e rei
amori accoglie e viglia. E queste cose son dette per soddisfare alla questione
proposta da Dante colle seguenti parole: Ti prego, dolce padre caro, Che mi
dimostri amore, a cui riduci Ogni buono operare e il suo contraro. Infatti nel
canto antecedente Virgilio, trattando il medesimo argomento, aveva pronunziato:
Né creator, né creatura mai fu senz'amore O naturale, o d'animo Lo naturai fu
sempre senza errore; Ma l'altro puote errar per malo obietto, O per troppo, o
per poco di vigore. Mentre ch'egli è ne'primi ben diretto, E ne'secondi sé
stesso misura, Esser non può cagion di mal diletto; Ma, quando al mal si torce,
o con più cura O con men che non dee, corre nel bene, Centra il fattore adovra
sua fattura. Quinci comprender puoi ch'esser conviene Amor sementain voi d'ogni
virtute E d'ogni operazion, che merta pene. Ora di quella terzina del primo
passo: Or perchè a questa, ecc. trovansi nei commentatori Questo verbo
vigliare, che da Biagioli viene erroneamente confuso con vagliare, e che forse
ha tratto origine dal latino, significandoesso pulire il mucchio del grano con
una granata o con un mazzo di frasche dalle paglie, stecchi e simili cose senza
pregio (lat. viliaj, ce ne fa tornare alla mente un altro, che sebbene ci paia
bellissimo, e sia vivente in bocca dei oampagnuoli, con tutto ciò, a quanto
sappiamo, non ha ricevuto l'onore d'essere accolto nei vocabolari. È questo il
verbo velare, che significa nettare il grano dalla pula, gettandolo contro
vento; e se pure non è una sincope di ventilare, conviene credere che i
contadini lo abbian tratto pittorescamente dall'imagine d'una vela, che
presenta la pula fuggendo via portata dal vento.] della Divina Commedia tre
principali spiegazioni. Una, seguita anche da Venturi e da Biagioli, è del
Daniello, il quale scrive: l'ordine è: la virtù che consiglia cioè la ragione,
v'è innata cioè nata insieme con voi, perchè affìn che ogni altra voglia, che
nasca in coi, s’unisca, accompagni e raccolga a questa virtù, la qual dee tener
la soglia, ecc. Un'altra è di Lombardi, il quale cosi interpreta: Or perchè
affinchè a questa prima, naturale ed innocente voglia si raccolga, s’accompagni
ogni altra morale e lodevole virtù, innata v'è data vi è fin dal vostro
nascimento, la virtù che consiglia la ragione che vi deve consigliare e
regolare i vostri appetiti. La terza, infine, è di Tommaseo, che, a nel
Commento, esprime il concetto d’Alighieri in questo modo. Acciocché questo
primo naturai desiderio e intelligeìiza sia quasi centro ad ogni altro vostro
volere e sapere acquisito, avete innata la ragione, da cui viene il libero
arbitrio; sicché tutti sieno non men del primo conformi a natura. Qual è il
valore di queste spiegazioni? Esaminiamole brevemente. A veder l'improbabilità
della spiegazione di Daniello basta considerarla rimpetto alla ragione
grammaticale. Nel verso: Or perchè a questa ogni altra si raccoglia dei due
pronomi questa e ogn' altra, che essendo ambedue femminili e uniti in un sol
membro, ognuno riferirebbe ad un medesimo nome, egli al contrario riferisce il
primo al susseguente virtù, e il secondo al precedente voglia; attribuendo cosi
ad Alighieri un costrutto non solamente ardito, ma pur anco sì strano che non
se ne trova esempio ne pur forse negli scrittori latini, tuttoché la lingua
loro concedesse tanta libertà d'allontanarsi dall'ordine naturale delle parole.
Lo stesso rimprovero può farsi pure a Lombardi; il quale non si diparte da
Daniello se non in questo, che il primo di quei pronomi riferisce a voglia e il
secondo a virtìi, cioè mette innanzi quel che l'altro avea messo dopo, e
pospone quel che l'altro avea anteposto – H. P. GRICE BE ORDERLY. Ciò non ostante
ne risulta quindi un senso tanto differente da rendere la spiegazione di
Lombardi meno improbabile di quella di Daniello; perchè lascia a soggetto della
relazione, accennata da Dante in questo verso, la prima voglia, o l’affetto dei
primi appetibili, come rettamente si dice, naturale e innocente sebbene per
termine d’essa relazione non si prendano poi le altre voglie od affetti, ma
piuttosto le morali e lodevoli virtù. È vero che le morali e lodevoli virtù
hanno per natura di dirigere e ordinare gli affetti tutti dell'animo, e che
perciò nella espressione usata da Lombardi sono implicitamente contenuti anche
questi, ma ciò non basta a giustificarlo; essendo che qui trattavasi appunto di
mostrare come gli affetti diventino virtù e anco vizi, e nella chiosa di
Lombardi questa dimostrazione rimane un desiderio, avendo egli preso, come
abbiam detto, per termine della relazione le virtù bell'e formate. Con mente
più filosofica ha studiato, come gli altri, così questo passo della Divina
Commedia Tommaseo; ha riferito tutt'e due i pronomi al medesimo nome voglia,
che li antecede, e ha scorto fors'anco la vera relazione, che noi crediamo
essersi inteso d’Alighieri di porre tra l'aff'etto dei primi appetibili e ogni
altro affetto, che di poi si svolga nell'animo nostro, senza che però
l'intendimento del poeta resti a pienoillustrato. Imperocché, ritenuto per
indubitabile che questa valga questa prima voglia, che è in noi naturalmente, e
ogni altra valga ogni altra voglia, che in noi possa accendersi nel corso della
vita, v'è da risolvere la questione, a cui fa luogo il verbo raccogliersi; che
è quanto dire quale relazione precisamente abbiavoluto il poeta esprimere con
esso verbo fra quelle cose. E qual è questa relazione secondo Tommaseo? È una
relazione simile a quella che i punti d'una circonferenza, o i raggi d'un
cerchio, hanno col centro, giacché dice: acciocché questo primo naturai
desiderio e intelligenza sia quasi centro ad ogni altro vostro volere e sapere
acquisito, ecc. E per fermo, raccogliersi significa anco concentrarsi, e più
d'un esempio ce n’offre lo stesso ALIGHIERI. Ma siffatta spiegazione, ci sia
permesso di dirlo francamente, non isnuda il concetto filosofico voluto
esprimere da Dante, lo lascia involto nel velo della metafora, però non può
essere avuta per sufiiciente. Il poeta nel canto avea fatto dire a VIRGILIO che
amore è sementa in noi d'ogni virtù e d'ogni vizio: vuol fargli provare la
verità di questo dettato, comune alla pagana e alla cristiana sapienza. A tale
uopo egli, in persona del suo duce e maestro, risale col pesiero alla
costituzione primitiva dell'essere umano: in esso, egli dice, oltre la materia,
v'è una forma immateriale, fornita d’una virtù o potenza specifica, la quale
non si dimostra che ne'suoi effetti, cioè nelle sue operazioni, come per verdi
fronde in pianta vita. Questa potenza specifica può considerarsi da due lati,
in quanto è passiva e in quanto è attiva: in quanto è passiva è l’intelletto
delle prime notizie, in quanto è attiva è l’affetto dei primi appetibili. AQUINO,
Contra gent. Quindi non è maraviglia che l'uomo non sa donde gli vengano
siffatte cose, non essendone mai stato privo e appartenendo alla sua natura in
quel modo medesimo, che all'ape, per esempio, appartiene lo studio, ossia
l'istinto, di far lo mèle. Ora quell'affetto dei primi appetibili è senz'alcun
merito, perchè non dipende dal libero arbitrio; il quale soltanto è principio,
là onde si piglia Cagion di meritare. Non per tanto esso, non avendo per
oggetto altro che il bene conveniente all'umana natura, è un affetto sotto ogni
aspetto irreprensibile. Non si può concepire non solo una creatura, ma né meno
il Creatore senza amore alcuno; sebbene In Tece di IV, era da pozze: Inella
creatura ragionevole ne possano essere di due sorte, uno naturale, o istintivo;
e l’altro à^ animo, o deliberato: il primo dei quali è sempre senza errore –
factive H. P. Grice --, perchè è l'opera della stessa sapienza divina, mentre
il secondo puote errar per malo obietto – AD PLACITVM --, O per poco o per
troppo di vigore, secondo che dalla libera volontà -- e laudabile di chiamar
spade spade? -- o è vòlto a ciò che è intrinsecamente male, oppure –
IMPENETRABILITY -- anco a ciò che è bene, ma senza quella misura che risponda
al suo vero pregio. Come accade adunque che è Amor sementa in noi d’ogni
virtude E d'ogni operazion che merta pena? Ciò accade: Imperché dal primo
amore, che Dio medesimo ha posto nell'uomo, si svolgono altri amori, come dalla
forza vegetativa delle piante nascono i ramoscelli e le foglie, che l’adornano,
e dall'istinto dell'ape i vari movimenti coi quali essa sugge l'umor de'fiori,
lo converte in miele e lo deposita nell'alveare; perchè questi secondi amori
possono esser conformi a quel primo essenziale all'uomo e rettissimo, ovvero
anche difformi, siccome avviene ogni volta che o finiscano in oggetto per sé
malo, o non serbino il debito modo ed ordine nei beni; perchè la ragion
pratica, o assecondando o promovendo colla sua libera efficacia cotesti amori,
fa che la rettitudine loro o la loro malvagità sia imputabile all'uomo –FREEDOM
AND RESENTMENT --, e, divenuti abituali, diano carattere alla sua condotta, in
altre parole, originino le virtù ed i vizi. E da tutto questo si fa manifesto,
che, quel primo amore, si rispetto agli amori secondi, come rispetto alla
ragion pratica (convenientissimamente chiamata da Dante la virtù che consiglia,
E dell'assenso de’tener la, soglia, dall'ufficio a cui è stata destinata, è
come una cotal regola od esemplare; cioè, rispetto agli amori secondi, perchè
non possono esser ragionevoli e onesti se non seguendolo e imitandolo, e
rispetto alla ragion pratica perchè deve procurare, che essi nel fatto lo
seguano e lo imitino. E diciamo UE a cotal regola od esemplare; conciossiachè
la natural tendenza a quel bene, che conviene all'esser nostro, per sé non è
che un fatto, e un fatto, in quanto tale, non ha la ragion di regola o
d’esemplare, ma solamente può parteciparne in quanto è segno d'un'idea --
AQUINO, ^'ttmwa, I IP, ^ della legge naturale e altrove. Se si vuol dunque,
commentando questo luogo di Dante, andare al fondo, non bisogna contentarsi di
rendere il raccogliersi per concentrarsi, ma bisogna di più ridurre lo stesso
concentrarsi al suo senso filosofico, il quale non ci sembra poter esser
diverso da quello che abbiamo indicato, cavandolo dal valor logico dei
concetti, che Dante ha espressi nei canti del Purgatorio. Che se il nostro
raccogliere è dal latino colligere, e lex è detta, come pensa CICERONE, da
eligere, ognun vede la profonda convenienza che quel si raccoglia ha coll'ufficio,
che. Per tutta chiarezza la citazione dovrebb'esser così: Prima secundae S.
theol., quaest. giusta la mente di Dante, noi crediamo di dovere attribuire al
primitivo e immanente atto della parte affettiva dell'anima umana.
L’interpretazione da noi proposta non contradice adunque quella data da
Tommaseo, ma, se non c'inganniamo, la compie, recandola fino a quel termine
dov'egli avrebbe ben saputo recarla, e in maniera a pezza più conveniente, solo
che avesse fatto colla riflessione qualche altro passo nella via medesima in
cui si era posto. Ma se la nostra interpretazione e quella di Tommaseo si
possono cosi accordare, è però vero che in ciò che la nostra piglia a suo
fondamento dal canto non s’accorda punto colla chiosa quivi fatta dall'illustre
critico. Perocché dove il poeta dice che creatura non vi fu mai senza amore, o
naturale o d'animo, egli spiega l'uno per amor di corpi, l'altro per amor di
spiriti; noi al contrario, come abbiamo accennato di sopra, L'OzANAM, che
alcuni noa sanno stimare senza esagerarne i meriti, il principale dei quali per
noi è d’avere coll'opera sua additato agi'italiani che vi è un lavoro da fare,
intende p&s prima voglia il primo moto o dell'irascibile o del
concupiscibile, che i moralisti insegaano esser privo di merito e di demerito.
Dio sa dunque in che strano modo intende a collegare colle precedenti la
terzina che qvà abbiamo esposto. ALIGHIERI et la philos. catholique aa XIII
siede fParis. L'Ozanam. a proposito di due luoghi del Convito commenta. Il y a trois sortes d'appetits. Le premier, naturel, qui n'a point
conscience de soi, et qui est la tendance irrésistible Je tous les ètres
physiques a la satlsfactiou de leurs l>esoins; le second, sensitif, qui a
30n mobile externe dans les choses sensibles, et qui est concupisaiife ou
irciscible tour à tour; le troisième, intellectuel, dout l'objecr. a'est
appróciable qu'à la pensée. Ces appótités eux-mèmes peuvent se réduire a un
seul principe commun, l'amour. Ma la prima vogliu di questo luogo del
Purgatorio è a lui premier acte, instantané et irrafléchi della virtù speeipcu,
dispositiou «pécitìque, natureUe, qui ne se révèle que par ses eftets.
intendiamo pel naturale l'amore istintivo, e per quello d'animo l'amore
deliberato. E ci pare che giustifichi questo nostro modo d'intendere il
contesto del canto suddetto, e l' insegnamento comune degli scrittori, da cui
Dante traeva, fra i quali a noi basti il menzionare FIDANZA, che nel
Breviloquio distingue, appunto, due guise d’operare delle nostre affezioni,
cioè per un moto naturale e per iscelta deliberata. Diremo pertanto, senza
timore d’offendere il grand'uomo, che la sua chiosa di questo sublime luogo di
Dante, il quale può dirsi in germe un intero sistema di filosofia morale, pecca
nel punto di partenza, non afferrando la giusta distinzione tra l'amor naturale
e gl’amori deliberati, e pecca nella conclusione, lasciando qualche cosa
d'indeterminato sulla relazione del primo verso coi secondi. Di che però non
tanto vogliam fargli biasimo, quanto rendergli giusta lode d'aver saputo più
addentro d'ogni altro vedere nel pensiero d’ALIGHIERI. Sopra un luogo della
Cantica del Paradiso Beatrice nel canto del Paradiso narrando filosoficamente
la creazione delle cose, dice degl’angeli: Né giugneriesi, numerando, al venti
Si tosto, come deg’angeli parte Turbò'1 subietto de'vostri elementi. Tutti
gl’interpreti, per quanto io mi sappia, per subtetto de’vostri elementi hanno
inteso la terra. Peraltro alcuni hanno inteso la terra comeelemento j altri la
terra come corpo. È de'primi, per cagion d'esempio, Buti, che spiega la
sentenza di questa terzina colle seguenti parole: Da chi numerasse d’uno in
vinti non si giungerebbe sì tosto al vinti, come tosto parte dell’angeli poi
che furono creati, incontanente cadder di deìo in terra, e mutò o vero turbò,
secondo altro testo, lo subietto de’vostri elementi, cioè di voi omini, cioè la
terra Dall'Istitutore: foglio ebdomadario d' istruzione e degl’atti ujjicifdi
d’essa. Torino, tip. scolastica di S. Franco. che è subietto dell'acqua,
dell’aere e del fuoco, poiché a tutti è sottoposta /e bene lo mutò e turbò,
impera che prima e pura, e poi e infetta. Così il codice Magli abechiano). De'
secondi poi è il Tommaseo, perchè dopo aver dato terra per equivalente di
subietto de'vostri elementi aggiunge questa ragione: La terra è soggetto dei
quattro elementi aria, fuoco, acqua e terra. Dove è chiaro che terra la prima
volta significa il corpo o globo da noi abitato, e la seconda volta r infimo
de'quattro elementi distinti dagl’antichi. Mi sia permesso di dire, che né i
primi né i secondi mi paiono aver colpito nel segno. Il nome subietto o
soggetto, come sostantivo, appartiene alla lingua filosofica, ed ha un SENSO
dialettico ed un SENSO metafisico. Nel senso dialettico indica uno de'termini
del giudizio o della proposizione, quello cioè del quale l'altro, che chiamasi
predicato, isi afferma o si nega. E di qui, per estensione, nasce UN ALTRO
SENSO, esso pure dialettico, quando di questa voce si usa a dinotare ciò su cui
verte, non una semplice proposizione, ma molti ragionamenti ordinati e
connessi, siccome sono nella scienza. In metafisica poi subietto ora significa
la causa efficiente di qualche cosa, come in quel luogo del purgatorio. Or,
perchè mai non può dalla salute Amor del suo subietto volger yiso, dall'odio
proprio son le cose tute; ora invece significa la causa materiale come in
questi versi del paradiso: Or, come ai colpi degli caldi rai della neve riman
nudo il suggetto E dal colore e dal freddo primai, ecc. E quest'ultimo è il
significato che io credo debba attribuirsi alla parola subtetto nella terzina,
di cui è questione; cosicché altro non s'intenda aver voluto ALIGHIERI
esprimere in essa, se non che alcuni degl’angeli, partitisi dal divino volere,
colla naturale loro potenza indussero disordine nella materia degl’elementi,
de'quali è composta questa parte a noi destinata dell'universo. Ciò si parrà
chiaro considerando che il nostro poeta parla qui da teologo e da filosofo,
uffici ai suoi tempi inseparati, e che ne'tempi posteriori, per grande sventura
delle due scienze sovrane, non fu stimato assai di distinguere. Ora che insegna
la teologia a proposito degl’angeli ribelli a Dio? Ella insegna che ministri,
anche dopo la loro caduta, della provvidenza divina, s’aggirano in questo
nostro mondo, tribolandoci non solo colle malvagie istigazioni, ma eziandio
colle tempeste, colle pestilenze ed altri mali di tal genere. Sono notissimi i
passi dell'epistola di s. Paolo agl’Efesini; dove cotesti spiriti sono chiamati
principi aventi potestà su quest'aria. Ma i padri, appoggiati ad altre autorità
della scrittura ed ai fatti in essa raccontati, ritennero che la potestà loro
si estendesse su tutta, in generale, la materia ed i corpi terrestri. Valga,
per ogni altra, la testimonianza d’Agostino, De doctrina christiana. Hinc enìm
fit, ut occulto quodam iudicio divino cupidi malarum rerum homines tradantur
illudendi et decipiendi, prò meritis voluntatum suarum, illudentìhus eos atque
decipientibus prevaricatoribus angelis, quibus ista mundi pars infima secundum
pulcherrimum ordinem rerum, divinae providentiae lege, subiecta est. Ora gli
scolastici, come ognun sa, non fecero che ripetere le dottrine teologiche dei
Padri, dando loro una forma scientifica, secondo i principii e la lingua della
filosofì del LIZIO; la quale per essi, almeno per nove delle dieci parti, è
pura e pretta verità. Quindi il miscuglio, che trovasi nei trattati di teologia
degli scolastici, degl'inconcussi dommi della fede colle fallaci opinioni del
LIZIO. Del qual miscuglio n'abbiamo un esempio in questo stesso argomento, che
qui tocchiamo. Generalmente gli scolastici dietro al LIZIO pensarono che altra
fosse la materia dei cieli, altra la materia, onde è fatto il mondo sullunare;
quella fosse immutabile e incorruttibile, questa soggetta a mutamento e
corruzione; perocché, dicevano, quella è in potenza alla sola forma che ha,
questa, al contrario, è in potenza a molte forme e diverse. Dal che AQUINO
conchiude che fra la materia de'corpi celesti e la materia degl’elementi del
nostro mondo non vi ha una comunanza che di concerto. Non est eadem materia
corporis coelestis et elementorum, nisi secundum analogiam, secundum quod
conveniunt ratione potentiæ (Summa). E per questo appunto ALIGHIERI, nel citato
canto del Paradiso, appella preziosi i corpi celesti. Ora, che cosa è, conforme
queste dottrine cosmologiche degli scolastici, il subietto degl’elementi? Il
subietto degl’elementi è la materia prima del mondo sullunare, subiettata ad
una certa forma, prima nei corpi semplici, aria, acqua, ecc., e di poi nei
corpi misti, minerali, piante, ecc. Imperocché gli scolastici per materia e
subietto intendeno la medesima cosa colla sola differenza, la quale trascurano
ogni volta che loro non bisogna di procedere con tutto il rigore dialettico,
che il subietto ha relazione con una forma attuale, mentre la materia ha
relazione con una forma potenziale. Ista videtur esse differentia inter
materiam et subiectum, dice Alessandro d'Ales, In Metaph. Del LIZIO, quia
materia dicit rem suam in potentia ad formam, ut transmutabilis est ad ipsam
per viam motus et fieri, et ideo quae sine fieri introducuntur, non proprie
habent materiam ex qua: subiectum autem dicit rem suam ex hoc, quod substentat
formam; et ideo omne quod substentat formam potest vocari subiectum, licet
aliquo modo possit vocari materia. Pertanto ciò che ALIGHIERI, ne'versi
riferiti, chiama il sìibietto de’vostri elementi, corrisponde a capello, a ciò
che Aristotile, nel Della generazione e della corruzione, chiama, con parole
affatto equivalenti, uTioxsifisvYjv \ìh]v. Nel qual luogo, se il filosofo
rigetta l'opinione di quelli, che ponevano un unico subietto di tutti
gl’elementi, è però manifestissimo che la rigetta solamente in quanto quel
subietto pretendeno essere un cotal corpo separabile e stante da sé, awjAa xe
òv xat Xopiaióv. Ed invero, più sotto, divisando l'ordine delle entità, che
concorrono a costituire i corpi primi, ossia gl’elementi, pone in primo luogo
la materia, in secondo luogo la contrarietà ed in terzo luogo gl’elementi: Ma
poiché i corpi primi son fatti in questo modo di materia, d’essi pure conviene
determinare qualche cosa, supponendo che una materia inseparabile, ma soggetta
a qualità contraria, sia il loro primo principio; perocché non è il calore
materia del freddo, ne il freddo del calore, ma ciò che sottostà ad entrambi.
Laonde primieramente che il corpo sensibile esista in potenza, è il principio:
di poi vengono le stesse qualità contrarie, come il calore e il freddo: da
ultimo il fuoco e l'acqua e l’altre cose di tal sorta. E questa ò la costante
dottrina degli scolastici, e a tenore di questa vuoisi intendere quello che
ALIGHIERI accenna del termine dell'azione perturbatrice degli spiriti perversi.
Imperocché d’una parte troppo è inverosimile che egli non abbia parlato a tenore
di tal dottrina, solendo egli esprimere nei suoi mirabili versi le dottrine
filosofiche della scuola e colle stesse formole da lei celebrate: dall'altra,
ritenuto che la cosa sia così, dal passo controverso esce un senso, che a pieno
s’accorda coli'insegnamento teologico circa la presente potenza degli angeli
rei. All'opposto nelle altre due interpretazioni codesta loro potenza si limita
a capriccio a farsi strumento dell'odio loro contro Dio e gl’uomini la sola
terra, o vuoi come elemento, o vuoi come corpo; né si tien conto della lingua
filosofica dell'autore, quanto è giusto che si faccia, poiché la parola
subietto, mi si conceda di ripeterlo, appartiene alla lingua filosofica, e qui
precisamente alla lingua metafisica, nella quale lingua subietto non significa
mai, se la memoria non mi fallisce, un ordine di più cose pella loro
collocazione nello spazio, siccome sembra che vogliano coloro che hanno
subietto de’vostri elementi per una perifrasi di terra. Finalmente osservo che
coll'assegnare per termine all'azione degli spiriti angelici ciò che di primo
si concepisce ne'corpi come corpi, non si attribuisce ad Alighieri un pensiero
frivolo da sbertarsi, ma degno delle più serie considerazioni del filosofo. Il
dominio degli spiriti puri sulle cose materiali, e l'origine di certe forze,
che su esse si manifestano, sono due grandi misteri; i quali forse si
compenetrano in uno, e quest'uno è riserbato di vedere svelato, quanto
all'intelligenza nostra è possibile, allorcliè i metafìsici s’intenderanno un
po’più di fisica e i fisici di metafisica e tutt'e due di teologia. Pisa.
Averroè della DiTina Commedia' È notissimo che Dante fra i saggi sospesi nel
primo girone dell’inferno, o per non avere ricevuto il battesimo, o per non
avere adorato Iddio debitamente, colloca ancora Averrois, che il gran commento
feo. Inf.. Ora l'editore pisano delle lezioni di Buti sulla divina commedia a
questo verso fa la nota seguente: Averrois, sebbene commenta il LIZIO, professa
dottrine opposite al greco filosofo; onde i commenti di lui non sono in molto
credito appo degl’italiani. Qui dunque il gran commento potrebb' esser anche
detto con ironia. Noi non possiamo pregiare la novità di questa osservazione,
perchè ci sembra mancare affatto di verità. E non intendiamo come il benemerito
editore non si è accorto d’un difetto sì grave, quando lo stesso contesto assai
chiaramente esclude il disprezzo e lo scherno dell'ironico parlare. Invero,
dopo aver detto il ' DaUe Letture di famiglia, nostro poet Qnaest. Disput.
2>e Mente, quaest. ne, quanto semplice altrettanto sublime, di Dio che si
legge neìV Esodo: Io sono l'Essere cioè l'Essere che essenzialmente ed
assolutamente è. Quanto poi alla natura dell'intelletto umano egli,
confrontandone l’operazioni con quelle del senso, che solo coglie gl’esterni
accidenti delle cose, veniva a ravvisare che l'operazione sua propria è circa
l'essenza delle cose; e poiché quelle essenze ci riducono all'essere in comune
coll'aggiunta di varie determinazioni, il suo proprio oggetto consiste appunto
nell'essere in comune. Ora se d’un lato l'essere, in quanto è essenzialmente ed
assolutamente essente, è Dio, e dall'altro, in quanto è appreso universalmente,
è l'oggetto proprio dell'intelletto umano, è piano come AQUINO puo dire che il
lume dell'intelletto umano è una certa partecipazione o similitudine di Dio o
dell'increata verità. Io non credo, debbo pur dirlo si per non essere frainteso
e si per amor di schiettezza, io non credo che Aquino giunge mai a renderai
cosi esplicitamente ragione di ciò che in tanti luoghi delle sue opere ripete
sulla natura del lume dell'intelletto e sulla sua attinenza con Dio. Ma
qualunque siano state le cause, che ne lo impedirono, certo è che questa
spiegazione giace implicita nel complesso delle sue dottrine e si fa innanzi quasi
spontanea a chiunque profondamente le mediti e senza la stolta paura Etodo, che
alcuni dei suoi studiosi oggi paiono avere, di dire una parola di più oltre
quelle dette da lui, come se la scienza potesse star tutta racchiusa nelle
parole di un sol uomo. Del resto la storia dell'umano intelletto, giusta il
modo onde Aquino se la rappresenta, è in sostanza la seguente. L'intelletto
umano è un'attività, che ha due movimenti; coU'uno si costituisce come potenza
di conoscere, coli 'altro si svolge e perfeziona. Col primo, onde si
costituisce come potenza di conoscere, incontra l'essere in universale e
l'apprende. Da tale apprensione in cui sono virtualmente contenute tutte
l’apprensioni e tutti gl’altri atti che in queste si fondano incomincia il
secondo movimento dell'intelletto e in esso si possono distinguere tre
principali momenti, per ciascuno dei quali nella lingua della scuola d’AQUINO
vi'è una frase particolare, che ne esprime il carattere distintivo. Imperocché
innanzi tutto nell'apprensione dell'essere in universale sono virtualmente
contenuti i sommi principi della ragione, che si risolvono nei concetti
universali dell'^wo, dell'edenticOj dell'assoluto e cosi via. Ora questi
concetti si fanno attuali nell'intelletto, quando gl’è somministrata una materia
di conoscere, lo ch’è ufficio proprio del senso. Allora l'intelletto mediante
quei concetti: l’illustra i fantasmi cioè la materia somministratagli dal
senso, percezione intellettuale dei sensibili; astrae dai fantasmi le specie
intelligibili, concezione per via di riflessione dell’idee astratte delle cose,
ossia delle specie e dei generi; compone e divide le t^pecie astratte, giudizi
e raziocini, coi quali la riflessione, comparando l’idee astratte, si viene
formando una scienza più o meno perfetta delle cose, secondochè discopre più o
meno delle loro relazioni. Ma in qualunque di questi momenti della sua
evoluzione si trovi l'intelletto nostro, è pur sempre vero, che tutto quello
che egli conosce, conoscendolo pella verità dei primi principi, e quelli essendo
come i primi raggi di quel lume che fa di lui una potenza intellettiva; e
questo venendo da Dio, anzi essendo una certa partecipazione del lume stesso di
Dio a noi in parte comunicato, ne segue che pur nell'ordine naturale Dio solo è
quegli che internamente e principalmente ci ammaestra come è anche la natura
quella che principalmente risana. Cosi AQUINO nelle Questioni Disputate de
Magistro, dove anche stanno quell'altre belle parole. Che alcuna cosa si sa con
certezza avviene pel lume della ragione divinamente infuso, col quale Iddio in
noi favella; parole, colle Quaest. I, nel corpo dell'articolo in fine. Ivi,
nella risposta all'obiezione Si considerino bene quelle frasi d’AQUINO.
Universales conceptiones, quaruni cognitio est nobìs naturaliter insita.
Qiiest. cit. de Magistro nella risposta all’obiez. Lumen rationis per quod
principi» cognoscimus (Tbid., nella risposta alla obiez.) Mediantibas
tmiversalibus conceptionibus, quae statim lumine intellectus agcntis
cognoscuntur. Quest. cit. de Mente, nel corpo dell'articolo in fine): e poi si
dice, se secondo la mente d’Aquino quali si pone espressamente una cotale
rivelazione naturale, come rimota preparazione a quella soprannaturale
rivelazione che si fa nell'anima del cristiano. Io m'immagino, che mentre
veniva cosi narrando in compendio i pensieri del nostro grande filosofo sulla
questione dell'origine del sapere, la mente del lettore m’abbia spesso
abbandonato e sia volata ora a questo ora a quel luogo della divina commedia,
dove si leggono sotto forma poetica dei pensieri somiglianti. E se ciò è
veramente accaduto, naturai cosa è che si sia intanto rafforzata in lui la
persuasione, che il nostro gran poeta nei versi che danno argomento al mio
dire, non può avere avuto l'intenzione d’esprimere la impossibilità da cui
neppure il filosofo vada essente, di scorgere la sorgente donde viene
l'intelletto delle prime notizie. Certo è che codesti pensieri somiglianti
nella divina commedia vi sono e, ciò che ora io desidero che si avverta e che
importa al mio proposito sommamente, i più somiglianti si trovano appunto nel
passo del purgatorio, che altri ha interpretato cosi diversamente. In vero, se
non si guarda che alla sostanza della soluzione d’AQUINO, egli insegna che la
cognizione dei primi principi, donde proviene ogni altra cognizione dell'uomo,
è il lume dell'intelletto o della ragione possa esser altro che un massimo
universale, come appunto dimostra che è SERBATI nel suo saggio sull’origine
dell’idee e in altro sue opere. una cognizione in lui innata, in quanto che in
lui è innato il lume della ragione, pel quale tali principi conosce. E non
ripete ALIGHIERI in sostanza il medesimo nei terzetti del canto del purgatorio,
che sono riferiti da principio? Infatti quivi egli dice che la specifica virtù
dell'anima umana, forma sostanziale che nel tempo stesso è scevra di materia ed
unita con lei, è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; che ciascuna di
queste virtù ha i suoi propri oggetti, cioè la virtù del conoscere certe prime
notizie che la dirigono nelle sue particolari operazioni, e la virtù dell'amare
certi primi appetibili che similmente la muovono e la guidano nelle sue
particolari operazioni, e che 1'intelletto di tali notizie e l'affetto di tali
appetibili precedono perciò di loro natura tutte le particolari operazioni
d’esse virtù; che queste due virtù per una legge generale, a cui sottostanno
tutte le forme della stessa specie dell'anima nostra, sempre si rimarrebbero
occulte, s’uscendo nelle loro particolari operazioni non si fanno in queste sentire
e per queste non si dimostrano, come per verde fronda in pianta vita; che
conseguentemente, quando l'uomo opera o coll'una o coll'altra di queste virtù,
gli si rende bensì sensibile e gli si dimostra quella, con cui opera, ma non
anche quell'atteggiamento precedente d’essa, pel quale è causa al tutto
proporzionata e pronta al suo operare, quindi non anche l'intelletto delle
prime notizie nell'operare della seconda; finalmente che quest'intelletto e
quest'affetto, solo discopribili nel segreto dell'anima all'acuto sguardo d'una
tarda riflessione filosofica, sono tanto connaturali all'anima quanto le sono
connaturali le specifiche virtù delle quali non sono che proprietà, e da
paragonarsi perciò agl’istinti, che differenziano le varie classi d’animali,
allo studio per es. che è nell'ape di far lo mèle. Lascio il resto, perchè non
legato strettamente col tema del mio discorso, e dall'esposto raccogliendo quel
che ne segue, dico che tanto è lungi ch’ALIGHIERI nel passo riferito del
purgatorio dichiari insolubile la questione dell’origine dell’umane cognizioni
e più precisamente dei primi principi che all'opposto egli proprio in quel
passo stesso ne dà una soluzione, e questa sostanzialmente è quella che già ne
da AQUINO. Che se vi ha qualcuno che non consenta meco nel modo d'intendere o
la dottrina filosofica d’AQUINO o quella corrispondente d’ALIGHIERI o tutte e
due, io ora non gli contrasto. Intenda egli pure a suo talento coteste
dottrine. A me basta finalmente che riconosca il fatto che in questo canto del
purgatorio a una ne professa, qualunque ella è. Imperocché, riconosciuto questo
fatto, bisogna risolversi ad una di queste due cose. O bisogna tener ALIGHIERI
per uomo di tale grossezza e stupidità di mente da non accorgersi della
contraddizione in cui cade, sentenziando, come pretende l’interpretazione che
all'uomo non è dato di sapere là onde vegna lo intelletto delle prime notizie e
nell'atto stesso esponendo, sebbene brevemente, una dottrina intorno a questa
questione. Oppure bisogna rifiutare l’interpretazione, e credere l’intenzione
d’ALIGHIERI lontana le mille miglia da quella sentenza. In verità io non so,
s’oggi neppur Bettinelli prende il primo partito. A questo punto mi pare eh'io
potrei tenere per sodisfatto il mio debito e quindi far fine. Pure mi piace
d’aggiungere due altre considerazioni che mi sembrano attissime a far sentire
sempre più quanto è iuammissibile la discussa interpretazion. Si consideri
dunque in primo luogo che ALIGHIERI, comecché uomo straordinario, tanto che puo
dirsi di lui quello che egli dice di Omero, cioè che sovra gli altri com'aquila
vola, ciò non ostante è un uomo, e tutti si riscontrano in lui i caratteri
generali degl’uomini dei tempi suo. Uno d’essi è la fede, presa questa parola
nel senso più ampio. Cosicché, oltre la fede soprannaturale propria del
cristiano, abbracci pur quella meramente naturale dell'uomo, pella quale egli
fortemente assente a tutto ciò che la ragione gli mostri come vero o come
buono. I fatti pubblici e privati, le lotte delle fazioni politiche, le dispute
delle scuole, i monumenti sacri e profani, i libri, che si leggeno a istruzione
o a trastullo, tutto in una parola ciò che appartiene a quei tempi concorre a
farci intendere che un uomo che NON crede con fermezza, è stato allora quasi un
assurdo. Per questo fra i diversi modi di pensare, che anche nell'età di mezzo
regnano nelle scuole, resta ignoto del tutto quello che torna in fine in
distruzione d'ogni scienza e dello stesso pensiero, voglio dire LA SCESSI. Ora
che altro è che pua e pretta scessi il dire là onde vegna lo'ntelletto delle
prime notizie, uomo non sa, se questo si ha da togliere nel senso che
l’interpetrazione propone? Imperocché le prime notizie son pure quelle sulle
quali, come su fondamento, s'innalza tutto il sapere dell'uomo; onde il
dubitare del suo valore si fa inevitabile a chiunque s'attenta di passar i
confini della riflessione volgare, se la origine delle prime notizie è
impossibile a discoprirsi. Imperocché come potrebbe egli abbandonatamente
affidarsi a principi d'origine non pure ignota, ma avuta da lui per
inconoscibile? Non potrebbero essere altrettante misere illusioni della sua
mente? E per qual via liberarsi di questo terribile sospetto, se tutti i
giudizi della mente si fanno a norma di quei principi? S'immagini pure chi
vuole maestro di dubbio il nostro grande Poeta: io per me non potrò mai farmi
un'immagine tale di nessun uomo dei suoi tempi e d'Alighieri anche molto meno,
s’Alighieri è quello che lo dicono le storie e che lo manifestano tutte
concordemente e le sue prose e i suoi versi immortali. Appoggiato invece a
questi documenti certissimi, dai quali tanta fede traluce nella ragione e nella
scienza umana, io me l’immagino pieno di sdegnoso disprezzo per cotesto genere
di mendace filosofia, quale egli si mostra nella prima cantica della divina
commedia, quando, entrato appena nella città di Dite incontra l'anime triste di
coloro, che visser senza infamia e senza lodo. Mischiate a quel cattivo coro
degl’angeli, che non furon ribelli, Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. Non è
già, ed eccomi all'altra considerazione, non è già che ALIGHIERI crede
illimitata la sua ragione umana o che n’esagera comecchesia il potere. No. Egli
riconosce i suoi confini e al disopra di questa naturale sorgente di cognizione
ne pone un'altra soprannaturale, la fede, destinata perdono grazioso di
provvidenza ad estendere e compire, quanto quaggiù è possibile, la cognizione
derivata dalla prima. Però egli ammette due scienze distintissime,
corrispondenti a quelle due potenze o principi subiettivi del nostro sapere, la
filosofia e la teologia; e come, menato dall'istinto d'un animo eminentemente
poetico, che tutto contempla nella forma del bello, PRENDE VIRGILIO COME
SIMBOLO DELLA FILOSOFIA, così Beatrice prende per simbolo della teologia. Quin-
Inf., canto di quelle parole che servono d'introduzione acconcissima ai
ragionamento, con cui VIRGILIO nel canto del purgatorio si fa a dissipare
difficoltà sorte nella mente d’ALIGHIERI: quanto ragion qni vede Dir ti
poss'io: da indi in là t'aspetta pure a Beatrice ch'è opra di fede. Ora in
questa introduzione sta appunto una nuova buona ragione per riprovare
l’interpetrazione che fa dire ad ALIGHIERI indefinibile per umano ingegno là
onde regna lo intelletto delle prime notizie. In vero qual è precisamente lo
scopo, a cui mira il ragionamento di VIRGILIO? Ad ALIGHIERI, non avendo inteso
bene il principio da cui è partito il suo maestro nel ragionamento antecedente,
con cui questi vuole spiegargli la natura dell'amore, è venuto a turbargli la mente
e ad impedirgli di comprendere come l'amore puo essere la radice d’ogni merito
o demerito dell'uomo che opera, questa obiezione. Ohe se amore è di fuori a noi
offerto, e l'animo non va con altro piede, se dritto o torto va, non è suo
merto. Ora VIRGILIO VERGILIO, perchè la mente d’ALIGHIERI vede chiaro come il
merito e il demerito dell'operare dell'uomo stesse insieme con quello che egli
dice circa il principio del suo operare, cioè circa l’amore, non dove aggiunger
nulla di nuovo, ma solamente ritornare sulla natura dell'amore e più
spiegatamente dirgliene l'origine. E questo infatti è quello che egli fa,
quando, dopo averlo avvertito che da lui non s’aspetti che quanto in questa
materia può sapere la naturale ragione dell'uomo, prende a dirgli: Ogni forma
sustanzial, con quel che segue. Ora qui è da riflettere, che conoscere e amare
sono cose cosi connesse, che un subietto privo di conoscenza è impossibile che
ami, e privo d’amore è impossibile che sussista; perchè col solo conoscere non
è intero, e un subietto non intero è lo stesso ch’un frammento di subietto.
ALIGHIERI la sa bene questa connessione strettissima dell'amare e del
conoscere, ch’è uno dei più comuni insegnamenti dei filosofi dei suoi tempi e
dei più incontroversi. Onde, se l’opinione sua quanto al conoscere è stata, che
non se ne può sapere l'origine, si sarebbe sentito obbligato a professare
un’opinione simile anche quanto all’amare, e per conseguenza in questo luogo
del purgatorio non avrebbe indotto VIRGILIO VERGILIO ad ammonirlo. Quanto ragion
qui vede dir ti poss'io, ma questi gl’avrebbe dichiarato a dirittura e senza
andare in troppe parole, che non puo dirgli nulla, perchè nulla la ragione ne
vede, e che per tutta questa bisogna gli conveniva aspettare i più alti
ammaestramenti di Beatrice. Pertanto quell'uomo non sa del luogo esaminato del
purgatorio non è da intendersi secondo l’interpetrazione, ma si in quello
stesso stessissimo significato che lia l' noni, non se n^avvede in un altro
luogo della medesima cantica, dove il nostro poeta, esprimendo una delle più
note leggi dell'attenzione intellettiva, dice: Quando per dilettanze ovver per
doglie ch’alcuna virtù nostra comprenda, l'anima bene ad essa si raccoglie; par
che a nulla potenzia più intenda, e questo è contra quell'error che crede. Che
un’anima sopr'altra in noi s'accenda. E però, quando s'ode cosa o vede, che
tenga forte a sé l'animo volta, vassene il tempo, e l'uom non se n'avvede.
Ch'altra potenzia è quella, che l'ascolta, ed altra è quella, che ha l'anima
intera. Questa è quasi legata, e quella è sciolta. In ambedue i luoghi ci
significa la mancanza d’una cognizione propria della riflessione. Ma ne l'una
né l'altra cognizione manca all'uomo per un invincibile ostacolo, che stia
nella sua stessa natura, bensì per una accidentale condizione in cui si trova.
Onde, finche egli rimane in questa condizione, necessariamente rimane anche
privo di quella cognizione. Ma egli può pure uscirne e il potere uscirne non
consiste in altro che nel potere riflettere su di se e su quello che in sé
avviene. Fin qui i due casi a cui si riferiscono i due luoghi del purgatorio
sono eguali del tutto. La loro dififerenza comincia solo a mostrarsi quando si
prende a considerare la natura dell'oggetto del quale si tratta d'acquistar
cognizione per via di’un ri-piegamento del pensiero su noi stessi. Perocché nel
caso contemplato nel canto quest'oggetto è lo scorrer del tempo, e nel caso
contemplato nel canto è invece la provenienza dell’intelletto delle prime
notizie. Or chi non vede, che il ripiegare il pensiero su noi stessi per
avvertire la successione delle nostre modificazioni e il movimento del tempo, è
assai più facile che il ripiegare il pensiero su noi stessi per risalire fino
all'origine prima di ogni nostro conoscimento? Chi non vede, che d'ordinario
ogni uomo adulto, eccettuate le circostanze di breve durata, a cui Alighieri
accenna nell'esporre il primo caso, è capace di fare e fa realmente quella
semplice riflessione che è necessaria per accorgersi del tempo che passa. Ma
che all'opposto pochissimi degli stessi uomini adulti, o per nativa ottusità di
mente, o per difetto di conveniente educazione intellettuale, o per impedimento
posto dai casi e negozi della vita, sono capaci di fare le molte riflessioni e
complicate ed astruse, colle quali soltanto è possibile d’elevarsi fino a quel
fatto primo in cui s'inizia la potenza stessa del conoscere? Ma quello che è
difficile sia pur difficile quanto si vuole, non è impossibile. E quello che
non è impossibile, o prima o poi, o d’un uomo o d’un altro si fa. E cosi si va
effettuando quella idea di progresso che, se per i singoli uomini ha il valore
di una legge morale, per tutta insieme l'umana famiglia ha quello d'una legge
ontologica, voglio dire d'infallibile necessità. E a chi quest'idea in sui
primi albori della civiltà moderna, più che al nostro peta illumina la mente e
da potenza a operare? Luoghi del Poema di Dante CHIOSATI O CITATI DA P. Inf.
Pura. Par. Autori o libri allegati nelle chiose. Agostino LIZIO Alessandro
Afrodisiaco Alessandro d'Ales Apocalisse Atti degli Apostoli Averroè Bartolo da
Sassoferrato Bettinelli Biagioli FIDANZA Bossuet fiuti (Da) Francesco Oano
Melchior Cesari Antonio Condorcet Conti Daniello Bernardino Epicuro Esodo
Evangeli Fichte Fracastoro Girolamo Giustino Martire Hegel Ippocrate Livio
Lombardi Baldassarre Lucrezio Muratori Lodovico Cenerò Orazio Ovidio Ozanam
Pacuvio Paolo Petrarca ACCADEMIA Renan Retorici ad Erennio Rosmini Antonio
Sartini Scoto Michele Schelling Peder. Guglielm Seneca Socrate Tolomeo da
LuccaTommaseo Nicolò Aquino Varchi Venturi Pompeo Vico Vigne (Delle) Piero
Virgilio Vives Gian Lodovico P. bicordato da un suo discepolo Di un luogo del
Purgatorio di Dante, che non sembra essere stato ancora dichiarato pienamente
Sopra un luogo della Cantica del Paradiso JuAverroè della divina Commedia
Alcune osservazioni sulla Fortuna di Dante Sopra un luogo del canto del
Paradiso. Di un luogo filosofico della divina Commedia. Tavola dei luoghi del
Poema di Dante chiosati o citati da P., Tavola degli Autori o libri allegati
nelle Chiose. cf. Alessandro Paganini. Carlo Pagano Paganini. Paganini.
Keywords: Alighieri. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Paganini” – The
Swimming-Pool Library.h
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pagano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’eroe – filosofi agiustiziati – la scuola di Brienza -- filosofia
basilicatese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Brienza). Filosofo
italiano. Brienza, Potenza, Basilicata. Essential Italian philosopher. Uno dei
maggiori esponenti dell'Illuminismo ed un precursor edel positivismo, oltre ad
essere considerato l'iniziatore della scuola storica napoletana del diritto. Personaggio
di spicco della Repubblica Partenopea, le sue arringhe contornate di citazioni
filosofiche gli valsero il soprannome di "Platone di Napoli". Nato da
una famiglia di notai, si trasfere a
Napoli. Studia sotto l'egida di Angelis, da cui apprese anche gli insegnamenti
del greco. Frequenta i corsi universitari, conseguendo la laurea con il “Politicum
universae Romanorum nomothesiae examen” (Napoli, Raimondi), dedicato a Leopoldo
di Toscana ed all'amico grecista Glinni di Acerenza. Studia sotto Genovesi, il
cui insegnamento fu fondamentale per la sua formazione, e amico di Filangieri
con cui condivide l'iscrizione alla massoneria. Appartenne a “La Philantropia,”
loggia della quale e maestro venerabile. Inoltre, i proventi dell'attività di
avvocato criminale gli consenteno di acquistare un terreno all'Arenella, dove
costitue un cercchio, alla quale partecipa, tra gli altri, Cirillo. Insegna
a Napoli, distinguendosi come avvocato presso il tribunale dell'Ammiragliato
(di cui diviene poi giudice) nella difesa dei congiurati della Società Patriottica
Napoletana Deo, Galiani e Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte.
Incarcerato in seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato
condannato per corruzione che lo accusa di cospirare contro la monarchia. Venne
liberato per mancanza di prove. Scarcerato ripara clandestinamente a Roma, dove
e accolto positivamente dai membri della Repubblica. Insegna al Collegio
Romano, accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo
indispensabile per vivere. Tra i suoi seguaci e allievi, il rivoluzionario Galdi. La libertà è la
facoltà di ogni uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli
piace, colla sola limitazione di non impedir ad’altro uomo di far lo stesso. Il
Giudice Speciale lo schernisce dopo avergli letto la sentenza di morte.
Ritratto di Giacomo Di Chirico. Lasciata Roma, si sposta per un breve periodo a
Milano e, dopo la fuga di Ferdinando IV a Palermo, fa ritorno a Napoli, divenendo
uno dei principali artefici della Repubblica, quando il generale Championnet lo nomina tra quelli che doveno presiedere
il governo provvisorio. La vita della repubblica e corta e molto
difficile. Manca l'appoggio del popolo, alcune province sono ancora estranee
all'occupazione francese e le disponibilità finanziarie sono sempre limitate a
causa delle sovvenzioni alle campagne napoleoniche. In questo breve lasso di
tempo, ha tuttavia modo di poter realizzare alcuni progetti. Importanti in
questo periodo sono le sue proposte sulla legge feudale, in cui si mantiene su
posizioni piuttosto moderate e il progetto di Costituzione. Essa per la prima
volta stabilisce la giurisdizione esclusiva dello stato napoletano sul diritto civile
e, tra le altre cose, prevede il de-centramento amministrativo. Prevede inoltre
l'istituzione dell'eforato, precursore della corte costituzionale. Il suo
progetto rimase tuttavia inapplicato a causa dell'imminente restaurazione monarchica.
Si distingue sostenendo altre leggi di capitale importanza come quella
sull'abolizione dei fedecommessi, sull'abolizione delle servitù feudali, del
testatico, della tortura. Con la caduta della repubblica, dopo aver imbracciato
le armi che difendeno strenuamente gl’ultimi fortilizi della città assediati
dalle truppe monarchiche, e arrestato e rinchiuso nella "fossa del
coccodrillo", la segreta più buia e malsana del Castel Nuovo. E in seguito
trasferito nel carcere della Vicaria e nel Castel Sant'Elmo. Giudicato con un
processo sbrigativo e approssimato, e condannato a morte per impiccagione. A
nulla e valso l'appello di clemenza da parte dei regnanti europei, tra cui lo
zar Paolo I, che scrive al re Ferdinando. Io ti ho mandato i miei battaglioni,
ma tu non ammazzare il fiore della cultura europea. Non ammazzare P,, il più
grande filosofo di oggi. E giustiziato in Piazza Mercato, assieme ad altri
repubblicani come Cirillo, Pigliacelli e Ciaia. Salendo sul patibolo, pronuncia la
seguente frase. Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma
l'Italia, o signori, si farà. Italia si fara. Italia, o signori, si fara. Proclami
e sanzioni della Repubblica napoletana, aggiuntovi il progetto di Costituzione,
Colletta. Esponente fra i più rilevanti dell'Illuminismo merita di essere preso
in esame dalla nostra prospettiva per la visione consegnata ai Saggi politici,
un'opera a carattere filosofico -- di ‘filosofia civile' per l'ispirazione
complessiva e il disegno di fondo in cui i diversi elementi della sua
multiforme natura sono orientati verso un unico obiettivo. E anche per la
filosofia politica, che emerge in tutta la sua peculiarità da un lavoro pur dai
caratteri tecnici obbligati come il Progetto di Costituzione della Repubblica
napoletana, da lui personalmente redatto. Saggi: “Burgentini”, “Oratio ad
comitem Alexium Orlow virum immortalem victrici moschorum classi in expeditione
in mediterraneum mare summo cum imperio praefectum”; “Gli Esuli tebani.
Tragedia” (Napoli); “Contro Sabato Totaro, reo dell'omicidio di Gensani in
grado di nullità aringo” (Napoli); “Il Gerbino tragedia” e “Agamennone: monodramma-lirico”
(Napoli, Raimondi); “Considerazioni sul processo criminale (Napoli, Raimondi);
“Ragionamento sulla libertà del commercio del pesce in Napoli. Diretto al Regio
Tribunale dell'Ammiragliato e Consolato di Mare” (Napoli); “Corradino: tragedia”
(Napoli, Raimondi); “De' saggi politici”(Napoli, aRaimondi); “L' Emilia: commedia”
(Napoli, Raimondi); “Saggi politici de' principii, progressi e decadenza della
società” (Napoli); “Discorso recitato nella Società di Agricoltura, Arti e
Commercio di Roma nella pubblica seduta del di 4 complementario anno 6° della
libertà, Roma, presso il cittadino V. Poggioli. “Considerazionisul processo
criminale” (Milano, Tosi e Nobile); “Principj del codice penale e logica de'
probabili per servire di teoria alle pruove nei giudizj criminali”; “principj
del codice di polizia” (Napoli, Raffaele). Le opere teatrali non furono mai rappresentate in pubblico. Le mette
in scena privatamente nella sua villa dell'Arenella. Sono caratterizzate da
temi prevalentemente sentimentali mascherando i temi civili che pur in esse sono
presenti, con funzione quindi pedagogica nei confronti del popolo.
Intitolazioni e dediche Statua di P. a Brienza. Al giurista lucano sono
state dedicate alcune opere letterarie come Catechismo repubblicano in sei
trattenimenti a forma di dialoghi di Astore e P., ovvero, della immortalità di ROVERE
Nella Corte d'Assise di Potenza fu collocato un busto marmoreo in suo onore,
opera di Antonio Busciolano. Gli venne dedicato il Convitto nazionale P. di
Campobasso, con regio decreto firmato da Vittorio Emanuele II. Alcune logge
massoniche furono intitolate a suo nome, come quella di Lecce e di Potenza.. Nel
Venne inaugurato un busto in marmo ai giardini del Pincio (Roma), realizzato da
Guastalla. Il suo personaggio apparve nel film Il resto di niente di Antonietta
De Lillo, interpretato da Mimmo Esposito. Elio Palombi, Pagano e la scienza
penalistica; Giannini, Tessitore, Comprensione storica e cultura, Guida; Gorini,
Ricordanze di trenta illustri italiani, Minerva, Perrone, La Loggia della
Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione. Con la
corrispondenza massonica e altri documenti, Palermo, Sellerio, A. Pace,
Annuario, Problemi pratici della laicità agli inizi del secolo Kluwer Italia, Addio,
Le Costituzioni italiane: Colombo, Lazzari: una storia napoletana, Guida, Cilibrizzi,
I grandi Lucani nella storia della nuova Italia, Conte, Alessandro Luzio, La
massoneria e il Risorgimento italiano: saggio storico-critico, Volume 1, Forni,
Vittorio Prinzi, Tommaso Russo, La massoneria in Basilicata, Angeli, Carlo
Colletta, Proclami e sanzioni della repubblica napoletana, aggiuntovi il
progetto di Costituzione di P., Napoli, Stamperia dell'Iride, Dario Ippolito,
il pensiero giuspolitico di un illuminista, Torino, Giappichelli, Nico Perrone,
La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione,
Palermo, Sellerio, Venturi, Illuministi italiani, Riformatori napoletani,
Milano-Napoli, Ricciardi, Repubblica Napoletana Repubblicani napoletani
giustiziati Deo. Treccani Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Considerazioni
sul processo criminale, su trani-ius. Progetto di Costituzione della Repubblica
Napoletana, su repubblica napoletana. Principii del codice penale, su
trani-ius. Relazione al Convegno di Brienza su P., dsu trani-ius. Dell origine delle pene pecuniarie. De' progresivi avanzmenti
della sovranità per mezzo de’ giudizi. Del maggior estabilimento de' giudizi.
Pruove storiche. Preso de' Creci giudica della Socieeta. Del duello. Degl’altri
modi aduprati ne’ divinigiu dizj. Della Fortura. Prüove storiche. Coltura inquest
'ultimo periodo della barbarie. Dello sviluppo della macchina; e del
miglioramento del costume, dello Spirito, e delle 79 quanto elle conferial miglioramento
del costume ca, e della origine del commercio, di antichitd LINGUE de’ popoli.
De’ giudizj degli’aprichi Germani, e de' Scioglimento di una opposizione alleco
Se dette. De principi della giurisprudenza de'bar De divini giudizj. Nuova
explicaziure di un famoso puntu della legislazione di questi tempi, dello stato
delle proprietà, e dell'agri. Dell;origine dell'ospitalitita, e come, delle
arti e delle scienze di cotest'epur 78 barbari della mezza età della religione. de principi e progressi delle
società colte. L'estinzione della indipendenza privata, la liberta civile, la
moderazione del governo formano l'esenziale coltura delle nazioni. Dell'origine
della plebe, e de' suoi drit 'ti. Delle varie cagioni, dalle quali nascono gono
dalla varia modificazione della macchina. De'climi più vantaggiosi all'ingegno ed al
valore Ea lerge non frena la libertà, mala garantisce e la difende vi e polite.
i diversi governi, e primieramente delle interne. Della educazione.
Dell'esterne cagioni locali, che sul diverso governo hanno influenza, Del clima.
diversi. Del rapporto della società colle potenze straniere; della libertà, e delle
cagioni, che la tolgono; come la legge civile pofanuocere alla De'diversi elementi
della Citta. Della legge universale, e dell'ordine cosi fisico, come morale.
Come le forze, ed operazioni morali for. Come secondo i varj climi nascono
governi libertà, inducendo la servitù. Della liberta politica. Delle due proprietà
di ogni moderato, Del dritto scritto, delle leggie giu e regolar governo
risprudenza de' colti popoli, La moltiplicazione degli uomini è maggiore
negli stati guerrieri, che ne'commer. del gusto e delle belle arti, del
piacevole. Del rafinamento del gusto,de varj fonti del piacere. Delle leggi agrarie
dell'antiche republiche. Della galanteria de popoli colti. Della galanteria de barbaritempi.
Delle arti di lullo de’ populi politi, Dela monetate dele Finanze, dell'oggetto
delle belle arti, e del gusto, dell'ingegno creatore, delloSpirito, e costume delle
colte nazioni. Delle sorgenti del Genio. Quali governi fieno per loro natura
guerrieri, equali commercianti Quali cose forminu la bellezza nelle arti
imitative. L'unit. forma e la bontd, e la bellezza degl’elleri. Proprieta.
bliche, e della violentari partizione de poderi. Di due generi di stati
o'conquistatori, o commercianti, di unterzogenere distato nè. com, Divisione
delle belle arti. De' contrasti, opposizione, antitesi, Del dilicato, del
forte, del sublime, dela delle grazie, e dell'interesse sempre vivo, decadenza
delle belle arti delle nazioni, e della prima di elle, cive dello sfibramento
della macchina dell'uomo, e delle zioni dalla prima, e del novello stato selvaggio.
Generale prospetto della storia del regno. Del progresso e perfezione delle
belle arti. Dell'epoche progresive de'varii ramı delle belle arti. Del corso
delle belle arti IN ROMA, e nella moderna Italia, conseguenze morali; della corruzione
de' regolari governi, la quile rimena la barbarie. La grandezza ne' popoli colti
ne'barbari, la dilicatezza, e sublimitd è maggiore. Delle Scienze, e delle arti
delle nazioni corrotte. Divisone dal dispotismo; della decadenza delle anzioni;
delle universali cagioni della decadenza. Diversità della seconda barbarie
delle na; del corso delle nazioni di Europa. Dell 'inondazione de'barbari, e
delri Jorgimeuto dell'europea costura. Le note segnate colle pa Dello
ftata degl’uomini, che sovravissero alle vi. focievole. cende della natura .
liare . Del secondo stato della vita selvaggia. Dei varii doveri, e dritti
de'compagni, coloni, Del primo stato della vita selvaggia. Del terzo fato della
vita selvaggia, delle cagioni che strinfero la sociesà fami Del vero principio
motore degli uomini al vivere. Delle due specie de' bisognififci, emorali.
Della distinzione delle famiglie, dell'origine della nobiltà, dell'incremento delle
famiglie e dell'origine de famoli, e delle varie lor classi. fervi. Del quarto
stato della vita selvaggia. re Società .
Della domestica religione di ciascuna famiglia, Dell'origine dell'anzidetta
religion domestica; Si Ricapitulazione de'diversi stati della vita
selvago. Degli affidati, e de'vafalli della mezza età. ST Paragone tra compagnoni
de’ Germani, fooj de Greci, e i cavalieri erranti degli ultimi barba L'impero
domestico ficonrinnòneleprime barba, dell'antropofagia y o fia del pasto delle
carni u m d ri tempi. 64 gia. Della religione de'selvaggi, de'costumi
de'selvaggi, Del secondo periodo delle barbare nazioni. e di coloro, che ghi . ins 116 se de'pa V. blici militari consigli,
dello stabilimento del le città e del primo periodo delle barbariche società.
conviti . Chene'tempi degli Dei fi tennero iprimi pub, della teocrazia, dello
stato della religione del le prime società, dell'influenza della religione in
tutti gli affari de'barbari. la componevano.
Del primo passo dele selvagge famiglie nelcorso civile, ossia
dell'origine de vichi. Dell'origine de' tempj, é di'pubblici, ésacri Della
sovranità della concione, i20 СА. Dell idee degli antichi intorno
allamonar· Della forma della romana
repubblica nel secondo, del governo de primi greci, de'costumi, del genio di
questa età, e della tral de'costumi di questa età della fo Dell'arti. Saggio. Dell’origine
e stabilimento Dello stabilimento delle città e del primo period, Che ne'tempii
degli Dei si tennero i primi pubblicimilitariconsigli, della teocrazia, dello
stato della religione delle prime società Dell'influenza della religione in
tutti gli affari dei barbari componevano. Dell'idee degli antichi intorno alla
monarchia Della forma della romana repubblica nel secondo Del governo feudale
di tutte le barbare 'nazioni, della sovranità della concione e di coloro che la
Del governo de’ primi Greci. De 'giudizi nel secondo periodo della barbarie di
periodo della barbarie ROMA. De'costumi,del genio di questa età edellatrasmi.
Continuazione de costumi di questa età della so, Del progresso delle barbare
società : del terzo ed ultimo loro periodo. De’ progressivi avanzamenti della
sovranitàper mezzo bari tempi esercitato da're. De'principii della
giurisprudenza de'barbari. Del diritto della proprietà . grazione delle colonie
de barbari Il potere giudiziario non venne negli eroici e bar. de'giudizi .
cietà Delle arti e cognizioni di questa età. Del maggiore stabilimento del
giudiziario potere. Del duellil degli’altri modi adoprati ne'divini giudizi. Dello
stato della proprietà e dell'agricoltura in Dello sviluppo della macchina e del
miglioramento del costume, DELLO SPIRITO ROMANO E DELLA LINGUA ROMANA. dconferi
al miglioramento del costume de popoli . Dell' arti e delle scienze di
cotest'epoca, dell'ori quest'ultimo periodo della barbarie . gine del commercio
. De'divini giudizi Della legislazione di questi tempi . Dell'origine
dell'ospitalità, e come e quanto ella Della tortura Della religione o
dest civile, la moderazione del governo formano l'essenziale coltura delle
nazioni. Dell'origine della plebe e de'suoi diritti verni, e primieramente
delle interne. Delle varie cagioni dalle quali nascono idiversi go hanno
influenza. Come le forze ed operazioni morali sorgono dalla Della società colta
e polita. L'estinzione dell'indipendenza privata, la libertà De'diversi
elementi della citt. Della educazione. Dell'esterne cagioni locali che sul
diverso governo Del clima varia modificazione della macchina De'climi più
vantaggiosi all'ingegno ed al valore. Secondo i vari climi nascono governi
diversi. Della libertà e delle cagioni che la tolgono Della legge universale e
dell'ordine cosi fisico co Delle varie specie della legge, e della legge civile
. La legge non toglie la libertà, ma la garantisce. Vera idea della libertà
civile. Come la legge positiva possa nuocere alla libertà civile. Della legge
relativamente alla proprietà. Del rapporto della società colle potenzę
straniere me morale, Della libertà politica. Della giusta ripartizione delle possession.
Delle leggi agrarie dell'antiche repubbliche,edella forme degli stati cianti
commercianti Di un terzo genere di stato né commerciante ne varia ripartizione
de'poderi . Leggi ed usi distruttivi della proprietà Delle varie funzioni della
sovranità e delle varie. Di due generi di stati, o conquistatori o commer.
Quali governi sieno per lor natura guerrieri e quali. La moltiplicazione degli
uomini e maggiore negli stati guerrieri che ne commercianti conquistatore. Partizione
della legge civile, qualità delle leggi Della moneta e delle finanze
Dell'arti di lusso de'popoli politi zioni
Dello spirito e costume della nazione italiana. Della passione
dell'amore de'popoli colti. Della decadenza delle na. . Della corruzione delle
società . Stato delle cognizioni in una nazione corrotta. Costumi e carattere
delle nazioni corrotte. Della galanteria de'tempi cavallereschi . Cagioni
fisiche e morali della decadenza della sociela Divisione del dispotismo. Del
civile corso delle nazioni d'Europa Dell'inondazione de'barbari e del
risorgimento del Discorso sull'origine e natura della poesia. Del metodo che si
tiene nel presente discorso Dell'origine del verso e del canto. Le barbare nazioni tutte son di continuo in
una vio leuza di passioni, e perciò parlano cantando Origine ed analisi delle
prime lingue dei selvaggi e Diversità della seconda barbarie delle nazioni
dalla prima, e del novello stato selvaggio l'europea coltura barbari
Dėll'interna forma ed essenza poetica, è propria mente della facoltà pittoresca
de primi poeti, Della maniera di favellar per tropi, allegorie e caratteri
generici; ANALISI DI ALQUANTE VOCI LATINE le quali fu rono traportate dalle
prime sensibili nozioni a rap Della
personificazione delle qualità de'corpi nata dalle prime astrazioni della mente
umana. Per quali ragioni tutte le cose vennero animate Continuazione universale
Della qualità patetica dell'antica poesia e de'co Ricapitolamento di ciò che si è detto
presentarne dell'altre . La poesia è un genere d’istoria, ossia un'istoria. rica
dell'antica poesia. Dell'origine della scrittura. Dalle vive fantasie
de'selvaggi lori dello stile. Più distinta analisi della lingua allegorica e
gene. Dell'origine della pantomimica, del ballo e della Dell ll'origine delle
feste. Commedia, tragedia, satira, ditirambo furono in Conferma dell'anzidetta
verità musica principio una cosa sola . Saggio del Gusto e delle belle arti
Dell'oggetto delle belle arti e del gusto. Della nascita della tragedia Della
tragedia. Dell'origine delle varie specie di poesia Delle belle arti. Divisione
delle belle arti. Del piacevole e dell'interesse sempre vivo Dell'ingegno
creatore. Quali cose formino la bellezza nelle arti imitative. L'unità forma e
la bontà e la bellezza degl’esseri. Del raffinamento del gusto ed e vari fonti de
lpiacere. De'contrasti, opposizione, antitesi. Del dilicato, del forte, del
sublime e delle grazie. Delle sorgenti del genio. La grandezza e sublimità ċ
maggiore nei barbari; la dilicatezza ne'popoli colli Decadenza
delle belle arti. Del corso delle belle arti in Roma e nella moderna
Continuazione. Del maggior estabilimenta del giudiziari opotere. mente
De progres sivi avanzamenti del la Sovranità per wieszo delGiudizj. De principj
della giurisprudenza di barbari. Del Duello
Degli altrimodi ad opratine' d'ùinigiudizj. Della Tortura . Della
legislazione di questi tempi. Dello stato della proprietà, e dell agricoltura
in; Dello sviluppo della macchina, et del migliora; il potere giudiziario non
venne negli eroici; e bara bari tempi esercitata da re . quest'ultimo periodo
della barbarie. De divini giudiz].mento del costume, dello spirito, e dellelina
gue. Dell'arti, e delle scienze dicorest'epoca, dell origine del Commercio .
L'estinzione della indipendenza privatą, la liber: D e diversi elementi della
città nità per Della Religione Ultimo Dell'esternecagioni locali,che
suldivariopovera Dell'originedellaplebe,ede'suoidritti. 7wotere. 20 94 iebare
Delle variecagioni dalle quali nascono i diversi governi, e primi eraniente dell"interne.
Della educazione rà civile, la moderazione del gover formand l'essenziale
coltura delle nazioni; Dell originedell'ospitalità, e come, e quanto ella
confert al miglioramento del costume de popoli . leforzeed operazioni morali sorgono
dala Come modificazione dellamacchina. la varia lore i ed al vas P. X. Secondo
i varj climi nascono governi diversi. Delle varie specie della legge, e della
legge ci vile . La leggenon togliela libertà, ma carentisce la vera idea della
libertà civile . Della libertà politica.
Del clima . De climipiùvantaggiosi all'ingegno, CA Come la legge
positiva possa nuocere alla libertà civile . Dellaleggeuniversale,
edell'ordinecasi fisico, come morale, Della legge relativamente alla proprietà.
no hanno influenza: Del rapporto della società colle potenze stranie. Della
libertà, e delle cagioni, che la tolgono, Quali governi sieno per lor natura
guerrieri,e quali commercianti, Della passione dell'amore de popolicolti. Delle
varie funzioni della sovranità, e delle varie forme degli stati. Di due generi distari,
o conquistatori, o coma mercianti. Di un terzo genere di stato nel commerciante
nd conquistatore. La moltiplicazione degli uomini a maggiore negli stari
guerrieri, che ne commercianti. Partizione della legge civile, qualità delle
Lego gi. Dellagiust:ripartizionedelepossessioni. Dello leggiagrarie dell'antiche
repubbliche, e del la varia ripartizione de'poderi. Leggi, ed usi distruttivi
della proprietà . Della moneta delle Finanze. Dello spirito e costume delle colte
nazioni. Della galanteria de tempi
Cavalereschie. Dell arti di lusso de'popoli politi, Costumi, e carattere delle
nazioni corrotte . Diversità della seconda barbarie delle nazioni dala laprima,
è del novello stato selvaggio, Del civile corso delle nazioni di Europa .
Dell'inondazione de barbari, e del risorgimento delloeuropea coltura seri e
delle crisi, per mezzo delle quali si Dell'estrinseche morali cagioni, che
turbano il naturaleedordinariocorsodelleNazioni pag. Della varia efficacia
delle anzidette cagioni orientale Delle varie fisiche catastrofi. Delle
differenti epoche delle varie fisiche cata Ragioni del Vico contra l'antichità
e la Sapienza. Dell'antichissima coltura degli Egizie de' Caldei» De 'Caldei.
strofi della terra Della contesa delle nazioni sulle loro antichità. Dellà
successione di varie fisiche vicende Del
disperdimento degli uomini per mezzo delle naturali catastrofi Delle morali cagioni attribuite dagli uomini
igno ranti a'fisici fenomeni Delle diverse cagioni delle favoleDelle diverse
affezioni degli uomini nel tempo delle crisi Delle crisi di fuoco -- continuazione
dell'analisi degli effetti prodotti nello spirito dallo sconvolgimento del ce
Della verosimiglianza del proposto sistema. VIantichissime nazioni
orientali. Del modo come sviluppossi l'uomo dalla terra Dello stato primiero
della terra e degli uomini, e delle varie mutazioni sulla terra avvenute
»Seconda età del mondo Originė degli uomini secondo il sistema delle . Sviluppo
dell'anzidetta platonica dottrina sui due Della favola di Pandora. Dello
spirito delle prime gentili religioni periodidelmondo. Prima età del mondo »
140 9 142 ed origine della secondo l'antichissima teologia Sviluppo dello
spirito umano, ·religione Dell'invenzione dell'arti,e degli usi
giovevoli L'ordine della successione delle varie catastrofi Dello stato de
popoli occidentali dopo 1°Atlantica catastrofe Del diluvio di Ogige, e di
Deucalione Delle morali cagioni che diedero all'anzidetta favola
l'origine,ed'altre favole eziandio porto. Ricapitolazione
Diunaparticolarecrisidell'Italia alla vita si ritrova solo nella mitologia
Dell'Atlantica catastrofe . che alla medesima catastrofe hanno rapDello stato
degli uomini, che sopravvissero'alle vicende Del terzo stato della vita
selvaggia . Delecagioni,chestrinserolasocietàfamigliare, Del vero principio
motore degli uomini al vivere socie Della distinzione delle famiglie, o
dell'origine della Pag. 5 della natura .
yole .Del primo stato della vita selvaggia. Del secondo stato della vita
selvaggiaDelle due specie de' bisogni fisici, e morali . nobiltà.
Dell'incremento dele famiglie, e dell'origine defa Dei varjdoveri, ediritti
de’ compagni, coloni, eservi. Degli affidati, e de vassalli della mezza età. Paragone
tra'compagnoni de'Gerinani,socj de Greci, eicavalierierranti degliultimi barbari
tempi. Del quarto stato della vita selvaggia . L'impero domestico si continuò
nelle prime barbare Dell'anıropofagia, o
sia delpasto delle carni umane . Ricapitolazione de
diversistatidellavitaselvaggia.moli, e delle varie ior classi. Della religione de' selvaggi . Della domestica
religione di ciascuna famiglia .' Dell'origine dell'anzidenta religion
domestica. e ' . società . De costumi
de'selvaggi. Del primo passo delle selvagge famiglie nel corso civile, ossia
dell'origine de'vichi,ede'paghi. Dello stabilimento delle città, e del primo
periodo delle Del secondo periodo delle barbare nazioni Dell'origine de tempj,
e de'pubblici, e sacri con. viti. Chene tempjdegli Deisitenneroiprimi pubblicimi
Dello stato della religione delle prime società . Dell influenza della
religione in tutti gli affari de' baru Della sovranità della concione, o di
coloro, che la componevano. Del governo de primi Greci, litari consigli.
Della Teocrazia. bari barbariche società. 1ell'idee degli antichi intorno alla
monarchia; DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo periodo della
barbarie, Del governo feudale di tutte le barbare nazioni. Di costuini, del genio
di questa età, e della trasmi Continuazione de’ costumi di questa età della società;
Dell'arti, e cognizioni di questa età; del dritto della proprietd; Della sorgente de dritti in generale, e di
quello della proprieta; Del progresso della proprietd, e dell'ori De’ costumi, del
genio di questa età, e del Delle arri, e
cognizioni di questa; Del progresso delle barbare società, ossia del terzo;
DELLA FORMA DELLA ROMANA REPUBBLICA nel secondo -- Parlando LIVIO (si veda) dell'elezione,
che dove a farsi del re per LA MORTE DI ROMOLO (si veda), adopra sì, fatta
espressione. Summa potestate populo perinissa. E soggiunge. Decreverunt enim
(Senatores), ut cum populus jussisset, id sic ratum esset si patres auctores
fierent. Quindi tu convocata la concione, e VENNE ELETTO NUMA (si veda). E
l'istesso autore dell' elezione di Tullo Ostilio dice: regem populus jussit, patres
auctores facti. I senatori fiebant auctures. Perchè tutte le cose prima eran
proposte nel SENATO, indi alla concione recate. Auctor è l'inventore, il
proponitore, il principio, ed origine della cosa .periodo della barbarie. Questi
furono i QUIRITI, cioè gl’armati di asta : avvegnachè, come gl’altri popoli
barbari uella concione, ne’ comizi on differente affatto dal regno eroico è il
governo de’ primi ROMANI. ll re ad un SENATO prese deva, e con senatori prende
le deliberazioni, le quali nella grand'assemblea del popolo ricevevano la sanzione
di legge. Il POTERE de' primi re di Roma è LIMITATO così -- come quello di tutti i riegnanti
de' tempi eroici. La sovrana dello stato era la concione, che compone sida que'
capi delle tribù e delle curie, i quali sono detti decuriones e tribuni, che, uniti,
votano per le di loro curie, e tribù, come ne'parlamenti nostri I baroni
rappresentano le di loro terre, e città. E serva, E tal antico costume VIRGILIO
(si veda) dipinge negl’eroici compagni d'ENEA (si veda). DVCTORES TEVCRIM PRIMI
ET DELECTA IVVENTVS CONSILIVM SVMMIS REGNI DE REBVS HABEBANT SCANT LONGIS
ADNIXI HASTIS ET SCULA TENENTES -- e poi per varj gradi, e dopo molto correr di
tempo alla libertà pervenne, e tardi assai acquista il diritto alla
magistratura. Prima ottenne di es Da più luoghi di Omero si ravvisa il costume
medesimo de’ greci. Ed è questo un generale costume di tutte le barbare genti
adoprato nelle generali assemblee. Perché i barbari, temendo ognora le sorprese
de’ nemici, stanno sempre in su l'armi, nè confidano la di loro sicurezza
personale, anche tra’ cittadini, alla legge, ma al di loro braccio soltanto, TACITO
de' Germani: ut turbae placuit, considunt armati. Tum ad negotia, nec minus
suepe ad convivia procedunt armari – LIVIO 1. De’ Galli dice, In his nova, terribilisque
species visa est, quod armati -- ila mos gentis -- in concilium venerunt, OVIDIO (si veda) ci
attesta l'istesso de' Sarmati, degl’Umbrici STOBEO (si veda) radunavansi que'
capi coll'ASTA alla mano, la quale portano per SIMBOLO del loro impero, non che
per la propria difesa. La plebe è tanto serva in ROMA quanto presso i germani, i
galli, i greci. La plebe non ha parte nella concione. Questo argomento è dal nostro
gran VICO (si veda) ampiamente trattato. VICO sviluppa l'intero sistema del governo
romano, e dispiegando il corso della storia di quel popolo dimostra che per
gran tempo in Roma la plebe è dell'intutto ser affrancata, poi consegui il
bonitario dominio, cioè l'utile, e dipendente dal diretto, che i nobili possedeno.
Quindi fa acquisto del perfetto e compiuto dominio, detto QUIRITARIO, perchè è pria
de' soli quiriti, ossia de’ PATRIZJ e NOBILI ROMANI; e finalmente ha voto
nell'assemblea, e partecipe divenne della REPUBBLICA, CHE DA RIGIDA
ARISTOCRAZIA IN POPOLARE ALLA FIN SI CANGIA. Come nel prin [Populus de’ Latini
valse da principio, quanto “laos” de' Greci, che significa una tribù, una
popolazione. Quindecim liberi homines populus est. Apuleius in Apol. E GIULIO
CESARE dice nel de bello Gall. si quisant privatus, aut populus eorum decreto
non stetit. Ove dinota “populus”, popolazione, tribù. Ma se “populus” da
principio dinota una speciale popolazione, e tribù, nel progresso si prende tal
voce per la radunanza di tutte le tribù, che componeno la città. Ma venneno
rappresentate queste tribù da’ capi detti tribuni, nome che resta per dinotare
militari magistrati, come tribuni milia Eum. Ma prima significa anche i civili,
cio è i giudici, onde “tribunal” si dice il luogo ove amministravasi giustizia.
I Latini filosofi, che vennero in tempo, che ogni orma dell' antico stato e si
perdut, ed e si colle cose cambiato il vampulus trasse il nome da “populus”
pioppo . Perocchè questa popolazione radunasi sotto di un pioppo quando di
comune interesse trattasi, secondochè in alcune terre del regno ancor oggi si
usa, quando parlamentasi. E tal costume di radunare sotto degl’alberi il popolo
è ben antico, e secondo la semplicità delle prime genti. Ateneo scrive che
sotto di un platano i primi re della Persia davan udienza a' litiganti, e
decidevano le liti. E per avventura pocinio la plebe puo avere il diritto di
suffragio ne’ comizj, non avendo proprietà nè reale, nè personale. Tale è il corso
che fa la romana repubblica, come quel valentuomo dimostra, non dissimile da
quelle dell'altre barbare nazioni. Egli è però vero che un'intempestiva
tirannide turbo per poco il corso regolare di quella città. I re presero in
Roma sin dall'albore de’ suoi giorni vantaggio “grandissimo su gl’altri prenci,
e capi. Il popolo romano e più tosto un esercito, e la città un campo, e un
militare alloggiamento, quella feroce, e marziale gente e sempre in guerra, e, come
il lupo, verace emblema del suo genio nativo nutrivasi di sangue e distruzione.
Or se come ben anche Aristotile osserva parlando degl’eroici regni, era nella
guerra maggiore il poter del re presso tutte le barbare nazioni, meraviglianonè,
se il capitan dell'armi, il duce della guerra, il usurpato una straordinaria
potenza in Roma. Il potere esecutivo sempre ne’ empi di guerra, come il mare
nelle tempeste diffondesi sulla terra, guada gpa sul poter legislativo. Ma i re
di Roma sforniti di straniera milizia in vanu tentarono ritenere colla re
lor delle parole, ricevendo la tradizione, che il popolo ne' cominciamenti di
quella repubblica nell'assemblea radunato dispone della pubbliche cose, s'ingannarono
credendo che la plebe ben anche quivi votasse. Nella Scienza Nuova avesse forza
quel potere, che avean acquistato coll’autorità. Vennero discacciati da quella
repubblica, ed ella ben tosto ri-entra nel suo ordinario cammino. De’ giudizj
nel secondo periodo della barbarie di Roma. Le due ispezioni della publica asemblea
sono in Roma in questa epoca della barbarie la guerra esterna e la persecuzione
de’ ribelli cittadini. Ma le cose private, la personal difesa, la particolar
vendetta venne per anche ai privati affidata. L'impero domestico conserva il suo
vigore. I feroci padri di famiglia non cedeno ancora la di loro sovrana e regia
autorità, se non per quella parte che rimira la pubblica difesa, onde venne composto
l'unico sociale legame. Ma rimane intatta, ed illesa la di loro sovranità
riguardo alle loro famiglie, e alla privata difesa ed offesa. Viveno ancora
nello stato di privata guerra. Il ferro decide delle loro contese, e col
privato braccio prenden rendetta delle private offese. Il popolo dunque, che
radunasi in Roma in quest'età nell'assemblea, è quella popolazione, o truppa de’ servi, clienti,
e compagni guidata dal suo capo, e il voto suo è quello del suo signore che
dove sostenere, e difendere, ubbidire, e seguir nella guerra, da cui non forma persona
diversa secondo le cose già dimostrate. Niun'altra nazione ci conserva
monumenti più chiari dello stato della privata e civile guerra del popolo romano.
Il processo romano è la storia del duello, per mezzo di cui terminano que'
barbari abitatori dell'Aventino le loro contese, tutti gl’atti, e le formole di
tal processo altro non che i legittimi atti di pace sostituiti a que' primi
violenti modi. Quando la concione, ossia il governo, comincia a mischiarsi
nelle private contese, a poco a poco il duello abole, e cangia il modo d i
contrastare, rilasciando in tutto l'apparenza medesima, le formole, e gl’atti stessi:
la guerra armata in LEGALE COMBATTIMENTO è tramutata. Secondo che altrovesi è deito,
i riti, e le formole sono la storia dell'antichissima età delle nazioni. Ciocchè
l'acutissimo VICO (si veda) al proposito di alcune formole dell'antico processo
romano osserva. Sono. Ma il processo civile ci conserva le formole
dell'antica barbarie, e non già il criminale. Il civile nasce ne'tempi alla
barbarie più vicini. Più tardi ha l'origine
il giudizio criminale. I barbari soggettano prima i loro averi all'arbitrio
altrui che le proprie persone. L'ultima cui si rinunzia da costoro è la vendetta
personale. Meno si sacrifica della naturale indipendenza, rimettendo nelle mani
di un terzo i diritti della proprietà che quelli della persona. Quindi i
pubblici giudizii essendo sorti nel tempo della coltura, non serban gran vestigii
dello stato primiero. Francesco Mario Pagano. Mario Pagano. Pagano. Keywords:
eroe, massone, Italia si fara, Roma, Aventino, Vico, Livio, Romolo, Numa,
Giulio Cesare, patrizj, nobili Romani, forma aristocrazia della prima
repubblica, tribu, curia, tribuni, diacuriani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pagano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Paggi: la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali
degl’ebrei -- filosofia ebrea – “Ebrei d’Italia” – la scuola di Siena -- filosofia
toscana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Siena). Filosofo italian. Siena, Toscana. Grice: “C. of E. folks are all over
the place – but how many of them actually KNOW Hebrew!?”” -- essential Italian
philosopher. Filosofo.
Insegna a Lasinio, Tortoli e a Ricci. Svolge per diversi anni l'attività di
mercante nella sua città natale. Abbandona il commercio ed aprì un istituto. Insegnante
ed educatore nello stesso istituto, sviluppando un metodo logico, facile ed
ameno insieme. La Comunione israelita lo volle a Firenze, dove Paggi si trasfere
con la moglie e i cinque figli. Insegna nelle Pie Scuole fiorentine, mentre i
figli Alessandro e Felice avviarono una casa editrice. Tra i testi pubblicati
vi furono anche le opere del padre, apparse nella collana «Biblioteca
Scolastica». Scrive inoltre una grammatica e un lessico ebraici per i suoi
figli. Per opera della moglie sorse a Firenze un istituto. “Ebrei d'Italia” (Livorno,
Tirrena); “Una libreria fiorentina del Risorgimento” (Firenze, Ciulli).
Mordecai Paggi. Paggi. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Paggi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Pagliaro: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicature
conversazionali dei siculi – la scuola di Mistretta -- filosofia siciliana –
filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mistretta). Filosofo siciliano.
Filosofo italiano. Mistretta, Messina, Sicilia. Essential Italian philosopher.
Linceo. Fu uno dei fondatori della scuola di romana. Fra i padri della
semiologia, ha introdotto gli studi sul pensiero linguistico. Dopo il
diploma al Regio Ginnasio di Mistretta, si iscrisse al corso di laurea a Palermo,
dove ebbe, tra gli altri, come docenti Nazari, Pitrè, Gentile e Guastella. Si
trasfere poi a Firenze dove subì l'influenza di Vitelli, Antoni e Pistelli. Partecipa
volontario come sottotenente del Corpo degli arditi, e fu insignito della
medaglia d'argento al valor militare. Si iscrisse all'Associazione Nazionalista
Italiana e prese parte all'Impresa di
Fiume al seguito di Annunzio. Si laureò discutendo con Parodi e Pasquali la tesi Il digamma in Omero. Trascorse
un periodo di studio in Germania, seguendo corsi di linguistica latina di
Meister. Seguì i corsi di Kretschmer a Vienna. Ritornato in Italia, conseguì la
libera docenza in indoeuropeistica, quindi fu chiamato da Ceci ad insegnare,
per incarico, storia comparata delle lingue romanzi a Roma. Vinto un concorso a
cattedre, divenne ordinario di glottologia, nuova disciplina che ereditava il
corso di Storia comparata delle lingue romanzi. Insegnò anche "Storia e
dottrina del fascismo" e
"Mistica fascista.” Aderì al Partito nazionale fascista e ne fu uno degli
intellettuali di spicco, presiedendo anche alcune edizioni dei Littoriali della
cultura, che ogni anno raccoglievano i migliori universitari italiani. Fu primo
capo redattore dell'Enciclopedia Italiana, dove curò numerose voci, fin quando
non entrò in contrasto con il conterraneo Gentile, che dirigeva l'opera. Non
figura tra gli accademici d'Italia, ma fu eletto al Consiglio superiore
dell'educazione, dove rimase fino allo scioglimento. Fu voluto da
Mussolini alla guida del “Dizionario di politica” dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, una ponderosa opera che raccolse le migliori
intelligenze del fascismo, ma anche qualche intellettuale "eretico".
Il suo nome compare tra i 360 docenti universitari che aderirono al Manifesto
della razza, premessa alle successive leggi razziali fasciste, anche Mauro
scrive che egli dissentì dalla politica razziale del fascismo. Con la caduta
del Regime fascista, è sospeso ndall'insegnamento. Reintegrato nella cattedra,
insegna Filosofia del linguaggio a Roma. Presidente della sezione
"Archeologia, Filologia, Glottologia" della Società Italiana per il
Progresso delle Scienze. Presidente del Consiglio Superiore della Pubblica
Istruzione e prima socio corrispondente poi, socio nazionale dell'Accademia
Nazionale dei Lincei. Fu anche direttore editoriale, per la Fabbri, della
Enciclopedia di Scienze e Arti. Fu rieletto, con larghissimi consensi, al
Consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Nel comitato scientifico
dell'Istituto nazionale di studi politici ed economici. Promotore e direttore
della rivista Ricerche linguistiche e presiedette la sezione filologica del
Centro di studi filologici e linguistici siciliani. Candidato alla Camera per
il Partito Monarchico Popolare nella circoscrizione Sicilia orientale e al Senato nel collegio Roma ma non e eletto.
La Rai trasse un sorprendente sceneggiato per la televisione da un suo testo
che dava una nuova interpretazione della vicenda di Alessandro Magno. Membro
della giuria del premio Marzotto. Lascia anticipatamente l'insegnamento
universitario. Palermo e la città di Mistretta hanno istituito, in sua memoria,
il “P.”. Esplora soprattutto l'antico e medio persiano, la lingua della
Grecia classica, quindi il LATINO classico e medievale, nonché l'italiano dei
tempi di ALIGHIERI cui ha dedicato varie opere e della scuola siciliana. Come
critico letterario e glottologo, diede nuove, originali interpretazioni di VICO,
ANNUNZIO e PIRANDELLO. In ambito linguistico, già nel suo Sommario di
linguistica ario-europea, che comprendeva oltre le lezioni dei suoi corsi
universitari anche innovative linee di ricerca e nuove idee, delinea una nuova
prospettiva di approccio e di indagine delle varie questioni linguistiche la
quale viene condotta parallelamente ad un confronto storico-critico con
l'evoluzione del pensiero filosofico dalla grecità alla filosofia classica
tedesca. Al contempo, P. abbozza in esso prime idee sulla NATURA DEL LINGUAGGIO
INTESO fondamentalmente come TECNICA ESPRESSIVA, allontanandosi così
dall'idealismo crociano per avvicinarsi piuttosto al positivismo, ed
analizzando in modo approfondito, ma al contempo trasversalmente alle varie
discipline, la natura e la struttura dell'atto linguistico fra due inter-locutori
basandosi sia sull'indagine semantica -- mediante un metodo che egli chiama
"critica semantica" -- che sull'interpretazione storico-critica, fino
a considerare il linguaggio come una forma di inter-azione semiotica
condizionata storicamente da una tecnica funzionale, la lingua. Nel simbolismo
linguistico -- soprattutto fonetico -- poi, afferma P. ne” Il segno vivente”
riecheggiano non solo l'individualità ed il vissuto dell'inte-rlocutore ma
anche la storia dell'intera umanità a cui egli appartiene come soggetto
storico. In estrema sintesi, si può dire che la sua teoria linguistica è
una posizione unificata tra lo strutturalismo saussuriano e l'idealismo
hegeliano. Altri saggi: “Epica e romanzo, Sansoni, Firenze; Sommario di linguistica
ARIA, Bardi, Roma; “Il fascismo: commento alla dottrina” Bardi, Roma; “La
lingua dei Siculi, Ariani, Firenze, Il comune dei fasci, Monnier, Firenze, La
scuola fascista” (Mondadori, Milano); “Dizionario di Politica,” Istituto
dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma); “Insegne e miti della nazione
italiana, la nazione romana: teoria dei valori politici – la romanita e la
razza romana, Ciuni, Palermo; Il fascismo nel solco della storia” (Libro, Roma;
Le Iscrizioni Pahlaviche della Sinagoga di Dura-Europo” (R. Accademia d'Italia,
Roma; Storia e Dottrina del fascismo” (Pioda, Roma); “Teoria dei valori
politici” (Ciuni, Palermo; Logica e grammatica” (Bardi, Roma); “Il canto V
dell'"Inferno" d’Alighieri” (Signorelli, Milano); “Il segno vivente”
(ERI, Torino); “La critica semantica” (Anna, Firenze); “Il contrasto di Cielo
d'Alcamo e poesia popolare” (Mori, Palermo); “Linguistica della
"parola"”(Anna, Firenze); “I
primordi della lirica popolare in Sicilia” (Sansoni, Firenze); “La Barunissa di
Carini: stile e struttura” (Sansoni, Firenze); “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO (Ateneo,
Roma); “La parola e l'immagine” (Scientifiche, Napoli); “Poesia giullaresca e
poesia popolare” (Laterza, Bari); “La dottrina linguistica di VICO” (Lincei, Roma);
“Il Canto XIX dell'Inferno” (Monnier, Firenze); “Linee di storia linguistica
dell'Europa” (Ateneo, Roma); “L'unità ario-europea: corso di Glottologia,” Ateneo,
Roma, Ulisse. Ricerche semantiche sulla Divina Commedia, Anna, Firenze, “Forma e Tradizione,”
Flaccovio, Palermo, “La forma linguistica,” Rizzoli, Milano, Vocabolario
etimologico siciliano, Pubblicazioni del Centro di studi filologici e linguistici
siciliani, Palermo, Storia della linguistica, Novecento, Palermo. Commento
all'Inferno di Dante. Canti I-XXVI, Herder, Roma); Romanzi Ceneri sull'olimpo,
Sansoni, Firenze, Alessandro Magno, ERI, Torino, Ironia e verità, Rizzoli,
Milano (raccolta di elzeviri). Sottotenente di complemento, 32º reggimento di
fanteria Aiutante maggiore in 2a in un battaglione di riserva, vista ripiegare
una nostra colonna d'attacco, riordinava i ripiegandi e li guidava al
contrattacco, respingeva il nemico che già aveva occupato un tratto della
nostra linea. In un successivo attacco, sotto un intenso bombardamento e il
fuoco di mitragliatrici avversarie, dava mirabile esempio di coraggio e di
fermezza indirizzando intelligentemente i rinforzi nei punti più minacciati e
facilitando così la conquista di ben munite e contrastate posizioni. Monte
Asolone. Cfr. M. Palo, S. Gensini, Saussure e la scuola linguistica romana: da
Pagliaro a Mauro, Carocci, Roma,. La
scuola linguistica romana. Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto,
Unicopli, Milano, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Cfr.
Gabriele Turi, Sorvegliare e premiare. L'Accademia d’Italia, Viella, Roma, Cfr. Dizionario biografico degl’italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Cfr. A. Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto, Unicopli,
Milano, Cit. Cfr. Riunioni, Cfr.
Riunioni Accademia Nazionale dei Lincei
Centro di studi filologici e linguistici siciliani » La storia, su csfls.
Cfr. Mininterno Camera Mininterno Senato
//opar.unior//1/Filologia_dantesca_di_P. .pdf
Cfr. D. Cesare, "Premessa", Lumina. Rivista di Linguistica
Storica e di Letteratura Comparata, Cfr.
pure E. Salvaneschi, "Su Attila Fáj, maestro di «molti paragoni»",
Campi immaginabili. Rivista semestrale di cultura, Cfr. Tullio De Mauro,
Prima lezione sul linguaggio, Editori Laterza, Roma-Bari, Tullio De Mauro, La
fede del diavolo Istituto Nastro
Azzurro Studia classica et orientalia. Oblate,
Casa Editrice Herder, Roma, Münster, M. Palo, Stefano Gensini, Saussure e la
scuola linguistica romana. Da Pagliaro a Mauro, Carocci Editore, Roma, Vallone,
"La „Lectura Dantis” di Antonino Pagliaro", in Deutsches
Dante-Jahrbuch, Edited by Christine Ott, Walter Belardi: studi latini e romanzi
in memoria di Antonino Pagliaro, Pubblicazioni del Dipartimento di Studi
glottoantropoligici dell'Roma La Sapienza, Roma, Aldo Vallone, Enciclopedia
Dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma, M. Durante, T.
De Mauro, B. Marzullo, Pubblicazioni dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti
di Palermo, Palermo, Bonfante, Antonino Pagliaro, Pubblicazioni dell'Accademia
Nazionale dei Lincei, Roma, Belardi, Pagliaro nel pensiero critico del
Novecento, Calamo, Roma, D. Di Cesare, Storia della filosofia del linguaggio,
Carocci, Roma, Mauro, Formigari (Eds.), Italian Studies in Linguistic
Historiography. Proceedings of the International Conference in Honour of Pagliaro.
Rome, Nodus Publikationen, Münster, Pedio, La cultura del totalitarismo
imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, prefazione
di Lyttelton, Unicopli, Milano, Tarquini, Gentile dei fascisti: gentiliani e
anti-gentiliani nel regime fascista, Mulino, Bologna, Battistini, Gli studi
vichiani di P., Guida, Napoli, Mauro, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Enciclopedia
Italiana Dizionario di Politica Linguistica Semiologia Filologia Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere d La Scuola linguistica romana, su rmcisadu.let.uniroma.
GRICE E PAGLIARO: IMPLICATVRA ARIA LINGUA E RAZZA Schlòzer da
per primo il nome di «semitico » al vasto dominio linguistico che ha il
suo centro originario fra la Mesopotamia e il Mediterraneo, le montagne
dell’Armenia e le coste meridionali dell'Arabia, e che per successive
migrazioni e conquiste si è allargato su una notevole parte del
continente africano. Tale denominazione si richiama alla tavola dei popoli
tramandata nella “Genesi” nella quale si
distinguono i popoli discendenti da Sem, primogenito di Noè, dai popoli
discendenti dagl’altri due fratelli, Cam ed Iafet. La parentela linguistica fra
l'arabo e l'ebraico, le due lingue più vitali del gruppo, e già stata
notata dai grammatici ebrei ma la precisa nozione di unità semitica,
concordante con quella che se ne ha nel mondo ebraico all’epoca in cui e
redatta la Genesi è ben più recente e, nella sua formulazione scientifica, è un
riflesso della precisa nozione di unità ario-europea costituitasi nel nostro
tempo. Oggi il gruppo semitico si suole distinguere in semitico orientale
che comprende il babilonese e l’assiro, e in semitico occidentale.
Quest'ultimo si distingue a sua volta in semitico nord-occidentale -- che
comprende il gruppo aramaico, di cui la più importante manifestazione è
il siriaco, e il gruppo cananco, a cui appartiene l'ebraico --, e in semitico
sud-occidentale, di cui fanno parte l'arabo settentrionale e meridionale
e l’etiopico. Ad indicare la vasta unità linguistica comprendente quasi
tutta l'Europa e buona parte del continente asiatico, scientificamente
accertata per primo da Bopp in uno studio comparativo sulla coniugazione,
appare per la prima volta nell'Asia polyglotta di Klaproth il termine ‘indo-germanico.’
Tale termine, divenuto usuale, intende riunire i due punti estremi del
dominio linguistico considerato e si è affermato in tedesco, nonostante che le
più vaste conoscenze posteriori pongano come estrema zona ad Occidente
quella del celtico e ad Oriente il tocario. Fra tutte le denominazioni
altrove usate, e cioè “indo-europeo”, “ario-europeo”, ed “ario”, questa
ultima è forse la più propria, poichè, se non nome unitario di popolo, è
certo una denominazione che parecchi popoli del gruppo usano darsi nei
confronti degl’altri popoli. Purtroppo, in linguistica l'uso di «ario» in
senso così vasto può ingenerare confusione, essendo esso abitualmente
riservato al gruppo indoiranico. Noi tuttavia l’accogliamo come il meno
improprio e anche per avere una terminologia uniforme con altre
discipline, come la paletnologia e l'antropologia che l’usano già
stabilmente nell'accezione più vasta. L'unità linguistica aria comprende
oggi i seguenti gruppi storicamente accertati: in Asia l’indiano, l’iranico,
il tocarico, l’hittito, l’armeno, il traco-frigio; in Europa l'illirico,
il greco, lo slavo, l’italico, il baltico, il germanico e il celtico. In
Asia delle lingue arie sopravvivono soltanto l’indiano, l’iranico e
l’armeno; in Europa tutte le lingue oggi parlate sono di derivazione
aria, fatta eccezione dell’ungherese, del finnico, dell’estone e del
basco. Nessuna scienza storica opera con metodo così sicuro come la
linguistica, la quale dispone di un materiale di osservazione vastis- simo,
sia attuale sia documentato nel tempo. L'unità linguistica aria e quella
semitica sono verità acquisite, assolutamente incontrovertibili, anche se le
lingue che ad esse partecipano siano ormai profondamente differenziate. Compito
della linguistica storica è per l’appunto, una volta riconosciuta l’unità
genetica originaria, di seguire nel quadro di essa le modalità e,
vorremmo dire, le leggi degli sviluppi e delle differenziazioni, che hanno
determinato la fisionomia delle singole lingue come noi oggi le
conosciamo; compito a volte arduo, specie quando dalla ricognizione dei
fatti si voglia risalire alle loro cause, cioè ai momenti umani che danno
origine all'innovazione; ma tuttavia ricco di risultati grandissimi, i
quali dal campo della glottologia si estendono a tutte le altre
discipline, che studiano l’umanità nelle manifestazioni concrete della sua
storia. La lingua italiana è una delle forme più importanti, anzi la più
importante, in cui l'umanità realizza se stessa come realtà spirituale, e
perciò le lingue costituiscono gli archivi, in cui si traducono con
incomparabile ricchezza e fedeltà gli eventi, le esperienze, le creazioni dei
popoli at- traverso i secoli ed i millenni. Le nozioni di razza aria
e di razza semitica, come nozioni scientifiche, sono certamente posteriori alle
nozioni dell'unità linguistica rispettiva. Per quanto si riferisce agli
Ari, prima della scoperta della loro unità linguistica non si ebbe
nemmeno la nozione empirica di una parentela etnica fra i popoli che la
compongono. L'affinità etnica è grossolanamente intuita presso i Greci,
soltanto in base alla comunione linguistica per cui «barbari», probabilmente «
balbuzienti », sono coloro che parlano un’altra lingua. I ROMANI, che
pure ebbero così vivo il senso della loro stirpe, non ebbero mai la
percezione che quei Galli, Germani e Parti, contro i quali strenuamente
combatterono, discendevano dallo stesso loro ceppo. L'autorità della
tradizione biblica con la babelica confusione delle lingue tolse poi del
tutto la possibilità di pensare ad un legame linguistico fra popoli
diversi e ad un legame etnico che non fosse quello indicato nella
Genesi. Tanta fu l'autorità delle Sacre Scritture, anche nel campo degli
interessi linguistici, che, se tentativi si ebbero per ricercare la derivazione
di questa o quella lingua, furono sempre diretti a stabilire la priorità
e la paternità dell’ebraico, come avvenne nel corso del Seicento e del
Settecento; tentativi di nessun valore, al pari degli altri diretti alla
creazione di una GRAMMATICA RAZIONALE, che vale per le lingue di tutti i
tempi e di tutti i luoghi. Anche presso i popoli semitici, se se ne
toglie il peso che la tradizione religiosa contenuta nella Bibbia potè avere
nel mondo giudaico, mancò il senso di una propria reciproca parentela,
mentre fu quanto mai vigoroso proprio presso gl’ebrei il senso della
propria individuazione come popolo, legato alla coscienza di popolo
eletto. La scoperta e la fissazione in termini scientifici di unità
linguistiche originarie come quella aria e quella semitica, a cui
seguirono scoperte abbastanza numerose di altri gruppi linguistici,
aprirono la via al problema se a tali unità linguistiche rispondessero
unità etniche più o meno nettamente definite. In un primo tempo, com'è
noto, ad opera di Gobineau, di Chamberlain e di altri, si assunse
senza discussione l'identità fra unità linguistica ed unità etnica, fra
lingua e razza, e si procedette alla ricerca delle caratteristiche
differenziali fisiche e psicologiche, che potessero ancor meglio individuare
sul piano razziale i diversi gruppi linguistici. Tale procedimento,
ispirato in genere a criterio polemico, è stato condannato come
dilettantesco e prescientifico tanto dai linguisti, quanto dagli
antropologi, asse- rendo gli uni e gli altri che la lingua è patrimonio
facilmente trasmissibile da individuo ad individuo, da gruppo a gruppo e non
può essere quindi assunta a caratteristica etnica preminente ed
esclusiva. A rinsaldare questa convinzione, contribuirono tentativi, come
quello fatto da Müller, di far coincidere una classificazione delle
lingue con una classificazione antropologica, destinati all’insuccesso,
anzitutto per l'incertezza delle classificazioni antropologiche, poi per
l'intervento del fattore storico che fa talvolta assumere da individui e
da gruppi lingue di popoli etnicamente diversi. A questo riguardo, si
suole richiamare il classico esempio dei Bulgari, che dal punto di vista
etnico sono genti turaniche e dal punto di vista linguistico sono slavi,
cioè ARI. D'altra parte, questo negare l’esistenza di ogni rapporto fra
razza e lingua con l’attribuire valore discriminante nella
classificazione delle razze ai soli caratteri strettamente biologici, non
soltanto è contrario alle nostre reali esperienze, ma verrebbe a togliere
ogni valore a quelle distinzioni ormai acquisite come fra razza aria e
razza semi- tica, le quali, come si è visto sopra, hanno come precedente
storico e come fondamento il riconoscimento della rispettiva
individualità linguistica. Dato ciò, sembra qui opportuno chiarire
in quale misura sia possibile fare valere il criterio linguistico nella
discriminazione delle razze. Esiste certamente una differenza
sostanziale e profonda fra la linguistica e l'antropologia, sia
nell'oggetto sia nel metodo, che ne rende difficile e poco proficua la
collaborazione. La linguistica è disciplina ESSENZIALMENTE STORICA, tanto che
le sue classificazioni hanno vero valore solo se abbiano fondamento
genetico. Ciò si vede soprattutto nel campo della linguistica aria, che fra tutte
le discipline linguistiche è certamente la più progredita. Qui dalla
comparazione fra le lingue storiche si riesce a postulare con sufficiente
sicurezza la struttura originaria della lingua comune da cui esse
discendono; si riesce a fissarne i caratteri propriamente genetici,
liberandoli dalle modificazioni successive determinate da molteplici
cause, fra cui principalissimi j contatti e le mistioni con popoli di
altra lingua. Così noi sappiamo con relativa sicurezza qual’erano la
struttura fonetica e morfologica e il patrimonio lessicale dell’ARIO
dell’epoca comune, all’incirca come potremmo ricostruire dalle lingue romanze LA
LINGUA LATINA, se non l’avessimo documentata. È una ricostruzione che ha
quasi una realtà matematica, fondata com'è su norme di sviluppo fonetico
che, se non sono leggi ineccepibili, come si credeva alcuni decenni or
sono, hanno tuttavia una vastità e regolarità di applicazione che non ha
riscontri in altri campi delle creazioni umane. L'antropologia,
invece, per insufficienza e discontinuità del ma- teriale d'osservazione,
è costretta a gravitare sul presente cercando di classificare le razze
umane in base ai caratteri morfologici attuali, e solo eccezionalmente
qualche importante trovamento apre ad essa la possibilità di rintracciare
precedenti sporadici, generalmente assai distanti, di questo o quel tipo umano.
Il materiale antico rinvenuto è così scarso e frammentario che le
conclusioni che se ne possono trarre sono molto tenui e malsicure. Così
avviene che, mentre dell’unità aria dal punto di vista linguistico noi abbiamo
una sicura nozione, poichè la comparazione ci consente di risalire oltre i
confini della storia, della struttura somatica degl’ARI nulla di sicuro
sappiamo, poichè nell’osservazione delle caratteristiche somatiche degl’ARI attuali
l'antropologia non è ancora in grado di distinguere i caratteri
geneticamente originari da quelli acquisiti in seguito a mescolanza. Oggi non
si è davvero:in grado di dire se gl’ARI fossero, ad esempio, dolicocefali
e biondi o mesocefali e castani, a capelli lisci o a capelli ondulati. La
ragione di ciò è dovuta al fatto che non esiste un’antropologia genetica,
la quale consenta di chiarire, dato un tipo capostipite, quali siano i
caratteri, permanenti nel corso delle ge- nerazioni e quali quelli che si
mutano o si acquisiscono. Teoricamente, nel confronto fra i vari tipi di
probabile discendenza aria dovrebbero potere risultare i caratteri
specifici da attribuire ad un Ario astratto della preistoria; praticamente
ciò non è possibile per la insufficiente conoscenza che si ba, delle
modalità con cui si traman- dano i caratteri biologici, sia ifisici, sia
psichici. Avviene così, ad esempio, ghe: l'Europa, mentre è
fondamentalmente unitaria dal punto di vista linguistico, da quello
antropologico annovera numerose razze, la mediterranea, l’alpina, la
dinarica, la nordica, nè le differenze, che caratterizzano tali razze,
combaciano con le differenze che caratterizzano i vari gruppi linguistici
determinatisi in seno all’originaria unità. Nonostante questa mancata
concordanza di dati fra la linguistica e l'antropologia, le due
discipline maggiormente impegnate nella definizione delle razze umane, è
certo che razze esistono con carat- teri ben precisi e differenziati e
che, nella pratica, anche al più mo- desto osservatore non sfugge
l’esistenza di tipi umani diversi, i quali assommano i caratteri di unità
razziali diverse. Nell'ambito stesso dell'unità aria, a nessuno sfuggirà
l’esistenza di una unità aria medi terranea e di un'unità aria nordica,
c, a un più attento esame, nel- l'ambito di queste unità, sarà possibile
rintracciare altri tipi umani i quali danno fisionomia ai diversi popoli
che le compongono. Fuori di ogni dubbio è poi, nell’ambito della razza
bianca, la distinzione fra razza aria e razza semitica, anche se, per la
prima più che per la seconda, non si riesca a individuare i caratteri
biologici originari. Questo fatto è prova che non il solo dato
antropologico ha valore nella determinazione della nozione di
razza. Poichè, come sopra si è detto, la nozione di razza aria e
razza semitica ha avuto come suo precedente la nozione di unità
lingui- stica aria ed unità linguistica semitica, è indubbio che il
fattore lingua deve avere un valore determinante nella costituzione
dell’unità razziale. Qual'è dunque il fondamento dell’obiezione in contrario,
alla quale si è sopra accennato, che la lingua, essendo facilmente
dominata da fattori storici e culturali, non sia elemento stabile nella
continuità delle generazioni, per il fatto che può essere sostituita con
quella di altri popoli, e perciò sia inadeguata a fornire criterio nella
discriminazione delle razze? Bisogna, anzitutto, tenere presente che dalla
nozione di razza come dalla nozione di lingua esula ogni idea di purezza
in senso assoluto, specie quando si tratti di popoli di cultura che hanno
dietro a sè una storia lunga e complessa. Gli stessi Ebrei possono
considerarsi razza pura, e relativamente pura, solo dal momento in cui
hanno cominciato a volerlo essere deliberatamente, a tradurre il loro
istinto dell'isolamento come popolo in norma di carattere religioso.
Tutti i popoli ari dell'Europa e dell'Asia sono, senza eccezione,
risultati dalla mistione fra la minoranza dei conquistatori ari e la
vasta massa delle popolazioni preesistenti nelle zone occupate. Non è
certo presumibile che gli Ari al loro arrivo nelle loro sedi storiche
abbiano distrutto le popolazioni preesistenti, le quali, ad esempio in
Grecia, in ITALIA e sull’altipiano iranico, erano in possesso di civiltà
notevolmente progredite. D'altra parte, di tali mescolanze ci danno
sicura testimonianza, oltre che i dati dell'archeologia preistorica, lo
inte- grarsi della lingua aria comune in nuove unità, che sono quelle
a noi storicamente note. 1 profondi rivolgimenti che alcune lingue
hanno subìto anche nella struttura fonetica, ad esempio le rotazioni
delle consonanti in germanico, non si possono altrimenti spiegare se non
riferendole all'influenza di un sostrato alloglotto. E' noto che una
parte non trascurabile del lessico del latino e dei volgari romanzi non
si spiega nell’ambito dell’ario e deve essere riportato al fondo
linguistico non ario su cui il latino venne a distendersi. Orbene,
che un popolo, come è il caso di quello bulgaro, abbia assunto una lingua
diversa non è altro se non un fatto di sincretismo in cui prevale la
civiltà di maggiore prestigio. Quello che importa te- nere fermo è per
l'appunto che il sincretismo, cioè la creazione di un risultato nuovo non
inferiore agli elementi che vi hanno concorso, si ha solo quando la
mescolanza sia guidata da un senso più o meno vivo di affinità
elettiva. Ciò si può osservare con sufficiente sicurezza sia nel senso
positivo sia in quello negativo. Nella penisola greca la civiltà minoica
si è confusa con quella degl’ARI sopravvenuti ed ha dato origine
alla meravigliosa civiltà ellenica. In ITALIA il senso di conquista degl’ARI
NOMADI E GUERRIERI si è trasfuso nell'ordine civile delle popolazioni
stanziali ed ha dato origine alla mirabile e grandiosa civiltà romana che
è poi la civiltà dell'Occidente. Evidentemente, fra le genti arie
sopravvenute e le popolazioni mediterranee si determinò una facile
intesa, dovuta al fatto che non vi dovettero essere fra esse sostanziali
differenze di ordine fisico e spirituale e tali da produrre una corruzione
anzichè un miglioramento, dal punto di vista etnico e culturale. In Italia, in
Grecia, e dovunque si afferma LA LINGUA ARIA, i caratteri dominanti furono
indubbiamente dati dalla STIRPE ARIA e per questo, nonostante le
differenze che si osservano fra i diversi popoli di questo gruppo, è
facile cogliere in numerosi e cospicui tratti gli in- dizi della comune
origine. Vi sono invece casi in cui questa affinità elettiva che dà la
preminenza ai caratteri del tipo superiore non ha luogo, per motivi che
non è sempre facile individuare. La storia di alcuni millenni dimostra, per
esempio, come fra gl’ARI e i Semiti essa sia completamente mancata e che le due
stirpi si sono sempre tenute in reciproca difesa, quasi istintivamente
conscie che da una fusione si dovesse avere la perdita da una parte e
dall'altra dei rispettivi caratteri dif- ferenziali. Dovunque Semiti ed
Ari si sono trovati in contatto si sono sempre scontrati in lotta senza
quartiere: gli Irani contro l'impero di Assiria, Roma contro Cartagine,
il mondo cristiano contro l'Islam. Sia che vincessero gli uni, sia che
vincessero gli altri la barriera fra i due mondi non fu mai superata. Da
una parte e dall’altra, tranne sporadiche infiltrazioni, due mondi
diversi hanno conservato tenacemente la loro autonomia, e gli stessi
apporti culturali che l'uno ha dato all'altro sono stati da ciascuno svolti,
interpretati ed elaborati secondo la propria natura. Il cristianesimo è
diventato universale nell’interpretazione romana. Il senso ario della conquista
e dell'espansione assume nella coscienza e nella prassi giudaica aspetti e
modalità, per cui non è quasi più riconoscibile. Ed è certo bene che sia
così, che cioè la barriera sussista, poichè il suo abbattimento non è,
come la storia categoricamente dimostra, nella natura delle cose. Ciò si
potrà rilevare in molti campi, ma a noi preme rilevarlo proprio nel campo
della lingua, che oggi è senza dubbio uno dei più importanti fattori
differenziali degli aggruppamenti razziali. Difatti, quando noi attribuiamo
questo o quel popolo al gruppo ario o al gruppo semitico lo facciamo
soprattutto in base al criterio linguistico che è alla base di tali
gruppi, e dove tale criterio sia reso fallace, com'è il caso dell'elemento
giudaico che ha assunto a propria lingua la lingua nazionale dei popoli
presso i quali vive, vi si sostituisce un criterio pure di ordine
storico, quello religioso. Per l'appunto, nel campo linguistico la
differenza costituzionale fra il semitico e l’ario, sia dal punto di
vista fonetico per il prevalere in quello di suoni laringali ignoti
all’ario, sia dal punto di vista morfologico per la diversità sostanziale della
rispettiva flessione, si rivela così profonda da non consentire un
sincretismo produttivo. L'elemento arabo, penetrato nel persiano in larga
misura in seguito alla conver- sione della Persia zoroastriana
all’islamismo, si è limitato al lessico e non ha intaccato la struttura
fonetica e morfologica squisitamente aria di quella lingua; vi è rimasto
così estrinseco, che, a seguito della ri- presa nazionale avutasi con la
nuova dinastia, l'elemento arabo viene progressivamente sostituito con elemento
propriamente iranico. Quan- do poi una lingua semitica è stata assunta da
un POPOLO DI STIRPE ARIA i risultati che se ne sono avuti sono, nel loro
aspetto negativo, profonda- mente significativi. Questo è, come è noto,
il caso di Malta in cui il primitivo idioma romanzo venne per effetto
della lunga occupa- zione musulmana sostituito con un dialetto arabo
magrebino: l'arabo, forzato in una impostazione vocale completamente
estranea, ne è uscito così malconcio e così, come si suol dire, corrotto,
da giustifi- care quasi le interessate fantasie della pseudo-scienza
linguistica britannica, che nel dialetto maltese voleva riconoscere, anzichè un
dialetto arabo storpiato da bocca romanza e sempre ricco di elementi
italiani, nientemeno che la sopravvivenza di un antico idioma fenicio.
Se ora ci poniamo il problema concreto della formazione dell’unità
etnica, ci appare chiaro che il processo non è diverso da quello della
formazione dell'unità linguistica. Per l'una e l’altra unità è er- rore
gravissimo partire dall'immagine dell’albero genealogico dal cui ceppo,
quasi per virtù interiore di linfa, si siano venuti staccando tanti rami,
integralmente fedeli alla natura e alla struttura di quello. Niente di più
falso, poichè se ciò fosse si dovrebbe avere, tanto nel caso delle lingue
quanto in quello delle razze, propagazione uniforme e non formazione di
nuove unità più o meno nettamente differenziate. L'albero genealogico sarebbe
giustificato solo se in esso potesse risultare il complesso degli apporti
e delle cause che hanno determinato la figura particolare di ciascuna unità.
Prendiamo il caso della lingua italiana. Non esistono lingue,
specialmente a larga diffusione, che non siano costituite da una più o
meno grande varietà di dialetti. L'unità neo-latina, ad esempio, è divisa
in tante lingue, italiano, francese, spagnuolo, provenzale, rumeno, per
dire le maggiori, e queste sono alla loro volta distinte in varietà
dialettali più o meno nettamente individuabili. Qual'è il motivo di tanta
dif- ferenziazione, quando è noto che alla base di tante e così varie
lingue e dialetti vi è l’unità latina, cioè una lingua di cultura,
affermatasi per forza d’armi e prestigio di civiltà? Anzitutto, come
causa di trasformazione appare la reazione del sostrato etnico-linguistico su
cui il latino si è venuto a sovrapporre, sicchè non di latino volgare
bisogna parlare, bensì di tanti volgari, per quante sono le zone
linguistica- mente individuate in precedenza, di cui il latino
s'impossessa. Intervengono poi i contatti che ciascun gruppo già delineato ha
con popoli di altra lingua, germani, slavi, ecc., e gli sviluppi
particolari di ciascuna cultura che necessariamente si riflettono in ciascuna
lingua, soprattutto attraverso il convergere delle varietà dialettali verso la
lin- gua comune, cioè verso una più piena e precisa unità. In altre
parole, il processo per cui le lingue sì determinano non deve essere
guardato nel suo aspetto di disintegrazione di un’unità, bensì piuttosto
in quello integrativo che la nuova unità veramente determina. Ciò ha
ancor maggiore valore, quando non si tratti, come è il caso del latino,
di una lingua di cultura, quindi chiaramente unitaria, che si
sovrappone con il peso della civiltà di cui è espressione su lingue di
minore prestigio, bensì di unità linguistica naturale, in cui il processo
integra- tivo, lento e faticoso, costituisce la modalità stessa di essere
della lingua. Le unità linguistiche, come si è detto, non esistono mai
internamente indifferenziate e ciò deve essere inteso come il risultato
di quella necessità naturale per cui il comprendere, e perciò
l’esprimersi, avviene prima fra i membri di una famiglia, poi fra i
membri di una gente, di una tribù, di un popolo, di diversi popoli, ed è
questa necessità sempre più vasta di esprimersi e di intendersi che
costituisce quelle vaste unità alle quali noi diamo il nome di unità aria
e di unità semitica. Da queste considerazioni deriva che nessuna teoria
è tanto assurda quanto quella della monogenesi del linguaggio, non
meno assurda, o almeno altrettanto poco giustificata, quanto quella che
volesse scientificamente riportare tutti i caratteri delle attuali razze
umane nella loro infinita varietà ai caratteri di una coppia capostipite.
Come per questa altra realtà non si può postulare se non quella
dell'essere uomini, così per la lingua originaria altra qualità non è
possibile postulare se non quella di essere mezzo espressivo di
uomini. Ora, identico processo integrativo è quello che dà origine
alle diverse unità razziali. Anche qui si ha uno slargarsi per
accrescimento e mistioni: dalla singola gente si arriva alla tribù, al
popolo, alla nazione italiana. E’ chiaro che l’accrescersi naturale delle
generazioni amplifica al tempo stesso la natura del processo e fa che i
caratteri dominanti del nucleo più vitale guadagnino sempre più vasto
spazio. Vi è certo qualche cosa di misterioso in questo propagarsi di
caratteri superiori per cui l'umanità ci appare in una continua ascesa, e
ancor più grande mistero è quello che avvolge l’occulta forza da cui ogni
unità razziale è guidata nella sua istintiva difesa da quei contatti e da
quelle mi- stioni che ne altererebbero la genuina struttura. Poichè
l’uomo è essere spirituale, tale modalità del suo divenire anche dal lato
fisico ha forse la sua ragione nell’esigenza di una maggiore spiritualità
che si rifletta anche nella struttura fisica, e in ciò è appunto il
grande mistero dell’uomo, nell’indissolubile legame che in lui si
realizza fra vita biologica e spirito. Da quanto si è detto appare
chiaro che il fattore lingua concorre in maniera dominante, almeno sino a
quando le conoscenze antropo- logiche non forniranno dati biologici più
sicuri, a determinare la nozione di razza; anzi essa costituisce il mezzo
principalissimo di coesione per cui una comunità più o meno vasta di
individui sente di essere popolo e nazione. Le caratteristiche spirituali
e la struttura della lingua di un popolo – osserva Humboldt — sono
l’una con le altre in tale intreccio che posto l’un dato, l’altro si dovrebbe
poter derivare completamente da quello. La lingua italiana, infatti, riflette
anzitutto l'ambiente fisico e una maniera nativa, naturale di sentire il reale
e di esprimerlo. Essa è fatto fisiologico e psicologico al tempo stesso e, come
tale, è legata intimamente con la struttura psicofisica del popolo che la
parla, è anzi la modalità più essenziale con cui tale struttura si
manifesta. Il complesso dei costumi, delle tradizioni che si tramandano
di generazione in generazione, tutto ciò insomma che concorre a dare a
ciascun popolo la sua propria fisionomia, trova espressione fedele e categorica
nel linguaggio. Poichè la nozione di razza non è in sostanza altro se non
la nozione di un'appartenenza ad una determinata comunità genetica, la
coscienza della razza trova nel linguaggio uno dei suoi più forti
sostegni. Non è senza significato il fatto che l'esigenza alla
purezza, quanto all’e4ros e quanto alla lingua, si manifesta presso i
popoli nei momenti della loro maggiore vitalità. Un popolo che ad un
de- terminato momento della sua storia voglia riconoscere i suoi
carat- teri differenziali e voglia segnare una netta linea di
demarcazione fra sè ed altre unità etniche, portatrici di caratteri
spirituali ed etnici non congeniali ai suoi, altro non fa se non
riportarsi coscientemente alle sorgenti più genuine della sua vita. Un
aspetto di tale esigenza è il desiderio di tenere immune la propria
lingua da influenze stra- niere e di eliminare le infiltrazioni che si
sono verificate in momenti di indebolita o distratta coscienza. Antonino
Pagliaro. Pagliaro. Keywords: i arii; la lingua degl’arii, la favella
degl’arii, I fasci littori, dal lictor al littore, il littorio, l’uso dei fasci
nell’Etruria non-aria, la dottrina linguistica di Vico, “scienze filosofiche –
lincei”, ossesso dalla latinita della Sicilia, Cratilo, discussion di Storia
Romana, Romolo, proprieta private, Cicerone, Empedocle, il fascino dei fasci –
enciclopedia del fascismo, fascisti gentiliani ed anti-gentiliani, l’uso di
‘ario’ – latinita, arieta, romanita – il linguaggio, sessione sul linguaggio --
filosofia del linguaggio --.Tullio. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Pagliaro” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Pagnini: la ragione conversazionale (Roma).
Filosofi italiano. CV professionale Biografia intellettuale -- è docente di
Storia della filosofia contemporanea presso il Dipartimento di lettere e
Filosofia dell’Università di Firenze e Presidente di Uniser (Polo universitario
di Pistoia). -- è direttore del Centro Fiorentino di Storia e Filosofia della
Scienza; è Fellow del Center for Philosophy of Science di Pittsburgh;; è
fondatore e attualmente editor della rivista Mefisto (già Medicina &
storia); è editor della rivista filosofica internazionale Philosophical
Inquiries; è nel comitato scientifico della rivista filosofica Iride e della
rivista di Medical Humanities L’arco di Giano; è socio fondatore e vice
presidente della Società Italiana per lo studio dei rapporti tra Scienza e Letteratura;
è vice Presidente (e past-President) della BIOM (Società Iitaliana di storia,
filosofia e studi sociali della biologia e della medicina); è direttore della
collana di storia e filosofia della medicina Mefisto presso l’editore ETS; è
collaboratore de Il sole 24 ore e editorialista de La repubblica. È stato per
otto anni fino al 2007 membro della Commissione Regionale Toscana di Bioetica.
È stato visting scholar presso diverse Università europee e americane
(Pittsburgh, St. Andrews, Londra, Berlino, Rio de Janeiro). Pubblicazioni
Monografie e curatele - Psicoanalisi e estetica, Firenze, Sansoni 1975. -
Psicanalisi come filosofia del linguaggio, Milano, Longanesi 1976. -
Antropologia e psicoanalisi, Palermo, Sellerio 1977. - Realismo/antirealismo,
Firenze, La Nuova Italia 1995. - con L.Dalla Ragione (a cura di), Pensare in
medicina, Perugia 1995. - con A.La Vergata (a cura di), Storia della filosofia,
storia della scienza. Saggi in onore di Paolo Rossi, Firenze, La Nuova Italia
1995. - Teoria della conoscenza, Milano, TEA, 1997. - con M.C.Galavotti (eds.),
Experience, Reality & Scientific Explanation, Dordrecht, Kluwer 1998. - con
M. Toraldo di Francia (a cura di), L’identità personale tra filosofia, diritto
e scienza, L’arco di Giano, Ride solo la donna di Tracia? I filosofi e
l’umorismo, Edizioni Brigata del Leoncino, Pistoia 2005. - con E. Ghidetti (a
cura di), Sebastiano Timpanaro e la cultura europea del secondo Novecento,
Roma, Storia e letteratura 2005. - con G.Corbellini (a cura di), Evoluzionismo
e humanities, L’arco di Giano, 43, 2005. - (a cura di), L’errore in medicina,
L’arco di Giano, (a cura di), Filosofia della medicina, Roma, Carocci, 2010. -
con B. Fantini (a cura di), Le emozioni in medicina e la medicina delle
emozioni, L’arco di Giano, 63, 2010. Saggi e articoli - "Das Unheimliche,
la ripetizione, la morte", in F.Rella (a cura di), La critica freudiana,
Milano, Feltrinelli. - "Un dibattito su Timpanaro e Freud",
Dimensioni, "L'epistemologia e il problema della valutazione della
psicoanalisi", Intersezioni, 3, 1981. - "Nuovi realisti e nuovi
strumentalisti: un dibattito sul progresso scientifico", Rivista di
filosofia, 24, 1982. - "Modelli evoluzionistici e crescita della
conoscenza", Intersezioni, 1, 1984. - Paradigmi di spiegazione e
‘spiegazioni’ psicoanalitiche", in P.Repetti (a cura di), L'anima e il
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filosofia italiana?", Il sole24-ore, 19.3.2017. - "Viva il maestro
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Alessandro Pagnini.
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